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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

La storia dei miei denti – Valeria Luiselli

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LA STORIA DEI MIEI DENTI
Valeria Luiselli
Traduzione di Elisa Tramontin
La Nuova Frontiera 2016

Commento di Cornelio Nepote

Onorati cavalieri e immacolate creature lisergiche, talvolta la vita riserva delusioni che coprono un cielo fino a un attimo prima azzurro e ridente e un attimo dopo grigio come una polmonite e torvo come labbra che s’atteggiano. Fino a ieri ridevo felice all’amore, oggi l’animo mio si piega sotto una pioggia novembrina. Ricordo i giorni lievi, quando danzavo sul marciapiedi sorridendo al mondo, ora che mi aggiro strisciando le suole delle scarpe sformate. Di tanto in tanto, quando mi fermo esausto a riprendere fiato, il riflesso delle vetrine di pompe funebri mi regala il volto cianotico di un tisico che cammina senza meta e in cuor suo pensa che la città finirà per inghiottirlo. Mi accorgo di andar dietro a tutti i funerali che incontro e il malumore in certi momenti si fa insopportabile tanto da rendermi quasi pazzo fino a che devo aggrapparmi ai pali della luce o sdraiarmi sui passi carrai per impedirmi di correre per la via e strappare gli occhiali alla gente, buttarli in terra e schiacciarli con il tacco dello stivale. Ma non ho il coraggio di mettermi a mare e non possiedo pistola e pallottola. Mi chiamo Cornelio Nepote e soffro lamentosamente.

Lei mi ha tradito.
L’amavo e mi ha tradito.
L’avevo perdonata per essersi sposata con un orrendo scrittorucolo chicano pure vecchio.
L’aspettavo, appena avesse divorziato.
Ci saremmo sposati.
Io e lei, per sempre, nei millenni a venire.
Saremmo andati fin su Marte.
Mi ha tradito.
Lei. Noooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo…

Era dalla vigilia di Natale del 1975 quando mi apprestavo a leggere Horcynus Orca che non sospiravo tanto per un libro. Era il romanzo della mia amata, il fiore più bello dell’orto botanico, fiore di cactus, il profumo della mia vita, lei, la più adorabile in un mondo di soubrettine sciape. Io volevo che il mio amore scrosciasse in quelle pagine palpitanti passione e dolcezza.

E invece ho scoperto il tradimento più atroce. Quello consumato a freddo, con il coltello piantato durante l’estasi, la morte per crepacuore, il novembre piovoso che scende nell’anima.

Non riesco nemmeno a trovare le parole per dire cos’è questo, non so, libro… libro? Non so, sono confuso. Denti. Parla di denti. Anche, ma non solo di denti. E di un banditore di aste. Denti di Marylin Monroe e poi nomi, nomi angoscianti di scrittori che mi lampeggiavano negli occhi, cataratte in forma di nomi lampeggianti, e dopo scritte giappocinesi, chissà, forse incubi dragoneschi, cerimonie del tè tra morti scavallati dalle tombe, e ancora delle foto incomprensibili, dei segni, scatole, paragrafi titolati, simulati, bandi d’asta. Sono ricordi confusi di un orrore esistenziale che ho attraversato durante tutta la lunga confessione del tradimento. L’amore quando è vero amore è come una fortezza normanna, tozza, rocciosa, dall’aria inattaccabile. Se crolla lo fa un mattone alla volta, inesorabile, prima se ne stacca uno dalla cima, subito seguito da un altro, e un altro ancora, è un flusso inarrestabile di cadute che non s’ingrossa e non si prosciuga. È terribile quando finisce un amore, il tempo della distruzione della rocca che trascorre rumorosamente e impassibile al dolore, sordo alle suppliche di arrestarsi o almeno di avvenire in silenzio e velocemente.

Ho attraversato ogni pagina, letto ogni riga, ho soffermato lo sguardo su ogni parola di questa storia di lei che non è più lei, è un’altra, un’estranea, una scrittrice coniugata della borghesia newyorkese, forse compra pure le riviste femminili di moda, probabilmente va ai party con vista su Central Park, e ora dà alle stampe il suo secondo romanzo, molto arguto, molto ben pensato, intelligente e moderno. Da vera smart woman… si dice accussì?

Non era questa la promessa che ci eravamo fatti, non era questo che alimentava il nostro amore, non era l’ingranaggio della macchina, non erano le convenienze, le eleganze e le arguzie che nutrivano la passione. Era la promessa di non tradirci mai, nella buona e nella cattiva sorte, durante gli alti e i bassi della vita, nei periodi di depressione e in quelli di euforia. Era la promessa di non parlare se non si aveva niente da dire, quella di non scrivere solo per riempire delle pagine, quella di essere diversi perché si sarebbe scrutato nel proprio cuore invece di guardarsi attorno. Lei sarebbe diventata un poco napoletana e io un poco messicano, questa era la promessa. Era la felicità, io pensavo, io credevo, io sognavo. Io m’illudevo.

Tutto falso. Lei è diventata una newyorkese non una napoletana, una scrittrice americana, un’estranea, una macchina, un nome stampato su una copertina con in mezzo pagine argute, stirate, eleganti e sciocchine. Un oceano ha riempito lo spazio tra me e lei.

Addio Valeria. Ti amai. E ti ho perduta.

Cornelio N.

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2 commenti su “La storia dei miei denti – Valeria Luiselli

  1. karenina
    16 dicembre 2016

    Un’amica mi chiedeva di questo libro, ero sicura di aver letto qualcosa da qualche parte ma non ricordavo fosse qui, poi l’illuminazione! Posso dirle di soprassedere?

    • 2000battute
      16 dicembre 2016

      A me non è piaciuto, ma non so quanto posso essere rappresentativo. In ogni caso, le consiglierei uno dei due precedenti della Luiselli, migliori di quest’ultimo.

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Questa voce è stata pubblicata il 8 ottobre 2016 da in Autori, Editori, laNuovafrontiera, Luiselli, Valeria con tag , , , , .

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