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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Zona – Mathias Énard

zona

ZONA
Mathias Énard
Traduzione di Yasmina Melaouah
Rizzoli 2011

Conoscete certamente il sollievo che si prova a essere stati capaci di rimediare a una falsa partenza, quel sentimento di calma soddisfatta che via via prende spazio laddove prima c’era tensione rognosa e delusione. È una bella sensazione. Più o meno quella che provo dopo aver letto Zona di Énard poche settimane dopo Bussola (Rizzoli accenta la E iniziale del cognome, E/O non lo fa).

Sono sollevato. Il mediocre tomo malriuscito di Bussola non dava merito a uno scrittore che invece di meriti letterari ne ha. La storia di Bussola è imbolsita da un eccessivo desiderio didascalico di mostrare le bellezze d’Oriente e la profondità dei legami tra le culture, oltre che da una insulsa lagna sentimentale. Però, ora lo riconosco, dietro al paravento della pedanteria c’era un tentativo ambizioso di costruzione letteraria che richiedeva di rappresentare il flusso del tempo e gli avvenimenti che da quello vengono trascinati in una corrente immodificabile che per nostra comodità chiamiamo Storia.
Bussola è un tentativo ambizioso fallito quanto Zona è stato un successo che ha dato meritata fama a Énard.

Considerata la mia scarsa simpatia nei confronti degli autoproclamati recensori nonché il disprezzo che nutro per la parola stessa “recensione”, rapidamente vi dico quello che è evidente a chiunque legga Zona. Manca la punteggiatura, la narrazione in prima persona è un unico monologo con rare interruzioni, la suddivisione in capitoli è utile solo ad alzarsi per svolgere attività fisiologiche, adempiere a dipendenze  o altri svaghi e, in complesso, la lettura di Énard è faticosa, lenta e ripetitiva. Su queste semplici constatazioni non aggiungo altro.

Mi interessa invece la storia di Zona e il rapporto che c’è tra questa, la scrittura di Énard e l’ambizione di raggiungere un livello di difficoltà stilistica insopportabile se riferito al canone della letteratura contemporanea. Énard, io penso, ambisce a essere uno scrittore post-contemporaneo. È un po’ come un atleta del salto con l’asta che voglia battere un record impiegando una tecnica di salto tutta personale. Se ci riesce è un eroe e un uomo volante che vince la gravità, la forza invincibile, se fallisce è un corpo che cade goffamente e che abbandona la pedana ingobbito. La differenza spesso la fanno solo pochi centimetri, talvolta millimetri, ma i risultati non potrebbero essere più diversi.

C’è una valigetta contenente informazioni segrete, voci che testimoniano della coscienza sporca degli stati d’Europa nei confronti dei bagni di sangue avvenuti nel Novecento, da vendere a emissari del Vaticano. C’è un viaggio in treno da Milano a Roma il cui tempo si dilata e si piega fino ad assumere la forma gelatinosa del monologo. La voce narrante è la voce della Storia nelle vesti di un ex-mercenario delle guerre balcaniche poi diventato trafficante d’armi verso il Medio Oriente poi arruolato come spia francese.

La valigetta è l’elemento più misterioso, ma centrale. Appare di sfuggita, di tanto in tanto la voce ne ricorda la presenza, essa è sempre là ammanettata al ripiano sopra il sedile dal quale proviene la voce, non viene mai aperta, non si sa esattamente quali documenti contenga, chi li abbia redatti. Quello che si sa è che contiene il male d’Europa. È un vaso di Pandora che viaggia verso Roma, verso lo scrigno inaccessibile della Chiesa Cattolica, grande madre e matrigna, custode e devota di ogni orrore. Quella valigetta non si deve aprire, solo consegnare in cambio di ricchezza e fortuna oppure distruggere nelle acque torbide del fiume della fondazione, là dove tutto è iniziato.

