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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Il ladro della Bibbia – Göran Tunström

ladro della bibbia

IL LADRO DELLA BIBBIA
Göran Tunström
Traduzione di Fulvio Ferrari
Iperborea 2006

Certo che Tunström è gioie e dolori. Gioie e dolori. Proprio così. Viene come d’impulso da usare la parola “capolavoro”, forse lo era L’Oratorio di Natale, forse lo è questo Il ladro della Bibbia, chissà, ma non importa, solo quelli che non sono capaci di leggere o di guardare o di ascoltare o di toccare sono fissati con l’etichetta di “capolavoro”, perché appunto sono dei fissati micragnosi, il loro scopo ultimo è attaccare l’etichetta e godere del riflesso che, immaginano gli stolterelli, si riverbera sul loro incarnato smunto. Quindi non mi interessa. Se volete dico che Il ladro della Bibbia è un capolavoro, ma a me davvero non interessa un tubo dirlo o non dirlo.

Mi interessa invece ragionare su Tunström-gioie-e-dolori. Gioia di leggerlo e gioia di ascoltarlo e gioia di guardare quelle parole. Dolori perché è difficile contenerlo tutto, difficile ascoltarlo tutto e anche guardarlo tutto e soprattuto, viste le circostanze, parlare di tutto.

Tunström è uno di quegli autori che sembra abbiano connaturato, oppure abbiano studiato mefistofelicamente, da ingegneri pazzi e forsennati, un modo di scrivere e di comporre romanzi che rende difficilissimo parlarne. Per le dimensioni e la vastità che raggiungono. Scrive opere che sono enormi montagne, sono perfino catene montuose, composte di molte cime e molte creste e valli e passi e orridi e gole e vette. Ci sono autori che hanno una scrittura fluviale. Altri hanno una scrittura che è una freccia scagliata nella bruma. Altri sono un crepuscolo afoso di corpi sudati. Altri sono la rabbia che sventra il petto. Tunström è una enorme montagna. La sua è scrittura rocciosa che si allarga e si alza come un massiccio. Ed è scrittura delle alte latitudini, immersa in una natura arida e restia, dove la luce o dura troppo o è solo luce rasente, luce bassa, luce fredda, che scheggia la superficie e rimbalza via. La sua è terra dove gli uomini, l’anima degli uomini, per dir meglio, non trabocca mai, ma si contrae come un muscolo, poi si rilascia poi si contrae ancora fino a che, spesso, non rimane rattrappita in un crampo, un crampo dell’anima. C’è una differenza tra un’anima che vive molto a nord e un’anima tropicale, una differenza sì, proprio così. Non siamo tutti uguali. E non rimaniamo sempre uguali a noi stessi. Dipende.

L’Oratorio di Natale era una stupenda saga generazionale, un dramma generazionale, una storia del destino che si srotolava da padre in figlio, da figlio in nipote. Il ladro della Bibbia è una storia famigliare invece. Di una famiglia molto strana, sorta di zingari svedesi, randagi svedesi, una moltitudine di figli, una madre che incorpora l’anima femminile, un padre che incarna la mancanza di anima maschile e figli e figlie e figli acquisiti. Tanti. Due in particolare. Anzi uno in particolare, Johan, il protagonista, con la cugina Hedvig a fare da riflesso della sua esistenza. Il perenne riflesso opaco, malato, sporco e distorto che l’anima di alcuni uomini produce per quanto lottino per un destino diverso, anche migliore, ma diverso soltanto è sufficiente.

Johan è lo straordinario interprete della storia, ne seguiamo gran parte della vita, dall’infanzia nella casa dei randagi fino all’età adulta con il riscatto della conoscenza, in quanto studioso affermato. Eppure mai libero dal destino che lo lega a quella casa, a quell’infanzia e a Hedvig. Straordinario è anche Tunström nel riflettere la discesa nell’inferno della pazzia di Hedvig nell’affermazione e nell’emancipazione di Johan. È questo legame drammatico e indissolubile a condurre la storia. A condurre Johan fino alla Bibbia gotica, il Codex Argenteus medioevale, fino alle sue origini in una basilica di Ravenna e poi indietro in Svezia, nella Biblioteca di Uppsala.

È un’avventura vertiginosa e un percorso intellettuale il suo, ma è anche e soprattutto un continuo riflettersi in acque torbide: nello scriba Wiljarith che dedicò l’esistenza al Codex e in Hedvig che abbandona la vita e se stessa per tornare a essere terra. Infine il fuoco, purificatore e feroce.

Libro meraviglioso. Maestoso e inviolabile, come un massiccio alpino.
Stupenda la traduzione, ricca e tormentata, di Fulvio Ferrari.

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4 commenti su “Il ladro della Bibbia – Göran Tunström

  1. karenina
    17 ottobre 2016

    Come promesso torno dopo averlo finito giusto ieri sera; questo autore ogni tanto mi commuove, leggo pagine di disperazione e un po’ mi stufo poi arriva quella frase che affonda. Molto bello e addirittura inaspettato il finale, un pizzico di sorpresa in più.

  2. karenina
    16 maggio 2015

    Ho letto solo la frase finale del tuo commento, tornerò dopo averlo letto; dopo quella meraviglia di Oratorio di natale volevo giusto un altro titolo.

    • 2000battute
      17 maggio 2015

      Mi suggeriscono anche “Uomini famosi che sono stati a Sunne”

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Questa voce è stata pubblicata il 15 maggio 2015 da in Autori, Editori, Iperborea, Tunström, Göran con tag , , , , .

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