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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

I signori del cibo – Stefano Liberti

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I SIGNORI DEL CIBO – Viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta
Stefano Liberti
Minimum Fax 2016

Premessa
Considerato il tema sensibile che viene trattato e l’emotività che esso può sprigionare, l’autore di questo pezzo dichiara di non essere vegano, fruttariano o respiriano, ma neppure un banale vegetariano; di mangiare carne con moderazione, carboidrati con smoderazione, di non essere alcolizzato, di non aderire ai biodinamismo, al zerochilometrismo, alla globalizzazione e alla OMGizzazione; di provare scarso piacere nell’alimentarsi, nel bere birra, vino o spritz, dichiara altresì di nutrire poca stima verso gli animalisti, i cuochi superstar, l’editoria del genere cucina&diete, i cartesiani e i feuerbacchiani de no’antri. Ama la torta di mele e ha scritto in terza persona solo per farvi venire in mente domande inutili.

Ora posso iniziare, con un certo sollievo, parlando innanzitutto della crisi della filosofia e di come questa sia tornata molto utile a certi settori dell’economia. La filosofia moderna è in grave e profondissima crisi. Si sa. I filosofi moderni sono divisi tra quelli ormai ripiegatisi a fare gli storici di se stessi e quelli ripiegati su se stessi e basta, tranne rare e discutibili eccezioni. Florido e rigoglioso è invece l’uso strumentale e superficiale che certa industria, quella attenta a trovare modi sempre nuovi per condurre il gregge, fa di alcuni frammenti di filosofia, ma anche di scienza, a dire il vero. “Cogito ergo sum” e “Siamo ciò che mangiamo” sono due esempi lampanti di questa manovra di estrapolazione di frammenti di senso da un contesto storico-intellettuale ampio e complesso per farne slogan commerciali. Il cogitare cartesiano serve a dare spinta e giustificazione ai fiumi di fesserie su coscienza e autocoscienza che devono sostenere l’individualismo conformista del consumatore, mentre l’essere autoalimentante feuerbacchiano dona alla più animalesca delle nostre pulsioni un manto esistenzialista che i moderni umani, confusi e iperattivi, bramano con trepidante ansietà. Ecco qui il combinato disposto (che non ho ancora capito cosa voglia dire, ma dirlo è sicuro segno di barbosa inutilità) delle sagome di Cartesio e Feuerbach piazzate in vetrina come a dire Entrate e consumatevi, cari clienti. Sono giustificazioni, in fondo, alla innegabile superficialità che ci pervade, un po’ come l’immagine iconicamente commerciale di Einstein che fa la linguaccia serve a giustificare la nostra innegabile ignoranza.

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Fatta questa lunga e pretenziosa disamina, la cosa importante da dire è che Stefano Liberti ha scritto un ottimo saggio pur non dicendo molto di particolarmente nuovo, e forse neppure cercando per forza di dirlo. Ma il risultato è ancor più apprezzabile proprio per questa ragione: non è l’ennesimo libro che cerca di scioccare con le turpitudini segrete dell’industria alimentare a favore di una qualche ideologia o per sfamare il narcisismo dell’autore (à la Safran Foer, per dire). I signori del cibo è invece un testo molto ben documentato e argomentato sulle dinamiche economiche che si sono sviluppate nell’industria alimentare globale. È un testo interessante a prescindere dai gusti alimentari del lettore o dalle opinioni in merito alle questioni calde che riguardano l’alimentazione umana.

Stefano Liberti prende in considerazione quattro casi emblematici: l’allevamento dei suini, la coltivazione della soia, la pesca del tonno e l’industria del passato di pomodoro. Sono casi noti e documentati. Occorre un minimo livello di informazione per sapere che gli allevamenti intensivi di maiali hanno un impatto pesante sulle comunità locali; che le grandi coltivazioni di soia brasiliane sono responsabili di molta della deforestazione in Amazzonia; che la pesca indiscriminata del tonno lo sta portando all’estinzione; e infine che le coltivazioni di pomodori sono associate a sacche di illegalità e soprusi al limite della schiavitù. Basta aver letto di tanto in tanto le pagine non particolarmente informative dei nostri quotidiani per avere intercettato qualche reportage o notizia in merito a questi casi dell’industria alimentare. Quindi, non è l’effetto sorpresa quello che giustifica la lettura de I signori del cibo.