Il racconto è lungo, lento, faticoso, indolente, cinico, si intreccia con l’Italia che scorre dai finestrini del treno, le stazioni che si susseguono, incisi storici su fatti che accaddero in quella o in quell’altra città incontrata lungo la linea. Insieme al tempo del treno, immutabile nella gabbia di acciaio delle rotaie, scorre il tempo degli orrori d’Europa e della sua culla mediterranea, anch’esso immutabile stretto tra le montagne aspre dell’ex-Jugoslavia le pietraie mediorientali i campi di sterminio nazisti e i bistrot per alcolizzati di Parigi. Il terzo tempo che scorre insieme agli altri due è quello degli uomini e delle donne d’Europa, in questo caso impersonati dal narratore e dalle sue amanti e compagne, creature isolate, incomunicabili, paraventi amorosi a nascondere un odio rancoroso, sesso senza illusioni e senza gioia. Sono tre tempi diversi che si fondono in uno stesso viaggio che non ammette soste né deviazioni, un resoconto di solitudini, egoismi e barbarie che hanno fatto grande la storia d’Europa. La Zona è la nostra civiltà occidentale, nata e fiorita nel bacino del Mediterraneo, diventata la più grande e maestosa tra le culture, l’impero degli imperi, il dominus ineguagliabile, l’Europa generatrice degli dei che possiedono il mondo. Questo meraviglioso frutto degli uomini è la Zona. I suoi orrori senza fine e fondo viaggiano su un treno verso Roma chiusi in una valigetta.

Lasciate che una voce vi accompagni lungo un viaggio che non può ripetersi.
Molto bello il salto, intatta l’asticella più alta.

[…] sopra il mio sedile si trova la valigetta agganciata al portabagagli, chissà cosa contiene davvero, perché mai ho voluto documentare la Zona a partire da Harmen Gerbens l’ubriacone del Cairo, tutte quelle immagini, quei nomi, fino al mio, fino alla terribile foto della Bosnia, passando per i ricordi di Jasenovac, le folle di trucidati di Mauthausen, i documenti di Globocnik e di Stangl a Trieste, gli scatti di tortura di mio padre, i telegrammi ottomani cifrati indirizzati a Talaat Pasha, le liste spagnole delle fosse comuni di Valencia, i massacrati di Chatila, le risate di Alois Brunner il senila a Damasco, che riposino, che io riposi, giacché tutto sta per finire, giacché l’apocalisse si avvicina il riscaldamento o la glaciazione il deserto o il diluvio affiderò la mia arca personale agli specialisti dell’eternità e addio, il pazzo della stazione di Milano aveva ragione, un’ultima stretta di mano prima della fine del mondo, un ultimo contatto un ultimo scambio di dati e addio

Note:
– la traduzione di Yasmina Melaouah è splendida, viva, piena, talvolta sorprendente per fantasia, restituisce benissimo lo stile gelatinoso del narratore;
– ringrazio molto la persona che mi ha suggerito di non abbandonare Énard dopo la delusione di Bussola provando invece con Zona.

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6 commenti su “Zona – Mathias Énard

  1. Karenina
    28 giugno 2017

    Lo sto leggendo con gusto, poi ripasso a rivedere il tuo scritto.

    • 2000battute
      28 giugno 2017

      per un attimo ho temuto fosse quello che hanno da poco premiato

  2. Maurizio Mancini
    17 ottobre 2016

    anche senza punteggiatura si legge bene ed è molto interessante.
    ciao 2000

    • 2000battute
      18 ottobre 2016

      ah bene, sono contento che tu lo dica

  3. karenina
    17 ottobre 2016

    Sei riuscito ad incuriosirmi, ho un po’ di roba in attesa ma me lo segno.

    • 2000battute
      17 ottobre 2016

      ti avverto che può risultare irritante per come è scritto e per lo stile, però senz’altro questo molto meglio di Bussola, secondo me

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Questa voce è stata pubblicata il 15 ottobre 2016 da in Autori, Editori, Enard, Mathias, Rizzoli con tag , , , , .

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