2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Galizia – Martin Pollack

GALIZIA – Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa
Martin Pollack
Traduzione di Fabio Cremonesi
Keller 2017

Ho lasciato passare alcune settimane prima di decidermi a scrivere qualche commento riguardo a Galizia, il reportage di Martin Pollack, secondo titolo di questo autore dopo Paesaggi contaminati.
Mi è servito del tempo per ricapitolare due pensieri, o impressioni, discordanti, solo apparentemente discordanti, come alla fine ho stabilito. Riflettere sui miei pensieri discordanti, e non discordanti solo secondo un vezzo deduttivo, ma discordanti in maniera molto concreta perfino epidermica, così sembravano fino alla ricapitolazione, è stato piacevole. Questo dal mio punto di vista è uno dei meriti di Galizia.
È ora che dichiari quali erano i pensieri o impressioni discordanti.

Il primo è la constatazione di un reportage minuzioso e anche una ricostruzione storica dettagliatissima di regioni d’Europa per noi sempre avvolte da una cortina di mistero. La Galizia di cui si parla, insieme alla Bucovina, sono regioni ora divise tra Polonia e Ucraina, a nord-est  dei Carpazi, regioni un tempo appartenenti all’impero austro-ungarico. Storicamente sono state, semplificando, l’ultima propaggine di Mitteleuropa a oriente, prima dei territori russi.

Sono regioni remote, Leopoli è il centro principale, crogiolo di culture differenti e zone d’influenza, ma dalle profonde radici europee, a cui la storia ha assegnato il ruolo non fortunato di piccolo vaso di coccio in mezzo allo scontro dei due giganti del Novecento europeo. La storia tragica del Novecento ha letteralmente spazzato via la Galizia e la Bucovina con una furia forse ineguagliata in nessun’altra regione d’Europa. Per questi motivi, il saggio di Pollack ha una voce quasi sacrale, come a volere riesumare memorie troppo presto andate perdute, troppo velocemente finite fuori dal cono di luce dell’attenzione degli europei, per ricordare della vita che esisteva tra quelle montagne scoscese e valli fertili, incrocio di piste e tradizioni, centri culturali mondani e intellettuali che hanno prodotto alcune grandi voci europee. La Galizia e la Bucovina erano melting pot culturali straordinari, con una profonda vena tedesca che correva lungo tutti i territori, intersecata dall’influenza polacca proveniente da nord-ovest, dagli echi della corte viennese e dei ritrovi culturali della capitale dell’impero, coi profumi ottomani che risalivano da sud-est e perfino reminiscenze arcaiche di orde mongole che in quelle valli avevano trovato la resistenza insormontabile che aveva interrotto la cavalcata verso Vienna. In più gli ebrei, in ogni valle, villaggio e città della Galizia e Bucovina, la popolazione ebraica era numerosa come in nessun’altra regione europea. Quelle erano regioni di shtetl isolati, ma anche di borghesia e imprenditoria ebraica nelle città, contadini ebraici nelle campagne, scuole ebraiche insieme a quelle polacche e a quelle tedesche a spartirsi le influenze culturali. La Galizia e la Bucovina erano la terra degli ebrei prima del sionismo. Non è rimasto niente e nessuno, in sostanza, dopo che la violenza si è scatenata. Anche per questo la storia di queste ragioni è un pezzo fondamentale della nostra storia di europei.

Questo è il primo pensiero o impressione. Il secondo è la noia.
Leggere Galizia è stato noioso, perfino noiosissimo talvolta. Il tono sommesso di Pollack accompagna un viaggio monotono che avanza a velocità costante per tappe ravvicinate. L’autore non prova mai a salire di tono, enfatizzando o colorando a tinte forti, nemmeno cerca l’aneddoto che stimola la curiosità o la biografia del personaggio emblematico. Scandaglia con metodicità scientifica le regioni, paese dopo paese, valle dopo valle, descrivendone la morfologia, come appare, poi dettagliando la storia. Ma dopo aver attraversato qualche paese, percorso qualche decina di chilometri e ricevuto notizie su quella certa valle o quel certo villaggio, poi il racconto sembra riflettere una monotonia innata, ogni valle sembra la stessa di quella di prima, ogni paese si somiglia per storia, cultura, tragedia, scomparsa. Galizia e Bucovina sembrano sempre più luoghi pervasi da una noia mortifera – la sensazione imbarazza, ovviamente, conoscendo quanta morte abbia attraversato quei luoghi -, tedio invincibile, lontananza da qualunque centro europeo vibrante e assenza di ogni stimolo culturale che non ria un lontano riverbero. Più Pollack procede nel suo reportage, più un gusto amaro sale in bocca al pensiero di quei villaggi e città stretti tra montagne aspre, fosche boscaglie e un destino di isolamento. La monotonia sembra aver ucciso quei luoghi ancor prima della ferocia degli uomini.

