2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Prima pagare poi ricordare – Filippo Scòzzari

prima pagare

PRIMA PAGARE POI RICORDARE – Da «Cannibale» a «Frigidaire». Storia di un manipolo di ragazzi geniali
Filippo Scòzzari
Coniglio Editore 2007

In questo inizio di millennio… no va bè, un po’ meno retorico, dai… un po’ meno… dai attacca deciso.
In questo secondo decennio di secondo millennio… aspetta… no così non va… non si capisce niente, ci vuole la calcolatrice, la gente che legge inizia a fare i conti… secondo più secondo… li hai già persi tutti che manco hai finito la prima frase.
Al giorno d’oggi… stoooop! Ma cazzo «al giorno d’oggi» non lo dicono più nemmeno i preti… senti lascia perdere, va a dormire o va a fare un giro che non sei capace di commentare questo libro… dai vai via per favore mi hai fatto venire i nervi.

Vado?
Sì vai via per favore che non ti si può sentire.
Ok io vado, ma tu però vacci piano che qui rischiamo che ci chiudano.
Ci chiudano chi?
Ma non lo so, i benpensanti, i riformisti, i masterizzati… che ne so… quelli lì, quelli che fanno chiudere.
Vai via! Nessuno fa chiudere nessuno.
Ok, ok… tu però vacci piano, non farti prendere la mano… e non insultare nessuno, capito? È importante… e c’hai pure una certa età ormai…
Ma va a far delle pugnette!
Ecco… appena detto… per favore, prometti di non esagerare, ok? Solo di non esagerare, poi dici quello che vuoi, ok?
Santozio… sì sì prometto non esagero ma ora vai via e lasciami in pace che voglio iniziare questo commento…
Io l’avevo già iniziato…
Sì come l’orchite che mi stavi facendo venire… vai via!
Vado vado… mi raccomando, fai il bravo.

=== Inizio del commento ===

In questo inizio di millennio, o per meglio dire, in questo schifo di inizio di millennio merdoso, in questi anni digitali, questi anni che si dicono strabilianti, questi anni di ipermodernità siliconica turboconnessa, tra le poche cose veramente strabilianti c’è la grande colata di fetente conformismo che sta ricoprendo tutto, tutti, ogni dove, ogni anfratto, ogni orifizio, ogni pensiero e ogni pulsione della grande tribù di scimmioni moderni. I gay vogliono farsi inchiappettare dalle truffe dei viaggi matrimoniali a prezzi rialzati del 50%, gli hacker stanno pensando di istituire un albo professionale e un’associazione di categoria, i giovani moralisti aderiscono a un movimento che si chiama Sentinelle in Piedi che già dal nome chiunque non cerebralmente menomato capisce che non vuol dire assolutamente un cazzo, il porno è diventato un settore di Confindustria,  quelli che non si sono mai fatti una canna per paura delle sculacciate di mamà ora invocano la liberalizzazione della marija per spipparsi un cannone con il benestare degli sbirri e pure chi vuole ammazzarsi pretende di farlo a norma di legge e con puntualità svizzera. Insomma, il decennio ormai a metà promette di essere uno dei decenni più di merda da un secolo a questa parte. Parola d’ordine: legge e disciplina. Oppure: Datemi una legge o mi viene una crisi isterica. Oppure: Potere Forense.

A Norma di Legge, ecco il motto della modernità. A Norma di Legge. Pure delle porcate immonde e sublimi come il lampredotto, la coppa di testa e i ciccioli ormai devono essere fatti A Norma di Legge secondo quanto dicono quattro scemi di chef stellati e due direttive europee. Ma andate a far delle pugnette!

A Norma di Legge è la più grande truffa che la civiltà occidentale si sia autoinflitta, altroché religione o ideologia o diete miracolose. Raga’, comunisti, capitalisti, intellettualisti e pretisti tutti insieme alleati e camerati ci stanno inchiappettando a tutti quanti co’ ‘sta storia del A Norma di Legge.