Quello che rende la lettura di questo saggio piacevole e utile è il grado di approfondimento dei temi. Il libro non si accontenta dell’aneddoto sensazionalista, ma esplora le diramazioni che si aprono per ognuno dei quattro casi considerati, spostando il punto di vista tra i diversi attori con lo spirito dell’analista invece di quello appassionato ma parziale dell’attivista. Quello che emerge dal saggio sono criticità innegabili che hanno molte cause e coinvolgono molti interessi.

Per l’allevamento intensivo dei suini il rapporto rovesciato tra USA e Cina rispetto al comune immaginario è il segno di un mondo che ha subito trasformazioni enormi e spesso non chiaramente percepibili quando viste dalla nostra prospettiva periferica.
Le sterminate coltivazioni di soia del nord-est brasiliano hanno anch’esse trame complesse con la Cina, con l’abbattimento delle barriere commerciali nei traffici mondiali e con la storia dell’economia brasiliana. La soia come alimento globale è la commodity alimentare per definizione e una misura della complessità dell’industria alimentare.
La pesca del tonno in tutti i mari del mondo, molto oltre alla sua sostenibilità insieme all’apparente folle politica dei prezzi del tonno in scatola, intreccia la storia dell’Africa e di molti fallimenti delle sue economie monoprodotto, con la politica di finanziamento alla pesca dell’Unione Europea, la leva economica della stipula di trattati internazionali e la cucina giapponese diventata moda globale. Il tutto sotto lo spettro di una possibile scoperta del tonno in scatola da parte dei cinesi, cosa che ne decreterebbe la fine pressoché istantanea.
Infine l’industria del passato di pomodoro, settore nel quale l’Italia è uno dei leader mondiali. Delle condizioni tremende nei campi pugliesi dove vivono gli immigrati africani impiegati nella raccolta, le cronache ne hanno spesso dato notizia. Per nulla note sono invece le conseguenze che l’industria globalizzata del pomodoro ha avuto sulle coltivazioni africane scivolate fuori mercato, i cui contadini sono spesso finiti nei campi pugliesi. Sono i paradossi di un’economia che intreccia flussi e dinamiche tra angoli del mondo solo apparentemente lontani.

È un bel saggio questo I signori del cibo, l’opposto dell’orrenda letteratura sul cibo che è sorta negli ultimi anni, prodotto di un lavoro notevole di raccolta di dati, interviste e analisi, offre molte informazioni senza strillare né soffiare sul fuoco del sensazionalismo. Quello che emerge è un mondo non sostenibile – e questo non è una sorpresa – nel quale però, con un lavoro accurato e molto spirito analitico, è possibile ascoltare la pluralità di voci, ripercorrere le cause e gli effetti, l’intreccio di condizioni che legano realtà remote e problemi solo apparentemente non correlati. È anche un mondo di destini incrociati tra popoli lontani e ignari gli uni degli altri, persone che nessuno ha mai interpellato né informato di quel che stava per accadere alle loro vite.

Niente è semplice, nessuna soluzione immediata è più a disposizione, ma capire è un primo passo indispensabile.

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2 commenti su “I signori del cibo – Stefano Liberti

  1. karenina
    5 dicembre 2016

    Dello stesso autore ho letto Land grabbing, documentato e puntuale; anche se mi dichiaro di parte, mi sembra che chiunque possa riconoscergli onestà intellettuale.

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Questa voce è stata pubblicata il 3 dicembre 2016 da in Autori, Editori, Liberti, Stefano, Minimum Fax con tag , , , , .

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