2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Grazie per il fuoco – Mario Benedetti

Grazie per il fuoco

GRAZIE PER IL FUOCO
Mario Benedetti
Traduzione di E. Tramontin

laNuovafrontiera 2011

A Mario Benedetti, poeta e scrittore uruguaiano che scrisse dagli anni Cinquanta fino agli inizi del Duemila, e a questo libro in particolare, sono arrivato grazie a un consiglio. Vi racconto brevemente l’aneddoto, poi torniamo al libro.

Qualche tempo fa ero a Roma e pochi giorni prima di recarmici ho fatto una pensata e mi sono detto: «Mi piacerebbe andare a trovare quelli de laNuovafrontiera» e così sono andato a trovarli. Naturalmente gliel’avevo chiesto prima, non immaginatemi come uno di quei matti che arrivano alla porta, suonano al campanello e pretendono di fare i seccatori a loro piacimento.
Stanno in una bella zona, dietro il Vaticano (non so come si chiami la zona, per questo sono vago), con certi palazzi non molto alti, due o tre piani se ricordo bene, dall’aspetto curioso; hanno la decrepitezza scalcinata tipica di Roma e sembravano degli impasti di epoche diverse, anche molto diverse, avrei quasi detto che gli edifici avevano mescolato insieme pezzi di muri romani con il resto della costruzione, di molto successiva. Però io non so niente di architettura, quindi è probabile che non fosse così; mi sembravano particolarmente bizzarri, tutto qua.
Comunque, vado, suono, mi viene incontro Flavio, l’art director, rimango un po’ a chiacchierare nell’ufficio con la sua collega dell’ufficio stampa, io racconto dei libri sudamericani che sono la mia passione attuale, dico del blog e che penso che il loro catalogo sia bellissimo, che recuperare libri dispersi e ripubblicarli è la cosa migliore che si possa fare, lei mi racconta della casa editrice e poi andiamo tutti a berci un caffè al bar.
Ci fermiamo ancora un po’ a chiacchiere sul marciapiede, io in genere, per ragioni che non mi sono del tutto chiare, ondeggio tra il mutismo e la logorrea, lì ero nella fase logorroica e parto al galoppo tra Cortázar, Onetti, Hernández, poi Saer, i [Libri Dispersi] e che diavolo fanno gli editori, ma come si fa a smettere di pubblicare questi autori e dove andremo a finire… discorsi così, molto piacevoli dal mio punto di vista.
Ecco qui viene il pezzo imbarazzante.
In una pausa del monologo, salta fuori Mario Benedetti ed è la collega di Flavio, l’art director, a suggerirmelo dicendomi:«Se ti piacciono quegli autori allora sono sicura che ti piacerà anche Grazie per il fuoco, di Mario Benedetti» poi ha aggiunto un commento che non ricordo alla lettera, ma suonava come «è un libro intenso, molto intenso» e l’ha detto stringendo un po’ gli occhi e le labbra, come quando ci si riferisce a qualcosa di davvero «intenso, molto intenso».

Avrete notato, ne sono certo, che sto usando la forma impersonale “la collega di Flavio, l’art director” e mi rendo conto che possa sembrare un po’ scortese, «Avrà anche lei un nome, perché non lo usi? Cos’è sei misogino? Vuoi fare lo spiritoso a tutti i costi?»
Niente di tutto questo, è solo che non mi ricordo il nome! Di Flavio, l’art director, so il nome perché è lo stesso del nipotino di una persona a me molto cara e in più è riportato nel libro in quanto autore della grafica, ma di lei, che poi è quella che devo ringraziare più di tutti per il consiglio perfetto oltre che per l’accoglienza, proprio non me lo ricordo. La mia memoria è una fanghiglia informe, non lo faccio apposta.
Quindi, finisco con un appello: collega di Flavio, l’art director, se leggi questo commento, per favore, ricordami come ti chiami e prometto che, dopo questa sceneggiata pubblica, non me lo dimenticherò più.
Fine dell’aneddoto. Riprendiamo la strada maestra.