Ecco qua i due pensieri o impressioni discordanti che mi sono trovato a osservare e che, così come erano emersi, non potevano stare insieme. Il piacere intellettuale profondo della storia disvelata da Pollack non può tollerare una noia pervasiva. È mai possibile, mi chiedevo, far finta di non vedere la monotonia provocata dallo storico rigoroso ma esanime – già sperimentata anche in Paesaggi contaminati  per non rischiare di sminuire il valore innegabile dei lavori di Martin Pollack? Basti solo pensare alle testimonianze che porta Pollack sull’uso dello yiddish da parte degli ebrei di Galizia, uno spaccato straordinario di storia scevra dalla retorica ideologica tipica delle ricostruzioni successive.

Voi capite quindi l’assillo che m’inquietava. Sarebbe stato fin troppo facile nascondere la noia e sottolineare l’accuratezza magistrale dello storico. Fin troppo scontato e impersonale. Eppure la noia c’era stata, come una presenza fissa che mi aveva accompagnato per molte pagine, la percepivo non appena prendevo in mano Galizia. Quindi che fare?

Mi ha aiutato Claudio Magris, che firma la postfazione all’opera. Un pezzo “à la Magris”, per così dire, coltissimo ma anche appassionato proprio di quella Mitteleuropa che Pollack descrive, cesellato di dettagli, fitto di parole in un fraseggio fitto e sommesso, un fiume di erudizione e affabulazione che conosciamo bene per la fama dell’autore. Anche Magris a me ha spesso annoiato, pensavo, eppure questo non ha mai nemmeno per un attimo scalfito il valore che gli attribuivo e il piacere sottilmente intellettuale nel leggere quelle storie dense di storia d’Europa. Rileggendo la postfazione di Magris ho iniziato a ricapitolare i due pensieri discordanti che hanno accompagnato le mie letture di Pollack, Galizia e Paesaggi contaminati.

Storia come incessante, periglioso e talora sanguinoso trasloco di popoli e di povere masserizie salvate dai terremoti che le hanno sepolte. Viaggio in terre promesse e in inferi della morte, in cui ci si porta dietro solo se stessi e talora perdendo se stessi. Viaggi negli idilli e nelle bufere del mondo e negli abissi della mente e del cuore.

Viaggi nella mente e nel cuore. Nella postfazione di Magris ho infine trovato il filo conduttore che cercavo, per ritornare a Bruno Schultz e le sue meravigliose botteghe color cannella che attraversano come un lampo di colore la narrazione di Galizia, per ripercorrere le rotte di Pollack e provare a immedesimarsi in questo cronista austero e rigoroso che viaggia per valli e paesi anonimi, apparentemente tutti uguali, conscio però che gli basta scavare anche solo un poco lo strato superficiale che li ricopre per disvelare gli abissi della mente e del cuore. Facilmente avrebbe potuto mettere in fila aneddoti e storie eclatanti, avrebbe potuto aumentare i toni tragici e anche quelli grotteschi, avrebbe potuto raccontare la storia coi colori della commedia. Invece li racconta con quelli della monotonia, della descrizione metodica e analitica, senza coinvolgimento emotivo apparente.

