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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Incantati dalla morte – Svetlana Aleksievič

incantati dalla morte

INCANTATI DALLA MORTE – Romanzo documentario
Svetlana Aleksievič
Traduzione di Sergio Rapetti
Edizioni E/O 2005

Premessa: pur intimamente considerando ogni premio letterario come una delle peggiori forme di corruzione dello spirito umano, nella stessa categoria del premio alla miglior Mamma Rifatta o del premio a chi mangia più hamburger (il premio alla Mamma Rifatta me l’ha suggerito Nepote, sostiene che esista sul serio), io ho molto apprezzato il riconoscimento dato a Svetlana Aleksievič. Per qualche motivo tra cui però non c’è il fatto di essere una donna. C’è il fatto invece di essere ex-sovietica e di scrivere sulla Russia contemporanea, il che è sempre meritevole di apprezzamento, a mio parere. C’è anche il fatto di non essere una scrittrice di romanzi ma di reportage, fatto questo che ha generato alcune polemiche cenciose da parte di presunti custodi dell’ortodossia dei Premi Nobel, in realtà perditempo senza arte né parte che abitualmente promuovono nullità letterarie e romanzacci spazzatura. Infine c’è tra i miei motivi di apprezzamento per Svetlana Aleksievič il fatto che spesso abbia fatto oggetto dei suoi libri la morte, condizione essenziale alla vita umana della quale mi pare sappia parlare senza tanti giri di parole o finti pietismi da madreterese. In ultimo, c’è il fatto che ha proprio una bella faccia da sessantenne russa (o bielorussa-ucraina, ma per me fa lo stesso).

Incantati dalla morte l’ho scelto per il titolo e per il contenuto: sono interviste-storie di suicidi, falliti o portati a buon fine. I russi si ammazzano. Molti russi lo fanno. Moltissimi. Se qualcuno ha letto lo stupendo reportage Febbre bianca di Jacek Hugo-Bander ne ha avuto una descrizione fulminante. In Unione Sovietica prima, in Russia ora c’è una delle incidenze più alte di suicidi: nel 1995, 73 uomini su 100.000 si ammazzavano, 14 su 100.000 tra le donne; nel 2000 erano ancora 70 su 100.000 gli uomini e 12 le donne. Sono dati ufficiali del World Health Organization. Per capire l’entità, in Italia, nel 1995 c’erano meno di 8 suicidi per 100.000 persone e meno di 7 nel 2000.

Il libro presenta una carrellata di interpreti della tradizionale arte del suicidio russo. In particolare, del suicidio post-sovietico. Suona macabro e per qualcuno inevitabilmente lo sarà, immagino. In generale però non è macabro come viene raccontato, né particolarmente sentimentale e nemmeno romantico. È molto russo come viene raccontato: fatalista, venato di ironia, sepolto da una disperazione atavica, rurale e orgogliosa.

Sono storie della lunga scia di frantumi che la transizione dall’Unione Sovietica alla Federazione russa ha lasciato per strada. Ad esempio questa:

STORIA DI UN’ALTRA BAMBINA LA QUALE VOLEVA CHE QUALCUNO, ALMENO LA MAMMA, LE VOLESSE BENE

[…] Le mancava l’istinto di conservazione, di difesa dal dolore. Alcuni bambini avevano bruciato un gatto: il suo piccolo scheletro annerito appeso a un pezzo di filo di ferro era rimasto a penzolare in cortile, e lei doveva per forza andare a vedere! In strada c’era un incidente, urla, folla, e lei era lì, a vedere! Io la trascinavo via.

Oppure questa:

STORIA DI UN UOMO CHE AVEVA COMBATTUTO NEL 1941 E CHE NON AVREBBE MAI IMMAGINATO DI SENTIRSI DIRE UN GIORNO: “NON FOSSE STATO PER QUELLI COME TE, ADESSO CI FAREMMO UNA BELLA BIRRA BAVARESE”

[…] Tre ragazzini, di sedici o diciassette anni… Mi vengono incontro sul viale… Con un grosso cane da pastore nero, ai giovani piacciono i cani grandi… Il viale è abbastanza stretto. E capisco subito che toccherà a me cedere il passo, anche se sono una persona anziana, coi nastrini delle decorazioni e il distintivo “50 anni nel PCUS”.

O magari questa qui:

STORIA DI QUEL QUALCOSA DI FEMMINILE CHE C’È NELLA MORTE

[…] Nel letto vicino al mio c’era una ragazza che stava morendo, ci ha messo alcuni giorni. Aveva dei tubi dappertutto, anche in bocca, non poteva neanche gridare. Aveva bevuto dell’aceto concentrato, come me… Non so perché, ma lei non l’hanno potuta salvare… Guardavo tutti quei tubi e immaginavo che su quel letto ci fossi distesa io e che fossi morta; ero morta ma non lo sapevo, non sapevo di non esistere più.