(finora non ho esagerato, vero?)

Allora, posti i termini della questione, voi capite che a leggere Prima pagare poi ricordare di un Filippo Scòzzari funamboilico, anarchico, istrionico, stronzissimo e fenomenalmente rancoroso e incazzato con tutti, viene da affacciarsi alla finestra e ululare di gioia come i cani rognosi fanno alla luna.
Dico meglio: Prima pagare poi ricordare è stre-pi-to-so. Must read. Must have. Must ridere must sbroccare must turpiloquiare e must sfanculare lo schifo di A Norma di Legge.

Sì perché raga’ forse ci siamo dimenticati che la trasgressione delle norme e delle regole imposte dai burocrati è l’unico modo che la tribù di scimmioni ha per imbroccare qualcosa di nuovo e di meglio. Senza l’atto di trasgredire ce la si suona e ce la si canta, ci si loda e ci si imbroda, ci si fa uno sconquasso di pugnette pensando di essere intelligenti e poi finisce tutto in vacca. Perché è così che funziona. Lo sanno tutti, tranne le Sentinelle in Piedi che stanno ancora a chiedersi che cazzo vuol dire come si chiamano.

E quindi W Scòzzari – W Bologna del ’77 – W Cannibale, Il Male e Frigidaire – W Prima pagare poi ricordare.
Inizia così:

Sono sempre stato un brocco con le tecniche della guerriglia urbana.
Dal punto di vista operativo incendiare i cassonetti dell’A.M.N.U. mi era totalmente alieno. Sapevo solo che la plastica quando brucia cola in lenti goccioloni sfrigolanti poco spettacolari, fa puzza e inquina. E che per ottenere questi discutibili risultati ci vogliono un fracco di molotov.
Dal punto di vista politico, inoltre, è vero che a Bologna nel ’77 non c’erano differenze sostanziali tra i picchia-studenti dell’AMGA (Azienda Municipalizzata Acqua e Gas) e, mmm, diciamo duemila tonnellate di torsoli marci di cavolo, ma non riuscivo a “tradurre in prassi” questa omogeneità. Non vedevo come poterne approfittare. Si sarebbero potuti arrostire TUTTI i cassonetti del rusco, e in certe giornate qualcuno ci si provò pure, ma lo consideravo solo un ottimo modo per convincere i Santi Protettori del Santuario, fasciati dalle sante tute blu della Minganti o della Weber, a distribuire dosi ancora più generose di manganellate. Una prerogativa assai strana del pattume, nell’immaginario comunista, è che se loro gli danno fuoco, allora quello ascende in cielo, direttamente alla destra di San Togliatti, il Torsolo Migliore.

Micidiale. Attacca e tira subito una riga. Se non ti va bene vai pure affanculo, se ti va bene rimani folgorato e inizi a leggere come un affamato di fronte a una lasagna fumante. Poi si scatena ed è alluvionale, racconta, ingigantisce, sputtana tutti, ma continua a raccontare, della casa occupata di via Clavature (per i non bolognesi, Via Clavature è strada centralissima che parte da Piazza Maggiore, oggi regno della fighetteria più spinta, pensare che lì c’era la casa occupata da Scozzari e gli altri compari è una roba dell’altro mondo), di Bologna del ’77, della fattanza dilagante, della trasgressione di ogni regola, del mondo del fumetto che volevano prendere e ribaltare per scrollare via i barbosi forattini che ci stavano aggrappati. È una storia fenomenale, di un gruppo che ha fatto cose fenomenali e oggi dimenticate. Filippo Scòzzari, Andrea Pazienza, Massimo Mattioli, Stefano Tamburini e Tanino Liberatore sono il gruppo che si forma a partire da quella casa occupata. Poi Vincenzo Sparagna. Una branco di scoppiati ma geniali. Scòzzari, Liberatore e Pazienza dei talenti assoluti del disegno (con Pazienza il Divo, Liberatore il disegnatore puro e Scòzzari a rosicare), Tamburini un genio nell’inventare storie e personaggi (suo l’immenso Ranx Xerox, ad esempio), Mattioli il più pragmatico.

