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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Il sacrificio del fuoco – Albrecht Goes

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IL SACRIFICIO DEL FUOCO
Albrecht Goes
Traduzione di Giada D’Elia
Giuntina 2017

Si parla di ebrei e deportazioni nella Germania nazista con uno sguardo dal livello della strada, lo sguardo di una donna tedesca, moglie del proprietario di una semplice macelleria.

Si potrebbe commentare dicendo che è l’ennesimo libro che parla di ebrei e nazisti e dei tormenti che subirono i primi per mano dei secondi. In effetti è così, ancora un libro che parla di quello, quando ormai non tanto la memoria, ma il sentimento di quei fatti e di quel tempo si sta spegnendo. È appena trascorsa l’annuale celebrazione della Giornata della Memoria con la sincera condivisione da parte di molti, ma anche con la sua carica di ipocrisia e di strumentalizzazione. Eppure è solo di memoria che si parla, non già del sentimento, come se bastasse avere cognizione dei fatti per mantenere viva un’emozione. Non basta, si sa. La memoria è una trascrizione della Storia, con tutti i suoi aggiustamenti, omissioni e distorsioni. Non è un sentire l’emozione dei fatti, non necessariamente, anche se certo ne è un prerequisito. Ci si accontenta del prerequisito, della concettualizzazione cerebrale, abdicando alla vita che si sprigiona dalle viscere quando i fatti sono parte del metabolismo. Forse è il massimo che si può fare.

Quello che penso dopo aver letto Il sacrificio del fuoco è di appartenere all’ultima generazione (disgraziata, per molte ragioni) che dell’orrore nazista conserva un’emozione, non soltanto, quando va bene, una memoria storica, in quanto siamo i figli o i nipoti degli ultimi che ne hanno avuto testimonianza diretta e per questo gli ultimi cresciuti immersi in un’atmosfera ancora carica dell’eco di quei fatti, un’atmosfera nella quale l’emozione era viva, faceva parte del racconto familiare, delle canzoni alla scuola elementare, delle letture che si pensava formassero un bambino, degli sguardi delle persone quando si rievocavano quei fatti e anche delle omissioni pudiche. Siamo gli ultimi ancora legati indissolubilmente al Novecento e spesso alla deriva negli anni Duemila. Siamo fossili viventi, in poche parole.

Quell’emozione non esiste più nell’atmosfera nella quale oggi conduciamo le nostre vite. Esistono le celebrazioni e i servizi giornalistici ripetitivi e svogliati. L’orrore nazista ora è catalogato come fatto tragico tanto quanto lo fu la carneficina della prima guerra mondiale o il genocidio armeno, le stragi sovietiche o dei nativi americani. La nostra memoria storica ricorda quell’epoca come fa con i moti risorgimentali o la Comune di Parigi, i sognatori anarchici di fine Ottocento o la rivoluzione bolscevica. “Nazista” e “fascista” si moltiplicano come epiteti nei discorsi superficiali e vacui della chiacchiera ininterrotta dei presuntuosi, ma valgono tanto quanto i “figa” e i “cazzo” per la capacità di discutere di sesso. Di tutti quegli avvenimenti tumultuosi, l’emozione che provavano quelli che ne avevano respirato l’atmosfera ancora piena della polvere sollevata è persa, resta solo la storia, quando va bene.

Il sacrificio del fuoco venne pubblicato nel 1954 col titolo Das Brandopfer che in inglese è stato tradotto con The Burnt Offer, un richiamo a una pira sacrificale pagana, e che rappresenta anche l’esatta etimologia greca del termine “olocausto” (da notare che nel 1954 il termine “olocausto” per designare il genocidio ebraico non era ancora in uso). Nella letteratura tedesca rappresenta uno dei primi testi nei quali viene esplicitamente rappresentato il senso di colpa e di espiazione individuale, meno di una nazione come successivamente spesso descritto (dal libro venne tratto un film per la tv nel 1962 dal titolo “Der Schlaf der Gerechten”, per la regia di Rolf Hädrich). Non c’è una vera dimensione politica nel racconto di Goes che si raccoglie invece in una dimensione intima, umanistica. Il fallimento e la colpa sono sentimenti che schiacciano la coscienza dell’uomo e della donna tedesca nella propria spettrale solitudine, è una visione spirituale quella di Goes, seppure in assenza di un divino, anzi, in presenza di un rogo che vorrebbe condannare l’uomo e il divino. Ma Goes era uomo religioso o forse solo non del tutto cinico, da qui l’amore come l’unica possibilità di salvezza dal fuoco.

Il racconto è pura emozione, è una allegoria concisa, tesa, essenziale, dell’emozione che pervadeva l’animo e la mente di chi aveva vissuto quei giorni, quel tempo. Non è solo memoria o solo storia, non è nemmeno solo letteratura o arte. È la trascrizione di un sentimento profondo e assoluto, che segna per sempre la vita di chi lo prova.

Lo sguardo di Goes, che ha affinità con Malamud de Il commesso, è lo sguardo di colui che sa di avere a disposizione poche parole, un’immagine o poco più, per descrivere l’indicibile, la consapevolezza della morte, di chi va e di chi resta, dell’innocente e del colpevole. L’immagine che sceglie è una carrozzina vuota e colpisce il lettore fino a piegarlo, senza fiato, impietrito.

Note:
– di Albrecht Goes ricordo anche l’altrettanto bello Notte inquieta.

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Questa voce è stata pubblicata il 11 febbraio 2017 da in Autori, Editori, Giuntina, Goes, Albrecht con tag , , , .

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