E alla fine l’ho capito, ho capito perché non aveva scelto diversamente, perché imponeva tedio invece di eccitazione, ho capito perché Magris scrive una postfazione che fa di tutto per trasmettere entusiasmo e apprezzamento, ho capito perché era giusto non fingere che la noia non ci fosse stata, fingere l’eccitazione superficiale di chi deve esternare gesticolando ogni piacere.
Alla fine ho capito che i due pensieri dovevano stare insieme, il piacere di un grande pezzo di storia dimenticata con il tedio per la monotonia dei fatti, per l’assenza di epica del crogiolo di popoli e culture, per l’antiretorica di un destino tragico e spaventoso, per il rifiuto di ogni spettacolarizzazione, ogni teatralità, ogni letteratura quando a parlare doveva essere solo la voce del ricordo disvelato. Una voce che deve riecheggiare dietro gli occhi senza turbare il silenzio immobile.

Non ci sono eroi in Galizia, nemmeno uno, a ripensarci l’assenza produce un rombo, un ringhio, e mi accorgo di quanto Pollack abbia in realtà osato nel rifiutarsi, cocciutamente, di sfamare l’abitudine alla commedia che pervade molti lettori, me incluso.

Il tedio nella lettura scoraggia solo i lettori mediocri, così come la fatica nel gesto atletico scoraggia solo i pigri, per non dire della vergogna nei rapporti intimi o il dubbio nei ragionamenti etici. Ci sono soglie da attraversare per accedere a certi piaceri.
Galizia è uno splendido saggio, coraggioso, che rivela un pezzo dimenticato della nostra storia.

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7 commenti su “Galizia – Martin Pollack

  1. Maurizio Mancini
    6 maggio 2017

    questo fa per me…grazie per avermelo fatto conoscere.

    • 2000battute
      7 maggio 2017

      Merita molto. Non è lettura per chi cerca intrattenimento e leggerezza, ma è lettura di grande valore.

  2. Transit
    6 maggio 2017

    Uno degli ultimi

    C’è o non c’è, s’inerpica nelle evanescenze della gabbia toracica. E langue e grida in silenzio e s’attorciglia nello stomaco: s’acquatta, e smorto riluce, svanisce e compare sconosciuto, sgombera lentissimo, bofonchia nella stiva del cuore, martella a ritroso, bivacca randagio, s’inquieta, svetta sulle labbra e smarrito, o appena vittorioso, attraversa le quattro stagioni. Amore è seguito da un ombra che si chiama Amore. E, in un modo o nell’altro, tra l’amore e l’ombra metto l’acqua.

  3. Transit
    6 maggio 2017

    Grazie, ti seguo sempre. Oltre a leggere, negli ultimi mesi, ho iniziato a scrivere a cascata la cosiddetta scrittura creativa. Bisogna sempre leggere, altrove però, quando si scrive, deve emergere, non ciò che hai letto, bensì la tua voce, narrativa e poetica, che tra l’altro non è detto che sia la tua voce in calce. In questo senso bisogna interiorizzare le voci che declinano nel silenzio, tutt’al più immortalate a quintali in foto e immagini di consumismo quotidiano.

  4. Transit
    6 maggio 2017

    Io ai pensieri faccio dei discorsi che i pensieri mi guardano e ci rimangono di stucco. Poi, anch’io cerco di vederci chiaro e allora prendo le distanze da questi pensieri che sono di fuoco o di ghiaccio o come i cani che quando li accarezzi ti leccano sulle mani e persino in faccia e sulle labbra, allora i pensieri si esaltano o si intimidiscono un poco, oppure sono indecisi nel loro divenire o regrediscono. Invece i pensieri diventati di stucco, io li posso guardare in faccia per ore, giorni, mesi anni. Poi, basta passo appresso come passano i giorni e le notti o come i post dei blog. Però, i pensieri più insidiosi che mi uccidono in alcune parti del corpo, sono i pensieri dialettici che somigliano alle nuvole, ai colori cangianti del cielo, a delle catene e alle anguille. I pensieri anguille sgusciano da tutte le parti come acqua di fonte o che scende giù dalle cascate. Però, i pensieri mi vengono vicino e si stringono come innamorati e si appressano e mi carezzano e mi baciano con la delicatezza di un venticello di primavera e così ci facciamo pure una passeggiata lungo il mare.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 maggio 2017 da in Autori, Editori, Keller, Pollack, Martin con tag , , , , .

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