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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Gli addii – Juan Carlos Onetti

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GLI ADDII
Juan Carlos Onetti
Traduzione di D. Puccini

Edizioni SUR 2012

Torno all’amato Onetti e alla sua opera omnia dopo una pausa di qualche settimana con questo Gli addii, libro del 1954, successivo quindi a La vita breve (1950), ma che precede il capolavoro onettiano costituito dalla giunzione invertita di Raccattacadaveri e Il cantiere.

Per chi si fosse perso la costruzione di questa personale interpretazione, “la giunzione invertita” del paragrafo precedente, ricordo che Il cantiere uscì nel 1961 e Raccattacadaveri nel 1964, eppure il secondo precede il primo nella narrativa immaginifica di Onetti e insieme disegnano il cerchio perfetto di Larsen; invertendoli, ovvero seguendo l’ordine di pubblicazione originale, sono due semicerchi perfetti, si toccano ma non si uniscono. Si tratta di una mia interpretazione, lo ripeto a scanso di equivoci; molti commentatori ne hanno dato di diverse e qui, come autore del saggio sull’opera di Onetti che segue il romanzo ne compare proprio uno di questi, uno del peso di Mario Benedetti, tra l’altro, ma io ne sono assolutamente convinto e, un po’ romanticamente se volete, mi piace pensare che anche Enrico Cicogna, il primo traduttore di Onetti e non solo meraviglioso traduttore, ma anche lettore entusiasta, scopritore e ammiratore, la pensasse come me quando Feltrinelli fece uscire Raccattacadaveri nel 1969 e Il cantiere nel 1972. Rimane il mistero e anche le porte aperte alle interpretazioni; va bene così, Onetti ne sarebbe felice e sghignazzerebbe, ci scommetto.

Gli addii si colloca in un solco temporale e artistico, tra l’atto fondativo della cittadina immaginaria di Santa Maria, che avviene ne La vita breve per mano, anche se sarebbe meglio dire per allucinazione, di Brausen, e le vicende di Larsen narrate in Raccattacadaveri e Il cantiere.
Ci fu una sospensione di una decina di anni nell’elaborazione del grande capolavoro di Onetti sparso su più libri e pure rivoltato temporalmente, necessari forse a dare forma e corpo a Larsen, tuttavia dieci anni non vuoti, ma riempiti da questo Gli addii e da un successivo romanzo breve, Per una tomba senza nome.

Ne Gli addii non c’è Santa Maria e nessuno dei personaggi che poi continueranno a ritornare in molti libri; è autonomo, indipendente, il che è la norma per quasi tutti gli scrittori, ma non per Onetti, un’opera quindi apparentemente estranea a quella galassia narrativa che Onetti ha mosso e articolato.Eppure, se anche Gli addii si può, e forse si dovrebbe, leggere come racconto slegato dall’immaginario concentrico che sgorga da Santa Maria, io ho visto qualcosa d’altro.

Gli addii, nella mia interpretazione, fu una prova che fece Onetti, oppure una sorta di percorso di avvicinamento che intraprese sapendo già cosa cercava, rabdomantico, sulle tracce di un’essere ancora non definito compiutamente ma in embrione, che iniziava a pulsare e a scontornarsi, e con lui un’atmosfera densa e ombrosa, l’angolazione della luce, gli oggetti che si dovevano collocare con naturalezza e precisione imprescindibile, un profumo polveroso e un ritmo cadenzato dalle spirali di immagini.

Ne Gli addii c’è, io credo, l’embrione di Larsen e delle sue donne: il cinismo e l’onestà, la corruzione e la sincerità, l’orgoglio e la sconfitta disgregante, e anche l’ambiguità femminile, la grossolanità e la finezza, fisica e di spirito, l’amore e la beffa crudele, insomma, nei personaggi de Gli addii, l’uomo, la donna e la ragazza, mai nominati, come fossero sagome ritagliate, i tratti e gli ingredienti del capolavoro che verrà di lì a pochi anni cominciano a miscelarsi.

Gli addii è un bellissimo libro, teso, ambiguo, tragico, notturno. È la storia di un amore a tre, ma non nel senso banalmente orgiastico, è l’amore di due donne per un uomo che sta morendo, in questo senso il titolo; sono più addii, inevitabili, nei quali si mescola il senso di trascendente della fine con le pulsioni carnali, viscerali, talvolta anche meschine, ma sempre umane, dei corpi che vivono.

Nel libro compare una bella prefazione scritta da Antonio Muñoz Molina — nella quale, tra l’altro, si dice che il libro è addirittura considerato da molti il capolavoro di Onetti, giudizio che come già ripetuto abbondantemente non m trova d’accordo, ma che ricorda anche come ognuno inevitabilmente legge il suo proprio libro, diverso da quello degli altri —, dove viene elogiato l’incipit con quello sguardo allo stesso tempo delicato e definitivo di Onetti posato sulle mani dell’uomo, il protagonista.È un incipit meraviglioso, io credo.

