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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Americani – John Jeremiah Sullivan

Americani

AMERICANI
John Jeremiah Sullivan
Traduzione di Francesco Pacifico
Sellerio 2014

Succedono cose inspiegabili o forse spiegabilissime se solo uno si ricordasse la spiegazione. Nuotiamo nel relativismo estremo oggi, ve lo dico. Ad esempio, appena ho visto questo libro su uno scaffale l’ho afferrato d’impulso e, forse pure sorridendo, ho pensato Ah eccolo qui! Cose che capitano quando si cerca qualcosa, un libro, un paio di scarpe, una teiera, qualunque cosa. Niente degno di nota se non fosse che io non cercavo questo libro. Da quel che ricordo non lo cercavo affatto per la semplice ragione che non ero a conoscenza della sua esistenza. Eppure appena l’ho visto ho pensato Ah eccolo qui! e l’ho comprato senza neppure sfogliarlo, sbirciarlo o approcciarlo. L’ho pigliato e l’ho comprato continuando a pensare Ah eccolo qui! e ora mi domando il motivo di questa reazione apparentemente da squinternato.

Vi ricordo la premessa a proposito del relativismo estremo, quindi non ci provate nemmeno a insinuare la possibile esistenza di spiriti suggeritori, effetti quantici o aliti cosmologici; qui siamo nel mondo del relativismo hardcore e ci rimaniamo con gran gusto e senza pudore.

Intanto che vi lascio pensare alla faccenda inspiegabile, dico due cose sul libro, non che sia indispensabile in un commento a un libro dire due cose sul libro stesso, certamente non lo è e chi pensa il contrario ha una fantasia limitata o si crede un re-cen-so-re, per quel che ne capisco io, ma comunque sia, ora dico due cose su Americani.

La prima cosa che voglio dire riguarda il titolo ed è una sorpresa a effetto ritardato pure questa. Il titolo originale è Pulphead che non saprei veramente come tradurre e neppure spiegarne il senso. Non ho trovato alcun appiglio, quindi se qualcuno lo sa si faccia avanti senza paura e lo dica.
A tentoni dovrebbe avere a che fare con il trash e le icone ultrapopolari, con la cultura-spazzatura e la gran pancia molle d’America. Il tutto trasposto a livello cerebrale. Che vuol dire? Non si capisce niente, lo so.
Per questo c’è un sottotitolo al titolo originale che dice: Notes From The Other Side of America. Qui ci orientiamo già meglio grazie a quel the other side che seppur non specificato ci fa pensare al lato B dell’America, l’America degli sfigati o l’America che non finisce sotto i riflettori o cose del genere. Insomma uno inevitabilmente pensa a The Americans di Robert Frank.
(Nota: il riferimento a Foster Wallace lo hanno fatto tutti parlando di Sullivan, quindi io, nell’impeto relativista hardcore odierno, rifiuterò di fare paragoni con FW).

The_Americans

Ed ecco che arrivo laddove volevo arrivare: al titolo dell’edizione italiana, Americani. È ben nota la perversa mania italica di sfigurare i titoli originali e al posto loro proporre abominevoli mostruosità cattocomuniste o tardomarinettiane. In questo caso, invece, Sellerio fa centro. Il titolo è perfetto e senza bisogno di sottotitoli. Mi piacerebbe poter dire che è pure meglio dell’originale, se solo riuscissi a dare un senso a Pulphead. In ogni caso, relativamente allo scopo precipuo (questa frase ha l’unico scopo di farmi scrivere “precipuo”) di un titolo, ovvero instillare con tecniche subliminali una curiosità per il contenuto, Americani è perfetto. Sia per la citazione al celebre reportage di Robert Frank (per altro probabilmente del tutto casuale) che immediatamente rende iconica l’immagine del libro, e in questo gioca di sponda con l’iconografia della copertina. Sia per la sorprendente genericità del termine Americani, lasciato lì solo soletto a vantarsi della propria grassa imprecisione. Americani non è solo il vago riferimento geografico di una popolazione notoriamente disomogenea, ma specifica anche uno stato dell’essere molto specifico e ben noto a chiunque. Americani è un gran titolo per quella che è una raccolta di racconti/saggi/articoli lunghi… boh! chiamateli come vi pare… che Sullivan ha pubblicato su riviste di varia natura: GQ, The Paris Review, Harper’s Magazine, Oxford American e Ecotone.

Di che parlano questi saggi/racconti/storie? vi domanderete. Domanda giusta ma anche sbagliata (remember il relativismo hardcore). Giusta perché mica vi si può fare una colpa a essere curiosi. Parlano di argomenti vari. Dal megaraduno per un festival musicale di Christian Rock al quale Sullivan partecipò imbucandosi maldestramente, alla storia dietro le quinte di Micheal Jackson. La devastazione dell’uragano Katrina vista seguendo un negro in mutande, la strepitosa storia da star stracciona di Miz, un protagonista di un celebre reality show e la storia vista con gli occhi del fan adorante di Axl Rose dei Guns’n Roses. Vedete, si salta come grilli da una storia all’altra, ma con un filo conduttore non dichiarato ma evidente: gli americani, The Americans, Americani.