Grazie per il fuoco è del 1965, un altro prodotto di quegli anni magici per la letteratura tra le due sponde del Rio della Plata, ed è un racconto che l’autore svolge tra due gemme: la scena d’apertura e l’epilogo. È anche un ritorno visto che fu pubblicato la prima volta nel 1972 da Il Saggiatore e poi disperso, infine recuperato — l’ennesimo recupero di un’opera da non perdere, siano sempre lodati per questo— da laNuovafrontiera nel 2011.

La scena d’apertura ve la racconto, l’epilogo no, non posso.
È una scena quasi cinematografica, mi verrebbe da dire alla Orson Welles: una grande tavolata in un locale newyorkese con numerosi commensali, disposti in modo alternato uomo-donna. Sono tutti uruguaiani. La cinepresa, immaginando una trasposizione cinematografica (che in effetti hanno fatto, nel 1984, ma io non ho visto quindi non so se quanto sto per dire corrisponde al film), si sofferma sulle coppie uomo-donna accostati, lascia che se ne ascolti un dialogo, si sbirciano le mosse, a volte furtive, a volte rituali, e poi scivola sulla successiva coppia, magari di fronte o all’altro capo della tavolata e così via, in una scena lunghissima e ininterrotta, senza stacco. Di volta in volta si osserva l’evoluzione del rapporto che si instaura tra le varie coppie casuali, nessuno di essi aveva manovrato per disporsi in un certo modo, come prosegue il discorso, le contese verbali in alcune, le seduzioni in altre o anche gli approcci espliciti smanaccianti in un caso. La scena continua, fluviale, sospesa in questo balletto dell’occhio vitreo della cinepresa che si intrufola invisibile nell’aleatoria intimità dei commensali. Poi succede un fatto imprevisto: una notizia scioccante piomba tra di loro e semina lo sgomento e la disperazione. La camera di Mario Benedetti, implacabile e fredda, continua nel suo volteggio, là dove prima c’era tensione erotica esplode il risentimento, dove c’era compiacente contiguità rimane ostile estraneità, la fragilità panica sostituisce la posa supponente. Infine, la notizia scioccante rientra, si ridimensiona, nessuna tragedia è mai avvenuta. Di nuovo l’occhione trascendente svela quello che di solito rimane invisibile: il riflusso emotivo, il ricomporsi di un malfermo decoro, la parentesi che si chiude.

Attacco splendido, grandioso, un piano sequenza (o un long take? Non so, gli esperti di cinematografia mi correggano se è il caso) di bravura magistrale, di quelli che ti conquistano cuore, occhi, mente e mani, il che è un po’ come dire: «Ok, Mario Bonafini, hai la mia completa attenzione e devozione fino alla fine».

Facciamo un salto olimpionico e atterriamo nei dintorni dell’epilogo, che non vi svelo, come già detto. L’epilogo che scrive Mario Benedetti a questo romanzo è un vero epilogo: definitivo, implacabile, completo, nulla si può togliere e nulla aggiungere, è il tramonto al termine della giornata, la luce che si spegne, una farfallina che precipita a terra dopo aver svolazzato frenetica attorno a un lampione, è la scritta The End al termine del film di una vita. Nessuna sospensione, ambiguità o ripiegamento. Con un’aggiunta, però, che viene dopo The End, come dei titoli di coda che invece di quel solito, ma necessario, capisco, elenco di nomi e sigle, fossero voci, due voci, due voci provenienti da fuori della scena, di due donne, che raccontano quello che il racconto non aveva svelato, e non per gioco letterario o voluta ambiguità, ma per onestà, perchè bisogna essere onesti anche nell’ammettere che molto di ciò che si vive rimane intrappolato in quelle maglie di rete che di sicuro ci avvolgono sottopelle, e lí, come una pesca al contrario, si fermano molti pezzi di tutti noi e anche dei due personaggi principali del libro, Edmundo e Ramón Budiño, padre e figlio.

Edmundo Budiño, “il Vecchio” come lo chiama il figlio Ramón in privato, è il patriarca, potente, influente, uomo politico di lungo corso, temuto e rispettato, colui che si è fatto da sé e da figlio di un pover’uomo è diventato uno degli snodi della vita economica e politica dell’Uruguay. Uomo, per questo, cinicamente disonesto, strabordante nell’appiattire coloro che lo circondano, sprezzante nei rapporti umani, verso tutti, ma soprattutto verso il figlio Ramón.
Ramón Budiño è il figlio vittima di tale padre, dall’animo piegato sotto il peso insostenibile del combinato di rabbia per quel padre un tempo affettuoso poi diventato il Vecchio cinico e inumano e di disprezzo per la propria incapacità di distaccarsene rifiutando i vantaggi che da esso gliene vengono.