La copertina del primo numero di Cannibale con il ritratto di Stefano Tamburini che si sbrana fatto da Tanino Liberatore

La copertina del primo numero di Cannibale con il ritratto di Stefano Tamburini che si sbrana fatto da Tanino Liberatore

La ricostruzione parte dalla Bologna del ’77, le collaborazioni con i milanesi di Linus, proto radical chic per come li descrive Scòzzari, maniaci delle riunioni inconcludenti, ammanicati con i grandi editori e sempre nell’ombra del dominus Oreste del Buono. Poi l’abbandono dei milanesi e la nascita della prima creatura: il folle, furioso, inconcepiblie, scandalosissimo, odiatissimo, pezzente Cannibale. Non vendeva una mazza ma fu come un fungo nucleare in mezzo alla imbalsamatissima società italiana, come al solito presa a tenaglia tra gli imbalsamati che puzzano d’incenso e gli imbalsamati che puzzano di libretti rossi. Cannibale era uno scandalo, un cancro e una mina piantato nel pancione flaccido della società culturale italiana.

Ma Prima pagare poi ricordare non è un libro di storia, neppure un saggio culturale o un’analisi sociale, neppure è una biografia di Andrea Pazienza e nemmeno un’autobiografia di Filippo Scòzzari, non è un pamphlet politico, una fanzine anarchica o un manuale di insurrezione urbana o una istigazione a drogarsi. Non è nemmeno un romanzo. È una storia squinternata scritta in un modo squinternatissimo che ti attacca un sorriso da scemo alla prima pagina e non te lo toglie fino alla fine. Fino a un po’ prima della fine, perché alla fine è un po’ triste a dire la verità. Scòzzari è formidabile nella scrittura. Diciamo che lo stile è quello della voce in presa diretta, un road movie realista, incluse le bestemmie, il turpiloquio, gli insulti a questo e a quello, le porcate, le parole in bolognese, le parole scritte solo per metà, i colpi di tosse, gli starnuti, i rutti, le paranoie mentali e i pettegolezzi.

scozzari

Filippo Scòzzari

Ma questo è perfetto per quello che vuol dire, cioè raccontare dal suo punto di vista, filtrandolo il meno possibile, il che ovviamente non vuol dire rendersi trasparente, ma al contrario, recitare in modo esplicito e dichiarato, uno One Man Show di duecento pagine, egocentrico, megalomane, sempre in primo piano e con l’occhio di bue sparato addosso, senza pause, senza pentimenti, tremori, raccontando probabilmente un fracco di balle, inventandosi e infiorettando di qua, spalando letame di là, facendo fare la figura del fesso a questo, della zoccola a quella, del tossico di merda a quest’altro e dello psicopatico a quell’altro là. E va bene. Ma tutto serve allo scopo: far deflagrare il racconto, mai lasciarlo adagiare su uno stile narrativo canonico, mai ricondurlo a un modello.

La storia di Scòzzari deve essere La Storia di Scòzzari: incazzata, furibonda, senza freni, e sfanculante.

La redazione era una bolgia continua, ed ogni tanto avevano delle belle idee.
Intanto, stufi dei continui sequestri a cazzo e degli interventi del commissario Pompò, a cazzo pure quelli, andarono a Washington a parlare col Presidente. Gli illustrarono il caso italiano talmente bene che Carter si convinse come in Italia la libertà di stampa fosse una favola per mentecatti. E lo disse pure. Apriti cielo. Al Dipartimento di Stato pervenne una fulminea nota dell’ambasciata italiana, in cui si spiegava come quei quattro matti, capitanati da un certo Sparagna, non rappresentassero altro che se stessi. Il Dipartimento di Stato da quel momento negò perfino che fossero mai esistiti, disdisse gli appuntamenti già fissati e tutte le serrande si chiusero, ma ‘sta cazzapatria quel che si meritava se l’era buscato.
C’era lo strano gioco, nei club dell’intellighenzia di sinistra, di parteggiare per questi delinquentucoli e al tempo stesso prenderne le distanze. Ringrazi sempre l’idraulico che ti sblocca le fogne, ma gli stai lontano. Avendo razzolato con la merda, egli pure sa di merda ma, siccome è merda tua, adesso sai che di te lui conosce l’innominabile peggio. Vorresti vederlo morto.

