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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Il pozzo – Juan Carlos Onetti

il pozzo

IL POZZO
Juan Carlos Onetti
Traduzione di Ilide Carmignani
SUR 2015

Non credo di stupire nessuno dicendo che per me, Il pozzo, cioè leggere un nuovo libro di Onetti quando pensavo che non l’avrei più fatto, per di più un testo mai tradotto prima, il che è veramente inconcepibile, è l’evento editoriale del 2015 e niente e nessuno può fare pari. Onetti è Il Grande Onetti, per me.

Il pozzo è l’opera prima, del 1939, ed è un romanzo breve, un quaranta pagine che, come spiega Juan José Saer nella prefazione, all’epoca era “la forma che incarnava la massima aspirazione estetica”. Rinnego anche una regola aurea da poco inaugurata: evitare come la peste l’opera prima dell’autore famoso che l’editore riesuma da qualche cantina dimenticata. La regola è sempre validissima, e come tutte le regole validissime lo sono tanto più le eccezioni sono spettacolari. Il pozzo è un’eccezione spettacolare.

È un testo particolare nell’opera di Onetti perché racchiude contemporaneamente tutti gli elementi della sua arte narrativa ineguagliabile ma anche possiede caratteri di unicità rispetto a quanto scrisse in seguito. Non la definirei un’opera giovanile, anche se lo è. Qualcuno ha scritto che il personaggio, voce narrante del soliloquio, Eladio Linacero è l’archetipo del personaggio onettiano che “più s’immerge nei propri ricordi più si distacca dalla realtà”. Io penso che sia di più di così. Eladio Linacero è contemporaneamente l’archetipo del personaggio onettiano e anche l’opposto dell’archetipo del personaggio onettiano e questo, ovvero saper combinare le contraddizioni, è quanto di più onettiano si possa immaginare. Tutto in Onetti è sia reale che immaginario, sudicio e profumato, crudele e amorevole, cinico e sognatore, notturno e colorato. Per questo è uno dei più grandi e lo è stato fin dall’esordio de Il pozzo.

Inizia così, strepitoso:

Poco fa stavo camminando per la stanza e di colpo mi è venuto in mente che la vedevo per la prima volta. Ci sono due brande, sedie sgangherate e senza seduta, giornali ingialliti dal sole, vecchi di mesi, fissati alla finestra al post dei vetri.
Camminavo mezzo nudo, stufo di starmene sdraiato, da mezzogiorno, a sbuffare per il caldo maledetto che si accumula nel soffitto e che ora, al pomeriggio, scende sempre nella stanza. Giravo con le mani dietro la schiena, ascoltando le pantofole che sbattevano sulle piastrelle, annusandomi a turno le ascelle. Muovevo la testa da una parte all’altra, aspirando, e mi veniva, lo sentivo, una smorfia schifata sulla faccia. Il mento non rasato mi pungeva le spalle.

Ascoltando le pantofole che sbattevano sulle piastrelle… solo un dio della letteratura riesce a suonare le percussioni della prosa con lo sbattere delle pantofole sulle piastrelle. Favoloso l’incipit, la descrizione di una bestia puzzolente che si muove animalescamente in una gabbia, uno dei grandi autoritratti, pura musica onettiana, coinvolgente e strascicata, miserabile e maestosa. Stupendo.
E poi c’è il mento non rasato che pungeva la spalla.

Il pozzo a differenza delle le opere seguenti è talvolta impietoso senza ironia. La miseria e la disperazione non vengono cosparse di musica e adescamenti ma rimangono ruvide in superficie, grattano e feriscono. Non l’ha più fatto Onetti, soprattutto nei confronti delle donne. Pur continuando a raccontare di prostitute o dementi o donne sottomesse sessualmente, non ha mai mancato di concedere loro pietà per la bellezza della quale sono le depositarie. Qui ne Il pozzo, è duro, talvolta concede pietà, talaltra no.

Prosegue, dopo il mento non rasato.

Ricordo che, prima di tutto, ho evocato una cosa semplice. Una prostituta mi mostrava la spalla sinistra, arrossata, con la pelle sul punto di screpolarsi, e diceva: «Saranno bastardi, renditi conto. Vengono in venti al giorno e nessuno si rade».
Era una donna piccola, con le punte delle dita sottili, e lo diceva senza indignarsi, senza alzare la voce, nello stesso tono affettuoso con cui salutava aprendo la porta. Non riesco a ricordare la faccia; vedo solo la spalla irritata dalle barbe che ci sfregavano, sempre su quella spalla, mai la destra, la pelle rossa e la mano con le dita fin che la indicavano.

