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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Nella casa del pianista – Jan Brokken

pianista

NELLA CASA DEL PIANISTA
Jan Brokken
Traduzione di Claudia Di Palermo
Iperborea 2011

Il giusto successo di quel meraviglioso e misterioso libro che è Anime baltiche ha acceso un faro su Jan Brokken in quanto autore in grado di sorprendere per la capacità di scrivere qualcosa di quasi del tutto nuovo, una partitura perfetta di storia, reportage, romanzo, biografia, viaggio, racconto.
È comprensibile quindi che la fama si riverberasse anche sul libro precedente di Brokken, questo Nella casa del pianista, del 2008, improvvisamente oggetto di curiosità e opportunamente ristampato con nuova veste grafica.

Nella casa del pianista è il racconto, molto romanzato, che Brokken fa della vita di Youri Egorov, talentuoso pianista russo esule in Olanda e morto di AIDS nel 1988 a 34 anni. Brokken ne fu amico e ne condivise esperienze e stagioni. Sono diversi i commenti entusiasti e gonfi di emotività dedicati a questo libro che rievoca la parabola di colui che fu cometa prima brillantissima per talento, voglia di vivere e di godere la propria natura, poi inevitabilmente tragica. Io di tutto questo non sapevo nulla quando ho preso il libro molti mesi fa e ancora nulla sapevo quando ho iniziato a leggerlo poco tempo fa. Come d’abitudine, pigrizia e presunzione, mi astengo dal cercare opinioni su un libro quando già mi basta quella che ho. E dopo Anime baltiche avevo un’opinione inscalfibile.

Nella casa del pianista è lungo 429 pagine. Sono arrivato a metà in modo diligente. Poi l’ho chiuso, c’ho pensato un po’ e ho fatto una cosa che non faccio praticamente mai: sono saltato avanti leggendo stralci di qua e di là per capire come procedeva, se cambiava registro, se c’erano sterzate, insomma se potevo attendermi qualcosa di diverso. L’ho richiuso definitivamente e ora sono qui.

Brokken costruisce una storia che mescola biografia ad autobiografia e che si sostiene se si verifica una precisa condizione: il lettore entra in forte empatia con il personaggio tragico-mondano della star, lasciandosi trasportare dall’emozione di una vita effimera. Questa è la condizione. Se si verifica allora Nella casa del pianista funziona ed emoziona Se invece non si verifica allora Nella casa del pianista risulta noioso in maniera insopportabile e pieno di difetti che saltano all’occhio cinico del disamorato.

Come avrete intuito, questo secondo caso è quello che mi riguarda.
Dal mio punto di vista di lettore per nulla entrato in empatia con il personaggio e per niente commosso dall’enfasi sentimentalista di Brokken, la presunta vita in presa diretta di Youri Egorov, presuntamente ricostruita in ogni minimo dettaglio, perfino nei dialoghi più insignificanti, da una senza dubbio prodigiosa memoria di Brokken è un esercizio letterario che risulta futile e tendenzialmente narciso-voyerista. In più, lo stile di Brokken mi appare frivolo come un programma televisivo pomeridiano per l’uso disinibito della chiacchiera circolare. Insiste fino allo stremo sull’omosessualità di Egorov e del gruppo di amici che ne frequentano la casa con una prolissità narrativa degna di un rotocalco(Brokken non lo è), indugia poi in tutti gli stereotipi del personaggio letterario gay; Egorov da un lato viene innalzato a genio pianistico impareggiabile (sospetto con un buon margine di esagerazione) ripetendo infinite volte la descrizione della sua tecnica, dall’altro è presentato come una checca isterica, incontrollabilmente vanitoso, sessualmente insaziabile, dispotico, ma proprio per questo adorato e riverito come una prima dama dallo stesso Brokken e dalla corte che lo circondava.

L’atmosfera che Brokken ricostruisce è quella di una star musicale dal passato cupo e opprimente, vissuta brevemente all’apice dell’euforia degli anni Ottanta, superficiale e superficiali, narcisa e narcisi, tra improvvisi lussi, sfarzi, eccessi divenuti banalità e alla scoperta di una nuova forma di disperazione per il vuoto esistenziale che via via si andava allargando. Niente di nuovo quindi per il lettore anaffettivo e antipatico, anzi, una processione di caricature in un diluvio di inutili dettagli di vita quotidiana e dialoghi senza scopo se non quello di riempire pagine su pagine di una biografia romanzata che spesso cela un’autobiografia non dichiarata e non richiesta.

In definitiva, dal mio punto di vista, un’opera pretenziosa ma modesta considerandone il valore letterario, che fa leva sul sentimentalismo spiccio e non riesce a trovare un guizzo di originalità, una cronaca probabilmente molto rielaborata e di certo celebrativa, ripetitiva, insistente, stereotipata, tutto sommato inutile.
Molto meglio rileggersi Piervittorio Tondelli, ad esempio, se si vuole fare un tuffo in quell’epoca.
Per quanto riguarda Jan Brokken è stata una fortuna non aver letto questo Nella casa del pianista quando uscì, prima di Anime baltiche, malissimo io a scegliere con superficialità. Ben mi sta.

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4 commenti su “Nella casa del pianista – Jan Brokken

  1. Maurizio Mancini
    23 dicembre 2016

    i Cosacchi si può leggere……buon Natale 2000!

    • 2000battute
      23 dicembre 2016

      Grazie. Buon Natale anche a te

  2. karenina
    17 dicembre 2016

    Accidenti, Anime baltiche mi era piaciuto molto, anzi credo proprio di averlo letto dopo essere passata di qua; ora ero tentata dai Cosacchi, mi sa che passo.

    • 2000battute
      17 dicembre 2016

      Sui Cosacchi ho il tuo stesso dubbio

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Questa voce è stata pubblicata il 17 dicembre 2016 da in Autori, Brokken, Jan, Editori, Iperborea con tag , , , , .

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