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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

I Middlestein – Jami Attenberg

middlestein

I MIDDLESTEIN
Jami Attenberg
Traduzione di Rosanella Volponi
Giuntina 2014

Commento di Cornelio Nepote

Compagni! Sì, dico a voi! Compagni!
(lo so che qualcuno avrà avuto un brivido dopo secoli che non si sentiva chiamare così… eeeh nostalgici che non siete altro)

Compagni di umana specie! E compagne, anche. Di umana specie, anche voi. La vita è breve ma è anche un procedere in un tunnel senza fine. È allo stesso tempo breve e lunga, un istante e un tempo infinito. Ecco perché le religioni sono indispensabili, senza non ci si capisce niente. Servono per confortare le nostre deboli membra e i nostri intelletti stanchi. Servono per dirci E vabbuò nun te stare sempre ad angustiare… breve lunga un istante infinita… maronnaaaa che ansia… statte buono, non stare a fare dei calcoli, ci pensiamo noi, tu prega e pensa a finire la iurnata.

Io sono un uomo stanco e immalinconito dalle asprezze di una vita che mi ha scartavetrato la pancia, fatto venire le vesciche ai piedi e provocato attacchi di colite. Ho perso le illusioni. Non posso io, pur plutonico come sono, caricarmi sulle spalle il fardello grondante non si sa che liquido colloso della narrativa contemporanea. Non posso, compagni. Non posso. Voi pretendete l’inumano da me.

Giunto a una soglia della vita che si va spegnendo senza neppur essere cominciata, anche io devo dire Questo Rubicone non posso atraversarlo!
E qual’è questo Rubicone? (Aaaahhh! L’ho messo apposta l’apostrofo a qual è per vedere se siete attenti, quanti se ne sono accorti? Ocio che vi tengo d’occhio)
Sono molti rubiconi, in realtà, non uno solo. Sono molti. Come al solito. Come per la vita breve e lunga, anche qui è un Rubicone e sono molti rubiconi. Ci vuole fede, ve l’ho detto. Se non mi credete cosa ci posso fare? La medicina da darvi per credermi non ce l’ho. E poi a me che me ne frega se non mi credete? Un fico. Secco.

Un Rubicone sono i (re)-censori, ma di questo ne ho già parlato (credevate mica che fosse stato l’altro?) e non v’assillo. Un secondo Rubicone è quello dei gruppi di lettura o i club del libro o le case dei lettori o i salotti letterari o le presentazioni dei libri o le maestrine di lettere o altre tribù del genere. Io tribù no. Io no. Io babà. Un terzo Rubicone sono le storie famigliari deprimenti. Madonna che strazio! Che mi pare quando vado all’ufficio postale che ci sta sempre quella vecchia strega che vuole raccontare a tutti le sue disgrazie, sempre co’ ‘ste disgrazie, ‘ste deprimenze, ‘ste vite umiliate, la sua, quella del marito e poi quelle dei figli, quelle dei nipoti e dei pronipoti e delle comari e i padrini, tutti disgraziati, umiliati, lamentosi, sempre le stesse disgrazie ma ogni volta le racconta come se fossero capitate il giorno prima e invece sono sempre le stesse da cinquant’anni che vado all’ufficio postale. A me fa uscire pazzo! Come se una brava persona fosse a passeggio per i fatti suoi e un’estraneo, con la faccia di questa vecchiaccia dell’ufficio postale, gli rovesciasse addosso un secchione di acquaccia lurida dalla sciacquatura dei suoi piedi puzzolenti. C’è da uscire pazzi o no? Eccerto che si esce pazzi! Che l’ho detto, la mia vita è breve e un tunnel lunghissimo senza fine, e poi sono immalinconito e stanco del fardello, che io mica sono un somaro da soma.

E allora mo’ basta con ‘ste storie famigliari umilianti, deprimenti, dove è tutto un gran schifo, uno schifo disciolto nell’aria, uno schifo generazionale e americano ed ebraico e da middle-class e da romanzo post-moderno e da scuola di scrittura creativa e non so da che altro.

Come co’ ’sti Middlestein, santiddio, che depressione compagni! Santiddio, ma insomma, la storia della famiglia media ebraica-americana (middlestein) in versione deprimente. Non tragica. Non drammatica. Non psicotica. Non feroce. Deprimente. Contagiosamente deprimente. Ti si attacca addosso. E mo’ basta, che c’ho già le mie di depressioni anche senza prendermi quelle della storia deprimente.

Mo’ basta continuare a starci dietro senza pretendere qualcosa in cambio! Eccerto, compagni, qualcosa in cambio. Perché il mondo è un dare e un prendere, un tirare e un mollare, dobbiamo diventare capitalisti, compagni, dobbiamo smettere di pigliarla laggiù solo perché c’abbiamo l’orgoglio ideologico! Tu mi rifili la solita storia famigliare deprimente che la vita e la vecchia dell’ufficio postale mi ha già rifilato altre cento volte? Bene, e cosa mi dai in cambio? Niente? E allora da ora in poi la tua bella storia famigliare deprimente te la tieni te!  Che io e te non siamo compagni.

Tu, libro, mi hai detto qualcosa di personale, rivolto proprio a me, dico, l’hai fatto? Mi hai coinvolto, fatto riflettere, stupito, incuriosito, commosso, provocato, eccitato, spaventato, fatto venire il prurito, gli incubi, un’erezione, mal di pancia, rabbia, fame, sete? No. Mi hai almeno stiracchiato fuori un sorrisetto? Manco per sogno. Mi hai depresso. De-Pres-So. Ecco che hai fatto. Mi hai fatto soltanto pensare che la vita è uno schifo perché tutti fanno schifo e se non lo sono lo diventano. Grazie, ma che minchia di business è questo qua per me? Chiagne e futte, ecco che business è, e lo scurnacchiato sono io. Non c’ho più la verve di una volta per stare ancora appresso alle storie chiagne e futte, compagni.

Compagni statemi buono e Hasta la victoria siempre!
Cornelio Nepote

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2 commenti su “I Middlestein – Jami Attenberg

  1. karenina
    28 aprile 2015

    Avevo il sospetto della fregatura nel tanto acclamato, grazie di esserti sacrificato, mi fido e mi astengo.

  2. Maurizio Mancini
    26 aprile 2015

    oh bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao…..un saluto affettuoso al mitico Cornelius.

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Questa voce è stata pubblicata il 25 aprile 2015 da in Attenberg, Jami, Autori, Editori, Giuntina con tag , , , , , .

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