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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Satantango – László Krasznahorkai

satantango

SATANTANGO
László Krasznahorkai
Traduzione di Dóra Várnai
Bompiani 2016

In tutta la sua possente oscurità si squaderna, come di cupa boscaglia, convegni di storpi, inclemenza del cielo e valli di fango. Satantango è un grande libro di un grande scrittore, dei più ostici, inclementi e spiritati che si riesca ancora a incontrare in questi tempi lividi per troppa luce e troppa banalità.

Qualcuno accosta Krasznahorkai ad assoluti letterari come Bernhard e Kafka, è una reazione istintiva e primordiale quella di cercare paragoni e riferimenti quando di un oggetto non si riesce a comprendere del tutto i contorni, gli umani temono gli assoluti pur facendosene continuamente stregare, e per questo i paragoni non vanno disprezzati né accettati, vanno osservati come si può osservare una propria mano o un piede, sono parti di noi e sono entità estranee allo stesso tempo.

È un legame indissolubile e inaccettabile quello tra appartenenza ed estraneità.

Krasznahorkai non è Bernhard e non è Kafka, naturalmente, e neppure Gombrowicz o Beckett, ma è anche parte di essi, come ognuno di quegli scrittori lo sono degli altri. Si compenetrano e si respingono allo stesso tempo, si riflettono uno sull’altro, moltiplicandosi e distorcendosi, storpiandosi, diventando ognuno l’immagine mostruosa di se stesso cresciuta come un fungo sull’immagine dell’altro. Per questo c’è Bernhard e Kafka e Beckett in Krasznahorkai e non c’è nessuno di questi, se volete potete seguirne le tracce, le briciole disseminate fino a diventare strabici, quando non vedrete più nulla, neppure le montagne e le valli.
C’è in ognuno di questi scrittori una forma di disprezzo e dipendenza verso i lettori, indissolubile e insopportabile. Mai amore o vicinanza o affetto, espressioni di un sentimentalismo inespressivo. Questo pone un dilemma, che potremmo anche chiamare il dilemma del lettore dei grandi scrittori delle grandi oscurità. Due possibilità e solo due sono date: per essere lettori di tali scrittori è indispensabile accettare la condizione umiliante del minorato, oppure volendo mantenere la propria postura eretta e dignità di borghese, si deve accettare un muro invalicabile di senso.

Krasznahorkai costruisce muri di senso in continuazione, in Satantango come anche in Melancolia della resistenza. Lo fa raccogliendo l’immaginario tradizionale dell’Europa orientale disintegrata dall’essere in mezzo a un guado tra la fine di una oscurità e l’inizio di un’altra. La sua prosa insistentemente sfaccettata costringe ad apnee prolungate e isolamenti innaturali, i personaggi sono caricature di storpi e deficienti, dei minorati appunto, specchio dei lettori, disprezzati e indispensabili per l’espressione artistica, tutto e tutti sono immersi nella Natura, anch’essa scarnificata e ridotta a mero paesaggio, a contenitore di oscurità. Se Melancolia della resistenza era notturno, livido e magico – magico nel senso di negromantico però, non di fatato – Satantango è altrettanto livido e negromantico, ma è soprattutto fangoso. È il fango a riempire ogni pagina e ogni personaggio di Satantango. Un fango irreale che ricopre il mondo nel quale si muovono i protagonisti della storia, ricopre gli stessi protagonisti che nel fango cadono e si rotolano come maiali pazzi, il fango emerge anche nella prosa di Krasznahorkai che è duttile e opaca come melma. È il fango l’immagine quasi spirituale che Krasznahorkai evoca come paradigma del destino umano. Un fango onnipresente, immanente e circolare come la trama di Satantango, che si rivela essere un gioco escheriano, prodotto dalla penna che disegna se stessa.

Non aspettatevi quindi linearità, spiegazioni o narrazione, niente di tutto questo vi è dovuto. Satantango deve il suo nome a un tango demoniaco suonato nella notte dell’attesa del falso profeta, l’idolo cialtrone e pezzente che il gruppo di reduci dello stabilimento in sfacelo brama riunito nella bettola. È un tango orgiastico che i pazzi miserabili danzano con la frenesia di bestie e segue l’episodio della bambina ritardata, il cuore negromantico del libro. Si sa che in un mondo di pazzi sono i meno pazzi di tutti quelli additati come pazzi e il terrore della bambina persa nella notte e nel fango è l’unica traccia di una possibile via d’uscita, l’unico sentimento reale che trapela e si smorza subito.

Satantango è stato atteso a lungo in edizione italiana – fu scritto nel 1985 – e ripensando al 2016 mi piace ricordarlo insieme a quell’altro grande libro lungamente atteso che è stato Il deserto di Jorge Baron Biza, pure lui scrittore della grande oscurità e del tutto indifferente nei confronti delle debolezze dei lettori.

Una mattina di fine ottobre, non molto prima che sul terreno screpolato e salmastro a ovest dello stabilimento cominciassero a cadere le prime gocce delle interminabili e inesorabili piogge autunnali (il fetido mare di fango che si sarebbe creato avrebbe poi reso impraticabili i sentieri campestri e quindi irraggiungibile la città fino all’arrivo delle prime gelate), Futaki venne svegliato dai rintocchi di una campana.

Inizia così e non vi lascia capire nulla di quello che significa.

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6 commenti su “Satantango – László Krasznahorkai

  1. karenina
    14 marzo 2017

    Mi sono venuti i reumatismi ma è un gran libro, che dire dei ragni invisibili? E a tratti anche buffo (pochi momenti ma esilaranti, la traduzione del rapporto è un pezzo di bravura).

    • 2000battute
      14 marzo 2017

      I ragni invisibili. Mi è venuta voglia di rileggerlo

  2. beatrice
    3 febbraio 2017

    E’ un narrare che trascina come un fiume di fango, quello stesso che invischia i protagonisti, tenendoli schiavi di un grigiore, una miseria, un decadimento fisico e morale inarrestabile. Il sole non è destinato a sorgere, il fango a disseccarsi, la terra a rifiorire, come le speranze dell’uomo, che naufragano definitivamente al suono che ritorna delle campane …
    Lo ritengo un buon libro (io che amo gli scrittori dell’Europa dell’est), sia nella lingua che nell’intreccio. L’ho letto davvero con molto piacere.
    Grazie del suggerimento

    • 2000battute
      3 febbraio 2017

      Sono contento che questo libro ti sia piaciuto

  3. Lars W. Vencelowe
    15 gennaio 2017

    Vero, verissimo. Tutto condivisibile a partire dai “tempi lividi per troppa luce e troppa banalità”, cui aggiungerei anche la poca curiosità di editori e lettori nell’andare a cercare voci fuori dal coro, visto che la grande letteratura sembra aver spostato il baricentro in periferia ma pochi sembrano essersene accorti.
    Concordo, ovviamente, anche sul fango come elemento forte, una costante che contribuisce ad appesantire i movimenti del personaggi del libro (splendida eccezione la bellissima figura della bambina che – poeticamente – vola su tutto e tutti).
    Aggiungerei, di mio, che Satantango è un libro originale anche nel suo essere senza “centro”: un’opera corale priva di un protagonista che tenga insieme il tutto, un racconto caratterizzato da una di pluralità di punti di vista con un approfondimento e una caratterizzazione dei singoli personaggi tipici della grande letteratura.

    • 2000battute
      15 gennaio 2017

      Hai ragione, è senza centro, è importante notarlo.

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Questa voce è stata pubblicata il 14 gennaio 2017 da in Autori, Bompiani, Editori, Krasznahorkai, László con tag , , , , .

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