Il lungo cammino tra l’attacco sfolgorante registrato in presa diretta e l’epilogo definitivo, dove, in entrambi i casi, Ramón Budiño è interprete, è il racconto di questa tensione nervosa e corrosiva tra i due protagonisti; la scena si sposta da uno all’altro descrivendone i rovelli, gli sfoghi, le recriminazioni, l’impossibilità di trovare un equilibrio con sé e con gli altri. Si assiste a uno sgretolarsi minaccioso e inarrestabile della condizione umana di padre e di figlio, di marito, di amante, di uomo.

Benedetti indugia spesso nelle scene più emotive, di rabbia, di sconforto, di disperazione, di rimorso, con una prosa piana e semplice, senza il piroettare strabiliante di Onetti in Raccattacadaveri, senza la visione onirica e immersa in una sospensione irreale di Cortázar in Il gioco del mondo (Rayuela), senza anche l’ossessiva ripetizione ritmica, quasi ipnotica, di Saer in Cicatrici. In questo Mario Benedetti si conferma probabilmente scrittore più facile da accostare degli altri per i quali il gioco di seduzione fortissimo nasce in primo luogo dalla forma che essi danno all’accostamento delle parole, molto prima della storia che raccontano; ed è una seduzione che se va a segno diventa trascinante e ribollente, altrimenti può lasciare estranei.

In Grazie per il fuoco è solo nei due poli, l’attacco e l’epilogo, dove Mario Benedetti usa la forma delle parole, del testo, del ritmo, la camera in presa diretta del primo o il singhiozzo strozzato del secondo, come forma di seduzione. In mezzo, nel lungo attraversamento formato dalla storia di Edmundo e Ramón Budiño c’è la narrazione dei fatti e lo sguardo indagatore sui personaggi.

Ma torniamo a quelle due voci di donne fuori dalla scena che si inseriscono nel racconto dopo l’epilogo, in modo un po’ sorprendente, quasi da intruse, invece necessarie. Sono due personaggi minori del libro, una l’amante segreta del Vecchio, Edmundo Budiño, l’altra la cognata di Ramón Budiño, della quale egli era innamorato, e amante ma solo per una notte, prima del rifiuto definitivo.
È sorprendente la comparsa di queste due voci perché con esse Benedetti sembra voler rivoltare la storia dopo che questa si è conclusa. Sono due voci di personaggi marginali che giudicano e interpretano Edmundo e Ramón Budiño, sono l’occhio esterno ai rovelli intimi dei due, sono la realtà che rimane inconoscibile e invisibile da dentro il vano chiuso di una coscienza, sono anche, in qual modo, il ghigno sardonico della vita che talvolta nasconde il segnale per la via d’uscita.

Molto bello, intimo, a tratti commovente, ancora una volta bravi a laNuovafrontiera.
Per chiudere, un pezzo dall’attacco.

«Hai figli?»
«Uno, di quindici anni, si chiama Gustavo.»
«Dev’essere bello avere un figlio. Se io l’avessi avuto, sono sicura che il mio matrimonio si sarebbe salvato.»
«Dai, parlamene ancora.»
«Ma, dimmi, to cosa sei? Scrittore? Giornalista? Detective? Fai parlare la gente, ma non racconti nulla.»
«Te l’ho già detto perché: un uomo maturo, sposato e con un figlio, è sempre noioso, ma una ragazza come te, giovane, bella e senza marito, è sempre interessante.»

Marcela mastica lentamente un pezzetto di pane. Poi, quando domanda, lo fa con un sorriso ambiguo.
«Ci stai provando?»

La risata di Budiño fa voltare le teste di Ruth Amezua, Claudio Ocampo e José Reinach. Solo quando i tre sguardi ritornano ai loro precedenti propositi, Budiño guarda allegramente Marcela. Ma non la tocca.
«Sai che non ci avevo pensato? Ma è un’ottima idea.»