Sono brevi storie con un’intervistatrice, Svetlana Aleksievič, che fa parlare le persone. Si parla di vite misere, infanzie trascorse in un gulag, o di vite fanatiche passate in devozione del comunismo, dedicando ogni cosa e ogni istante al partito, oppure vite in fabbrica, vite da reduci di guerra, vite da mogli abbandonate, da adolescenti delusi. Normali vite post-sovietiche che si concludono con quello o quella che si ammazza oppure cerca di farlo e non ci riesce. La morte per mano propria sembra una conclusione perfino logica, quasi canonicamente razionale in un sistema di tradizioni e di valori ancora sovietico.

Ma inevitabili quelle morti non sono in realtà. Sono solo ripulite dall’ipocrisia e dal pietismo peloso degli occidentali. Sono morti che succedono perché la vita è un percorso duro, a ostacoli, fatto di pericoli, di crudeltà e di sofferenze. Tutte cose che una buona parte di russi conosce molto bene. In vite del genere succede spesso di morire anzitempo, per malattie, incidenti, violenze o anche perché un bel giorno uno non ce la fa più e si ritira dalla corsa a ostacoli.

È un racconto drammatico, certo. Sono immagini crude di una società impietosa. Testimonianze di persone comuni schiantate dalle circostanze. Ma tutto questo non è una buona ragione per convincere una come Svetlana Aleksievič ad abbandonare quell’ironia che ha fatto grande la letteratura russa per sostituirla con il pietismo di maniera che l’industria culturale usa per ingozzare i palati occidentali.

Questa è una lezione di stile che spiega anche perché lei abbia meritato il Premio Nobel e altri tromboni invece non meritino alcuna celebrazione.

P.S. Pare, ma non voglio credere alle apparenze prima di avere una conferma certa, che questo titolo sia difficile da reperire, non rifornito, le stesse Edizioni E/O non lo elencano tra le opere in catalogo della Aleksievič. Se così fosse sarebbe davvero da mettersi le mani nei capelli.

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3 commenti su “Incantati dalla morte – Svetlana Aleksievič

  1. emilio
    17 marzo 2017

    Dopo aver letto tutti i libri di questa fantastica scrittrice speravo di reperire il suo per ora ultimo lavoro. E’ da più di un anno che lo cerco ma sembra che una fantomatica censura ne vieti la vendita. Sarei grato a chi possa indirizzarmi alla sua reperibilità

    • 2000battute
      17 marzo 2017

      Ho notato anche io la sua sparizione. Io, banalmente, lo trovai in una libreria Feltrinelli, ma successivamente non l’ho più visto. Non so se sia fuori catalogo o non ristampato e per quale motivo. Forse un libraio esperto potrebbe reperire qualche informazione tramite il distributore o direttamente dall’editore. Altrimenti bisogna cercare o in biblioteche oppure nell’usato, librerie, bancarelle, fiere oppure online (ad esempio https://www.maremagnum.com/ )

  2. ipoiper
    26 dicembre 2015

    Certo, quelli che guardano un suicida o la modalità in esso, il suicida si è dato la morte e la pace, vanno al di là del titolo di un articolo di giornale o di un libro, anche nella fattispecie, di un libro di suicidi che non ammettono replica alcuna, da parte dei suicidi, s’intende. Leggendo questa recensione non recensione a un certo punto mi è venuta in mente il libro di Edgard Lee Masters Spoon River. Quando a parlare sono i morti è sempre un fatto buono assai. E’ meglio sentir parlare direttamente i morti piuttosto che riportarli alla luce del giorno dopo due anni di sotterramento cimiteriale. I morti mettono ti brividi e ti inducono a pensare più che vederli scavati a brandelli e cartonati con i capelli ancora più o meno intatti. I vivi per sapere che sono morti hanno bisogno della letteratura e dei romanzi in particolare che sono accomunati dalla forma di una macchina fotografica, che attraverso le parole scattano delle istantanee, più o meno riuscite, lungo i versanti del tempo e dello spazio per dire pane al pane e vino al vino. Ma spesso il pane è cotto con la legna delle bare e il vino è adulterato. E si va come tori alla corrida, buoi, porci e agnelli lattanti al macello del consumismo di massa e gnu alla corsa per giungere all’acqua fresca, dissetante e vitale. Certo son le voci silenziose che che ci giungono dal mare delle immagini, le sue onde e il freddo delle profondità. Al di qua la vita. Certo. Tutti attaccati l’uno l’altro, per scacciare il pensiero e l’dea di passare dall’altra parte, certo, in solitaria. In solitaria si ha più o meno coraggio per abbandonarsi all’oblio. Certo.

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Questa voce è stata pubblicata il 26 dicembre 2015 da in Aleksievič, Svetlana, Autori, E/O, Editori con tag , , , .

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