[…] qualcuno ha lasciato cadere un frammento, che a sua volta ha creato un vuoto, e hanno chiamato quel vuoto «Indiana centrale». Non sto cercando di dire che lì non c’è niente. Sto cercando di dire che è proprio il «lì» a mancare. Pensateci: mettetevi a pensarci con criterio. Qual è il niente più niente d’America? Il Midwest, no? Ma quando arrivate nel Midwest, scoprite che tutti i vari niente hanno la pretesa di essere qualcosa. Ci sono le pianure solitarie dell’Iowa. In Michigan c’è una canzone di Gordon Lightfoot. L’Ohio si aggrappa alla sua mediocrità vagamente comica, al suo essere medio. Tutti hanno qualcosa. Invece ora vi invito a chiudere gli occhi, e quando dico «Indiana»… schermo vuoto, giusto? E stiamo parlando dell’Indiana in generale, che comprende il sud dell’Indiana, dove sono cresciuto, e il nord, che tocca uno dei Grandi Laghi. Non abbiamo ancora ristretto il campo all’Indiana centrale. L’Indiana centrale? È come dire: «Dove sei?». Boh, non c’è niente. «Ecco, sei arrivato».

Il brano è da L’ultima volta di Axl Rose. Ora vi dovrebbe essere venuto un sospetto, relativamente parlando: non è tanto di cosa ha scritto Sullivan che conta quanto come ne ha scritto Sullivan che conta in Americani. Perché è questo il punto vero. Sullivan ne scrive in un modo che è un po’ personale e un po’ convenzionale. Qui servirebbe parlare di Foster Wallace, in effetti, per snocciolare la questione del personale/convenzionale, ma ho promesso di non farlo, quindi a chi vuole sentir parlare di Foster Wallace suggerisco di leggere il pezzo di Cesare Alemanni su Rivista Studio.

Noi invece stiamo sul pezzo e continuiamo a considerare come ne scrive Sullivan. Ha avuto molto successo, va detto. E come mai? In fondo non è che l’ennesimo cronista di storie americane, l’ennesimo pescatore sempre dal solito laghetto della gran pancia molle d’America, l’ennesimo che ha raccontato delle scoreggie puzzolenti delle star invece che dei loro sorrisi bianco ottici. E quindi perché Sullivan è interessante? Per come ne scrive, l’ho già detto. Perché si pone sempre al livello, o pure sotto al livello, di chi parla. Pure del negro in mutande dopo il ciclone, pure dei tre bamboccioni cristiano rinati (si chiamano così? vabè, qual che l’è) del concerto Christian Rock, pure del suo amico maniaco della cannabis in cerca di angoli nascosti a Disney World dove rollarsi una canna. Sullivan riesce a fare questa cosa qui e ci riesce in modo credibile, a differenza di molti altri. Per cui, non è un romanziere in senso stretto, ma neppure un saggista o un reporter o uno scrittore di racconti in senso stretto. È un confusionario, ma è anche uno che riesce a raccontare storie americane molto meglio, sempre in ottica relativista hardcore, di narratori e narratrici celebrati negli ultimi anni da una critica letteraria che puzza di fritto e di ketchup di McDonald’s. In un certo senso mi ha ricordato Ben Lerner, al quale ancora sto pensando, quindi evidentemente mi ha colpito, in qualche punto imprecisato. Me lo ha ricordato per il disincanto e la complicità. Entrambi ti stanno fregando, ma entrambi te lo dicono. È come un patto: io ti frego, tu fai finta di non accorgertene ed entrambi ci divertiamo un po’ con queste storie stralunate. Stralunato, ecco un buon aggettivo per Sullivan e le sue storie americane.
Storie americane stralunate.
Stralunato è un aggettivo bellissimo.
Chissà come tradurrebbero gli americani un libro intitolato Storie stralunate.

P.S. Ancora, comunque, non ho capito come è stato che ho detto quell’Ah eccolo qui! Continuo a cercare una spiegazione relativisticamente hardcore credibile. Se la trovo la dico prossimamente.

P.P.S. Ah e poi, se come me non avevate mai prestato troppa attenzione a Micheal Jackson, dopo aver letto Micheal andrete su YouTube a cercare Bille Jean e in particolare il video del 1983 per l’anniversario della Motown. Sullivan la chiama «la cosa più ipnotica mai registrata su un palco”. In effetti, non ha esagerato più di tanto. È di una bravura mostruosa.