Ora è lei che scoppia a ridere.
«Bugiardo.»

Ma questa volta solo Ocampo si gira e commenta.
«Pare che i ragazzi si divertano.»

Mirta Ventura si toglie la giacca e sfoggia gli strategici nei delle sue spalle. Berruti lancia, facendo finta di niente, occhiate laterali, ma è in una posizione scomoda per apprezzare in tutta la sua ricchezza il panorama di quella spalluccia esoticamente abbronzata. Nel frattempo, e nel dubbio, parla.
«Il nostro errore viene da molto lontano. Parte dalla scuola. Quella mancanza di religiosità, quell’educazione inesorabilmente laica. E poi tutta quella storia che il bambino deve esprimersi liberamente. Mi davano certi manrovesci quando andavo alla Scuola Francia… Adesso, se una maestra tira un orecchio, nient’altro che un orecchio, a uno di quei bambini-adolescenti che popolano le elementari, la sottopongono immediatamente a un procedimento disciplinare.»
«Io sono andata a scuola dalle Domenicane.»
«Ecco, appunto. Qual è il risultato? Hai personalità, non sei una delle tante.»
«Grazie, Berruti.»
«Ma non te lo dico per galanteria, è una conferma della mia tesi. Ecco cosa mi piace di questo paese: qui sì che c’è Dio dappertutto. Nell’istruzione, nella Costituzione, nella discriminazione razziale, nelle forze armate. Gli Stati Uniti sono fondamentalmente un paese religioso. Il nostro, invece, è un paese fondamentalmente laico. Perciò siamo incoerenti. Dio unisce, il laicismo separa.»

Il piedino di Mirta si avvicina, come per caso, alla scarpa numero quarantadue di Berruti. Lui non lo tira indietro e sebbene non sia ancora assolutamente sicuro che lei non lo stia confondendo con un piede del tavolo, continua ad ogni modo con rinnovato brio.
«Io non pretendo che l’essere umano smetta di peccare. Errare humanum est. L’errore, il peccato, sono intrinseci dell’uomo.»
«Vuoi dire il peccato originale?»
«Proprio così, tu mi capisci. Ma devi ammettere che è molto diverso peccare senza senso di colpa, quasi gioiosamente, come fa l’ateo, e peccare, come possiamo farlo io e te, sentendoci cristianamente colpevoli davanti a Dio.»
«Ti dirò di più; io credo che il senso di colpa dia un altro sapore al peccato.»

Berruti muove di due centimetri la sua scarpa quarantadue e, immediatamente, il piedino di Mirta recupera il contatto. Ormai, senza dubbi, sicuro di sé, alza la testa, con una mano si sitema i capelli un po’ spettinati, e conclude il suo pensiero.
«Esattamente, un altro sapore. Che noia dev’essere peccare se si è atei! Compiere qualcosa di peccaminoso senza che nessuno te ne chieda conto.»
«Orribile, se ci penso mi si stringe il cuore.»

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4 commenti su “Grazie per il fuoco – Mario Benedetti

  1. Transit
    8 aprile 2013

    Il rosario delle nostre vite
    (poeta poesia parole di vento)

    Noi, al di qua dell’uscio di casa,
    immersi nell’oscurità normale dei vivi.
    E da tutte le parti il sistema che annienta.

    Quando fuori splende il sole è un emozione.
    Allora la vita sorride a tutti e ti carezza
    come un bambino.

    Una cipolla, un pezzo di pane bagnato
    sotto l’acqua della fontanella e un bicchiere
    di vino rosso per saluto.

    Il rasoio di luce oltre la porta è una cecità
    di secondi. I nostri passi insieme,
    la sedia e la vita dilegua.

    Stavolta è un cappio di una vecchia corda
    che non ci è costato nulla: soltanto la vita.

    • 2000battute
      8 aprile 2013

      È cupa e tragica questa poesia. Fa male.

  2. f
    8 aprile 2013

    L’ha ribloggato su lineadifrontiera.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 aprile 2013 da in Autori, Benedetti, Mario, Editori, laNuovafrontiera con tag , , , .

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