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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Io e Mabel – Helen Macdonald

IO E MABEL – Ovvero l’arte della falconeria
Helen Macdonald
Traduzione di Anna Rusconi
Einaudi 2016

Nel 2016 il personaggio letterario dell’anno è stato l’astore.

L’astore, il rapace, protagonista de L’astore di T.W. White e protagonista di questo Io e Mabel di Helen Macdonald. Non è una coincidenza, in questo caso la realtà è fatta di fili aggrovigliati. È per questo Io e Mabel che L’astore è stato ripescato e ripubblicato da Adelphi. L’astore Mabel e l’astore Gos, due rapaci che grazie a Helen Macdonald si ritrovano inaspettatamente legati a una metafora comune, a un ragionamento che si sviluppa da una parte, travalica i confini delle pagine per sconfinare nell’altra storia, avvilupparla in molte spire e tornare indietro. Helen Macdonald è la creatrice di questa illusione. È con il suo Io e Mabel che la storia enigmatica dell’astore Gos e di White impegnato ad addestrarlo trova finalmente un compimento, dopo le molte domande che aveva lasciato senza risposta. Il compimento lo trova con Io e Mabel in un modo del tutto imprevedibile eppure senza scostarsi di molto dalla traccia segnata da L’astore.

Helen Macdonald racconta in prima persona di una Helen autobiografica esperta falconiera, studiosa di storia, ricercatrice a Cambridge, giunta a quel salto nella vita di una persona che divide un prima da un dopo. Il prima dell’unitarietà come individuo, corpo, mente e percezione di sé e il dopo della frantumazione in schegge che rimbalzano via, del collasso dell’unitarietà come requisito della coscienza, del fluttuare in un oblio intervallato da dolore. È il salto nella depressione e nel ripiegamento in se stessi quello di cui parla Helen Macdonald. Ed è lo stesso mal di vivere che, pur senza mai ammetterlo, descrive anche White.

Entrambi i libri hanno un risvolto drammatico che fa da sfondo alle storie, senza per questo diventare tragici.

L’evento scatenante per Helen Macdonald è la morte del padre e l’incapacità di elaborare il lutto che finisce per fare da innesco al malessere che premeva per esplodere. La fragilità improvvisa è la crepa che provoca il crollo. Helen Macdonald è una persona sola, come spesso lo sono le persone che giungono a quel salto esistenziale. Da persona sola si trova a osservare con un misto di malinconia e dolore la felicità apparente degli altri, di quelli con una famiglia, degli affetti e un calore domestico ad accoglierli ogni sera. Niente di più normale. Affronta la sofferenza causata dalla depressione cercando di fare leva sulla razionalitá che le viene dall’educazione e dalla cultura. Lo sforzo di autoanalisi diventa incessante e vi si aggrappa. Come spesso accade, l’isolamento finisce per lenire la sofferenza della solitudine. E lei si isola; cerca la campagna inglese e decide di addestrare un’astore femmina, notoriamente uno dei rapaci più ostici. Anche White seguì una traiettoria simile. Il parallelo è esplicito in Io e Mabel.

Da qui i fili si intrecciano perchê Io e Mabel, la storia di Helen Macdonald durante la lunga fase di addestramento dell’astore, si mescola e si confonde con L’astore di White, tanto che spesso verrebbe da pensare che un titolo Io e l’astore sarebbe stato più evocativo dei diversi piani narrativi e della fusione delle due storie (il titolo originale è H for Hawk, che gioca con l’ambiguità di H come prima lettera di Helen e Hawk, falco). Helen si ispira alla storia di White come esempio negativo nell’addestramento di un astore, e di conseguenza lei si comporterà com Mabel in modo opposto di quanto fece White con Gos. Con risultati assai migliori. Ma il piano narrativo dell’addestramento parallelo dei due astori non è che l’espediente per innestare nella storia altri piani. Quello personale dei due autori, quello esistenziale di Helen, quello sociale dei due momenti storici diversi ma entrambi di crisi, perfino quello dei due astori, maschio e femmina con destini che in alcuni punti si avvicinano per poi allontanarsi, ed anche il piano della visione distorta del mondo, delle persone e dell’esistenza dovuta allo stato di sofferenza.

Dal punto di vista letterario uno dei grandi pregi del libro è proprio questo mescolare due fiumi narrativi provenienti da libri differenti, con le acque torbide di uno che penetrano nelle acque chiare dell’altro. Anche le figure retoriche si ibridano tanto che a un certo punto non è più chiaro se il percorso di sofferenza di Helen cerca sollievo nel rileggere le pagine che descrivono il fallimento del percorso di sofferenza di White, oppure se, al contrario, trovandosi nella fase della vita nella quale al dolore non c’è sollievo, il ricordo delle antiche critiche, quasi il disprezzo che riservò un tempo a White, non risultino ora in un senso di vicinanza e di comprensione invece per le difficoltà talvolta grottesche nelle quali White si perse durante l’addestramento dell’astore.

Helen protagonista della storia è una giovane donna brillante, colta, sensibile che tenta di rimettere insieme i pezzi sparsi del proprio essere. Mabel diventa una figura mitologica di una cosmogonia pagana, quindi divina nella natura, ma molto umana nei gesti, negli effetti pratici e nelle necessità che impone. L’astore si trasforma nell’ideale irraggiungibile, la creatura che non può essere che unitaria oppure non è. La creatura ferina che reagisce al presente in modo totalmente spontaneo, imprevedibile, insondabile nella sua impenetrabilità perfetta. La creatura che conosce paura, rabbia, eccitazione, gioia, ma non può conoscere depressione e distacco da sé della propria coscienza. Per chi ha conosciuto gli effetti della depressione tutto questo credo che suoni perfettamente comprensibile.

Parallelamente a questo, l’astore è però anche un animale spietato che divora pulcini e conigli, imbratta di sterco, costringe Helen a rincorrerlo nella campagna, a sconfinare in tenute di caccia private e a rendersi la spalla nelle sue battute di caccia, aiutandolo a stanare inermi conigli e fagiani da siepi di rovi. Quindi, a fianco della narrazione intimista dello stato di sofferenza personale, corre la narrazione avventurosa della vita con il rapace selvatico. A queste due linee narrative si aggiunge la terza: l’inseguimento della storia di White narrata decenni prima. La combinazione delle linee è strepitosamente efficace.

Io e Mabel è uno di quelli libri nati per piacere, in modo quasi inevitabile. Diretto, coinvolgente, affascinante, enigmatico, dolce, intelligente, doloroso. Sono tanti gli aggettivi che si possono mettere in fila in questo caso.

Bello davvero. Anche la traduzione di Anna Rusconi è perfetta per stile, tono e ritmo.
In tandem con L’astore di T.W. White diventa un tutt’uno incantevolmente bello.

Astore doveva essere. E quel che successe dopo fu: i miei occhi iniziarono a evitare un libro sullo scaffale di fianco alla mia scrivania. Da principio fu solo un punto cieco, un tic, un battito di palpebre; poi una specie di cispa nell’angolo dell’occhio. Il mio sguardo correva oltre il libro in questione con un piccolo guizzo di fastidio che non riuscivo tanto a spiegarmi. Ben presto mi fu impossibile sedere alla scrivania senza percepirne costantemente la presenza. Secondo ripiano dal basso. Copertina di tela rossa. Scritta argentata sul dorso. The Goshawk, di T.H. White. L’astore.

  

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Questa voce è stata pubblicata il 1 aprile 2017 da in Autori, Editori, Einaudi, Macdonald, Helen con tag , , , .

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