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14 commenti su “Americani – John Jeremiah Sullivan

  1. karenina
    17 maggio 2015

    In Considera l’aragosta c’è il pezzo sul festival del porno che Sullivan ha sicuramente preso a riferimento per il suo sui cristiani, la gita a Disney mi ha ricordato la il racconto Invadenti evasioni, reportage su di una fiera nel midwest contenuto in Tennis, tv ecc.; a me ha dato proprio la sensazione di leggere una brutta copia di DFW e posso quasi garantire che non si tratta di lesa maestà ;)

    • 2000battute
      17 maggio 2015

      Ah ok, li leggerò. Però a me, senza il confronto con DFW, è risultato simpatico. Allora diciamo che la lettura è sconsigliata a chi ha già letto tutto DFW

    • karenina
      18 maggio 2015

      Sono di nuovo qui, ho trovato la recensione che avrei voluto scrivere e che non avevo ancora letto, la condivido in pieno http://www.europaquotidiano.it/2014/03/02/perche-sullivan-non-e-uno-scrittore/

    • 2000battute
      18 maggio 2015

      oddio Raimo su Europa… un’accoppiata da far venire i calcoli renali… mo’ leggo

    • 2000battute
      18 maggio 2015

      Ecco, lo sapevo, ora non sono più benevolo nei confronti di questa critica a Sullivan. Lo sapevo perché sia Raimo che Europa mi fanno regolarmente incazzare, metti insieme i due e il risultato è il riflusso gastrico. Allora, che sarebbe quel rantolo di Raimo che si inventa motivazioni per dire che Sullivan è una merda? Se non piace un libro o un autore basta dire, Non mi è piaciuto o Non mi sta simpatico e finisce lì, ognuno legge il proprio libri e siamo tutti felici. E invece no, scatta il desiderio tipico da Raimo di fare il maestrino e di dimostrare di avere ragione, dimostrare scientificamente di avere capito tutto e una sega gli altri, pure il critico del New Yorker al confronto di Raimo Sig. Christian è una merdina. Allora:
      1) Sullivan non produce letteratura ergo non è uno scrittore. Questo il primo capo d’accusa. Trucco da pescivendoli quello di inventarsi un’accusa per un reato inesistente. Che Sullivan non scriva letteratura lo sanno anche i sassi e credo che mai abbia detto di farlo. Infatti dialoga con Dyer, un’altro che non scrive letteratura ed è simpatico. Raimo fa finta che tutto questo non sia noto e tira un pippone da far venire l’orchite per dimostrare che Sullivan non scrive letteratura. E allora?
      2) Altra accusa, rivolta alla critica ma di riflesso a lui è questa: “uno stile-stella polare per il new-journalism degli anni ’10. Il nuovo Tom Wolfe, il nuovo Hunter S. Thompson, il nuovo David Foster Wallace.” Altra manica di cazzate visto che si riferisce alle recensioni del New Yorker, del NYT etc. nelle quali ci citano Thompson e DFW, si fanno paragoni, più o meno equilibrati, si fanno elogi paraculi e come tutte le recensioni col bollino sono in parte delle marchette. Raimo fa il Savonarola de no’ antri e tira sto altro pippone come se fosse colpa di Sullivan se ci sono i marchettari.
      3) il resto è una tirata moralisteggiante da Sentinelle in Piedi sulla scarsa empatia verso le vittime dell’uragano o di crudeltà nei confronti del fratello.
      Quindi, tirando le somme: Sullivan non è scrittore di letteratura, non ha empatia verso le vittime dell’uragano perché scrive spiritosaggini ed è pure uno stronzo verso il fratello.
      No grazie, a me Raimo ha annoiato molte volte, meno lo leggo o lo sento e meglio sto, non mi è simpatico, spesso mi sembra arrogante e crede di dire cose molto piuù interessanti di quel che in realtà fa. Sa di vecchia zia inacidita e rompicojoni insomma.
      Però tu hai ragione a dire che non ti è piaciuto e ti sembra copiato da DFW.
      :)

    • karenina
      18 maggio 2015

      Mi hai fatto ridere, grazie, la cosa curiosa e che neanche a me Raimo è simpatico e forse è per questo che non avevo letto prima la sua recensione, spesso tronfio e sputasentenze, però stavolta sono stata d’accordo con lui, chiedo venia e come giustamente dici, ognuno legga ciò che più gli aggrada, alla prossima.

    • 2000battute
      18 maggio 2015

      :)

    • 2000battute
      19 maggio 2015

      Ieri hai evocato Raimo e oggi Raimo imperversa ovunque

  2. karenina
    16 maggio 2015

    Il punto è che non si può non paragonarlo a DFW, lo copia passo, passo, festival e uragani compresi, senza avere un briciolo del suo talento, imho. Preso a sé senza paragoni l’ho trovato irritante e scontato.

    • 2000battute
      17 maggio 2015

      Davvero? Io non conosco molto DFW ma non ho trovato questa critica. Il che non vuol dire che tu non abbia ragione, anzi. Hai un riferimento a DFW, ora sono curioso?

  3. rodixidor
    15 maggio 2015

    recensione impeccabile, gran voglia di leggere questo libro :)

    • 2000battute
      15 maggio 2015

      siamo tutti peccatori :)

    • 2000battute
      15 maggio 2015

      comunque, Sullivan è un tipo divertente e sa raccontare una storia

    • rodixidor
      15 maggio 2015

      Mi hai convinto, lo leggerò :)

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Questa voce è stata pubblicata il 15 maggio 2015 da in Autori, Editori, Sellerio, Sullivan, John Jeremiah con tag , , , , .

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