Quante cose si potrebbero dire mettendo insieme i due brani? E siamo solo a pagina 2. Il mento ispido che punge la spalla mentre si annusa schifato l’olezzo delle ascelle sudate e lo stesso mento, venti volte al giorno, che arrossa e screpola la spalla sinistra della prostituta dalle dita sottili che parla senza indignarsi. Non c’è mai indignazione in Onetti. L’indignazione è un sentimento miserabile, è un sentimento di chi non è immerso nella vita, è il sentimento del giudice. Nessuno dei personaggi di Onetti è un giudice, nemmeno Brausen il Creatore. La prostituta non si indigna e nemmeno Linacero si pente o tantomeno si vergogna di avere, pure lui, chissà quante volte, sfregato su quella spalla con quel mento che ora sente pungere sulla propria di spalla. La donna non ha volto nei ricordi di Linacero. Ha le dita affusolate, la spalla destra arrossata, la voce pacata ed è una prostituta. Lo spiega molto più avanti.

Vecchi, stanchi, ogni giorno più all’oscuro della vita, eravamo fuori questione. È sempre l’assurda abitudine di dare più importanza alle persone che ai sentimenti. Non trovo altre parole. Intendo dire: più importanza allo strumento che alla musica.

Le persone sono strumenti, i sentimenti sono la musica. Non esiste più il volto della prostituta nei ricordi, così come sfuma quello di Cecilia, la ex-moglie; esiste una spalla arrossata, le dita sottili e un tono di voce, esiste un’immagine notturna con un vestito bianco al vento, esiste il ricordo dell’amore. Non esiste il destino delle persone. O la vita delle persone. Quelle sono cose irrilevanti, sono strumenti con i quali comporre una musica. Sono gli strumenti con i quali Onetti crea la sua melodia e quel ritmo meravigliosi.

Questo è il mondo della letteratura di Onetti, l’aveva già chiaro dopo due pagine del primo libro.

Ma ne Il pozzo il personaggio nel suo soliloquio infierisce talvolta.

Ho letto che l’intelligenza delle donne smette di crescere a venti o venticinque anni. Non so nulla dell’intelligenza delle donne e nemmeno mi interessa. Ma lo spirito delle ragazze muore a quell’età, più o meno. Muore sempre; finiscono per diventare tutte uguali, con un buonsenso insopportabile, con le loro necessità materiali e un desiderio cieco e oscuro di partorire un figlio. Si pensi questo e si saprà perché non ci sono grandi artiste donna. E se uno sposa una ragazza e un giorno si sveglia accanto a una donna, è possibile che capisca, senza disgusto, l’anima degli stupratori di bambine e l’affetto bavoso dei vecchi che aspettano coi cioccolatini agli angoli dei licei.

Perché tanta durezza? Perché questi toni così decadenti? Volgari addirittura. Per questo Il pozzo non era mai stato tradotto? Pure nell’epoca d’oro della Feltrinelli degli anni ’70 si erano fermati davanti a un testo che va controcorrente rispetto allo stereotipo della letteratura sudamericana à la Garcia Marquez con le sue magie della selva e il folklore dei tropici?
Quel brano ha del celiniano, è portato all’estremo nella sua teatralità e nell’intento provocatore. È uno schiaffo ai lettori. È pura oscenità. E allora perché? Non lo so, però Onetti è il maestro della contraddizione e non si schiera mai al fianco dei lettori. Nei libri successivi non comparirà più un personaggio che confessa in quel modo il proprio rancore cupo, la propria volgarità di animale. E comunque, anche le parole di un libro sono solo strumenti, non la musica. La musica è data dal sentimento che riempie le parole. Per questo con le stesse parole si può sia mentire sia confessarsi.

Si dice che ci siano vari modi di mentire, ma il più ripugnante di tutti è dire la verità, però occultando l’anima dei fatti. Perché i fatti sono sempre vuoti, sono recipienti che prendono la forma del sentimento che li riempie.

Forse è qui, nel disprezzo verso le forme subdole della menzogna, che si trova una spiegazione a Il pozzo, un romanzo breve dove la narrazione mescola sogno e ricordi di avventure solo sognate e realtà, l’amore perduto, le prostitute senza volto e lo sbatacchiare delle pantofole sulle piastrelle durante la marcia ossessiva nella stanza rovente dell’animale in gabbia.

Imperdibile. Una perla assoluta per chi ama Onetti e per chi non lo conosce, da leggere prima, durante o alla fine del viaggio, non importa. Superlativa la traduzione di Ilide Carmignani che rende stupendamente il ritmo di uno dei più grandi musicisti con le parole.

Note:
– Segnalo un ottimo articolo comparso sul blog di SUR.

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2 commenti su “Il pozzo – Juan Carlos Onetti

  1. Massimiliano
    16 marzo 2017

    Devo solo dirti grazie per avermelo fatto scoprire e per avermelo in qualche modo spiegato. Onetti e` diverso da tutto quello che leggo di solito.

    • 2000battute
      16 marzo 2017

      Grazie, questo mi fa particolarmente piacere.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 giugno 2015 da in Autori, Editori, Onetti, Juan Carlos, SUR con tag , , , .

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