Scòzzari è così, prendere o lasciare… o meglio prima pagare poi prendere o lasciare.

Poi c’è il finale. Nel finale s’incupisce. C’è il crepuscolo di quella stagione folle e ipercreativa. I muri si rinsaldano dopo che per un attimo avevano tremato, i ranghi si serrano nuovamente, la tenaglia schiaccia i bastardi. L’allora Frigidaire viene preso per fame. È oscena e martellante la descrizione della composizione e degli atti della Commissione guidata da Giuliano Amato incaricata di erogare i rimborsi per il consumo di carta alle pubblicazioni editoriali (dato il prezzo della carta tenuto artificialmente alto per favorire le cartiere) quando decide di sopprimere Frigidaire. Il miscuglio di burocrazia ottusa, ladrocinio socialista e bigotteria italiana descritto da uno Scòzzari pieno di livore e schifo è un pezzo memorabile.

ANGELINA PADELLARO GUIDI, una funzionaria di media tacca del Min. Ben. Cul., e sua delegata. Ve ne ho già parlato. Poiché riteneva di doversi battere in difesa della morale e dei valori occidentali contro il dilagare di riviste porrno o amorali come Frigidaire, in orgasmo calcareo per il suo quarto d’ora di potere fece mettere a verbale che «non possiamo consentire che riviste come questa vadano in mano ai nostri giovani». Votò no, ma se fosse stata capace di leggere, se avesse sfogliato l’annata che aveva sotto gli occhi, avrebbe scoperto Sartre, Bioy Casares, Kafka, Céline, Amado, Ferlinguetti. Paz. Me. La povera Angelina fu il primo bovino in Italia a denunciare i sintomi del morbo della vacca pazza. Pietà per i morti? Mai.

La copertina di Frigidaire quando Andrea Pazienza morì. Scòzzari racconta quel titolo.

La copertina di Frigidaire quando Andrea Pazienza morì. Scòzzari racconta quel titolo.

E poi ci sono i morti. Tamburini e Pazienza. Prima il tradimento dello stesso Tamburini che aveva venduto Ranx ai francesi. Il gruppo si disfa, le schegge impazzite impazziscono e si schiantano. Quelli che restano subiscono il rancore e l’odio che si rivolge agli sconfitti. Rimane il rancore finale.

Un libro che si può aborrire o adorare. In ogni caso rimane quello che dicevo inizialmente: in questo schifo di neomondo A Norma di Legge, dove anche i libri, la scrittura, l’editoria, la letteratura e i lettori sembrano tutti ansiosi di dimostrare di essere A Norma di Legge, molti di loro per non farsi prendere per fame, dove rimane solo qualche sfigato sbandato che non sa più da che parte orientarsi, poveri pazzi di giapponesi nella giungla probabilmente, leggere Prima pagare poi ricordare fa bene alla salute, se non altro per ridere delle porcate che dice, o per imprecare contro Scòzzari, Giuliano Amato o i comunisti bolognesi, o per immaginarsi chi fosse veramente lo stronzo tra Scòzzari e Pazienza, immaginare che in Via Clavature c’era una casa occupata e anche sorridere al pensiero di veri geni del fumetto che pubblicando nerchie colossali, fighe ansimanti, Bioy Casares e gli altri dimenticati rianimavano la cultura italiana.

Diretto ne Gli Imperdibili, secondo me, senza nessun dubbio.

Note:
– su minima&moralia è apparsa qualche anno fa una bella intervista a Filippo Scòzzari.
– su Blackmailmag un altro commento al libro.

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