Chiudo proprio con questo il commento a un libro molto bello che potrebbe essere un’ottima scelta per chi volesse ascoltare per la prima volta la voce di Onetti per poi decidere se entrare o meno nel mondo grottesco e palpitante di Santa Maria.

Avrei voluto non avere visto dell’uomo, la prima volta che entrò nel negozio, nient’altro che le mani; lente, intimidite e goffe, con movimenti senza fiducia, affilate e ancora non scurite dal sole, quasi a voler chiedere scusa per il loro gestire disinteressato. Mi fece alcune domande e prese una bottiglia di birra, in piedi all’estremità più in ombra del bancone, con il viso – sullo sfondo del calendario, dei sandali e dei salami imbiancati dagli anni – rivolto verso l’esterno, verso il sole dell’imbrunire e il viola sfumato delle montagne, mentre aspettava l’autobus che lo avrebbe lasciato davanti ai cancelli dell’albergo vecchio.
Avrei voluto non avergli visto altro che le mani, mi sarebbe bastato vederle quando gli diedi il resto dei cento pesos e le sue dita strinsero i biglietti, cercando di ordinarli e, subito, per improvvisa decisione, li appallottolarono e li nascosero con pudore in una tasca della giacca; mi sarebbero bastati quei movimenti sopra il legno pieno di fessure riempite di unto e di sudiciume per capire che non si sarebbe curato, che non aveva nessuna idea da cui trarre la volontà di curarsi.
In genere mi basta vederli, e non ricordo di essermi mai sbagliato; ho sempre formulato i miei pronostici prima di sapere l’opinione di Castro o di Gunz, i medici che abitano in paese, senza altri dati, senza avere bisogno di altro che di vederli arrivare al negozio con le loro valigie e le loro quote diverse di vergogna e di speranza, d’ipocrisia e di sfida.

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8 commenti su “Gli addii – Juan Carlos Onetti

  1. Massimiliano
    19 aprile 2017

    Letto recentemente subito dopo aver letto il Pozzo e, nel paragone sbagliato ma naturale, mi viene da dire che Gli addi mi e` piaciuto di meno. Comunque parliamo sempre di livelli di letteratura, prosa e descrizione dei personaggi che difficilmente trovo nei romanzi “moderni”. Come si dice nello sport: Onetti gioca in un altro campionato.

    • 2000battute
      19 aprile 2017

      Quando sento qualcuno che apprezza Onetti mi viene il buon umore.

  2. elleconzero
    1 agosto 2016

    Sono in parte sollevata dal fatto che consideri Gli addii un po’ in un’altra galassia rispetto agli altri romanzi di Onetti, perché io non l’ho amato, nonostante avessi molte aspettative. Spero di poterlo rivalutare con gli altri suoi scritti.

    • 2000battute
      1 agosto 2016

      Onetti è autore particolare anche tra gli argentini, che a loro volta sono particolari tra i sudamericani. Ti auguro di subirne il fascino, tossico, a mio modo di vedere.

  3. eleanor
    24 maggio 2013

    No, al contrario, c’è stato un equivoco, intendevo che Saer mi piace a tal punto che “temo” di essere delusa leggendo altro… grazie per Onetti, comincerò da Raccattacadaveri, ho un amico che mi sa procurare libri “rari”, per cui spero di ripescarlo…

    • 2000battute
      24 maggio 2013

      Ah, ora sono più contento.
      Prova Onetti, merita sicuramente di essere letto almeno una volta, perché potresti scoprire un’opera con un fascino raro. Domani ne commento un altro, bellissimo secondo me. Peccato che li stia per finire.

  4. eleanor
    24 maggio 2013

    Non ho ancora letto Onetti, forse temo di essere delusa dopo aver “conosciuto” Saer, consigliami il suo libro più potente, secondo te… grazie, Eleanor

    • 2000battute
      24 maggio 2013

      “Raccattacadaveri”, senza dubbio, se riesci a trovarlo in biblioteca, visto che è fuori catalogo.
      Se non riesci, “Il cantiere” che ha da poco ripubblicato SUR.
      In quei due c’è l’Onetti più potente. Se ti piace allora hai la saga di Santa Maria davanti da leggere e puoi andare in ordine.
      Peccato per Saer, “Cicatrici” ti ha deluso?

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Questa voce è stata pubblicata il 20 aprile 2013 da in Autori, Editori, Onetti, Juan Carlos, SUR con tag , , .

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