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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Perturbamento – Thomas Bernhard

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PERTURBAMENTO
Thomas Bernhard
Traduzione di Eugenio Bernardi
Adelphi 1988

Solo. Il Bernhard di Perturbamento, per me, deve stare solo; non condividere lo sguardo con altri. Questa settimana non voglio parlare di altro che di Perturbamento.

È una rilettura che arriva dopo molti anni da quella folgorazione per Bernhard che non è mai cessata. Io Bernhard me lo porto nei ricordi, a volte me lo trascino dietro faticosamente, sguscia talvolta tra i pensieri, spesso nelle immagini, altre volte mi ha fatto compagnia. Questo non per fare il romantico dei boschi cedui, ma per dirvi che non faccio scenette questa volta. Dico sul serio.

Da poco ho cominciato a rileggere. Ho iniziato con Il giovane Holden, seppure con la scusa della nuova traduzione. Questa volta non ho alcuna scusa. Era da parecchio che sentivo la mia voce suggerirmi di rileggere Bernhard e ogni volta accantonavo il pensiero. Rileggere, per me, non so per gli altri, intendo rileggere certi libri e certi autori, come Bernhard, come Perturbamento, libri e autori che nella mia storia sono pietre angolari, prima andavo in una direzione, dopo sono andato in un’altra, rileggere questi libri e questi autori significa chiudere un cerchio; congiungere due estremità e scoprire che queste estremità in parte si uniscono e in parte no; scoprire cose rimaste immutate e altre che sono diverse; scoprire gli effetti del tempo e della vita, ma anche i loro limiti nel riuscire a trasformare tutto quanto. Non tutto cambia. Non tutto si perde. Non tutto si dimentica e si trasforma nella memoria. Quasi tutto, non tutto. Conforta o fa paura scoprirlo, dipende. Questo per me è rileggere Perturbamento e quindi ora capirete perché desideri non parlare d’altro che di questo libro straordinariamente carico di significati.

Perturbamento è il distillato più puro della trasfigurazione letteraria di Thomas Bernhard. Forse non è il suo romanzo più bello (per quel poco o punto che significa “il romanzo più bello” quando si parla di Bernhard), altri magari hanno più carattere, sono più fantasiosi o più feroci o inseguono personaggi accativanti come Glenn Gould, ad esempio, altre volte Bernhard forse si è divertito di più o chissà. Ma in Perturbamento, che probabilmente non a caso è il secondo romanzo dopo Gelo, Bernhard fissa per sempre e nel modo più estremo e trasparente il proprio canone stilistico e la propria musica e la propria personale arte di scrivere; inimitabile, inconcepibile e indimenticabile.

Il ventisei mio padre già alle due del mattino prese la macchina e andò a Salla, da un maestro che trovò morente e lasciò morto, e ripartì subito dopo per Hüllberg per curarvi un bambino che in primavera era caduto in un mastello per maiali pieno di acqua bollente e che ora, dimesso dall’ospedale, già da parecchie settimane era di nuovo in casa dei suoi genitori.

Inizia così Perturbamento ed è un inizio celebre, che spiazza o che scaccia, nel quale Thomas Bernhard scolpisce la cornice e lo stile di tutta la sua opera: dolore, morte, sarcasmo, tetraggine boschiva, popolani dementi, Austria in putrefazione, pazzia dilagante, freddo, buio notturno, albe e inverni gelidi, genitori, orrori famigliari, ridicolaggine umana; tutti citano Claudio Magris che ha definito Bernhard “Recensore del caos”, definizione che io intimamente percepisco come almeno in parte superficiale e frivola: l’elenco di tratti bernhardiani non basta a descriverlo e sarà sempre e solo una posa, questa sì, da re-cen-so-re (pronunciato con tutto il disprezzo possibile per il termine e la figura) inteso come quel figuro laido che pretende di produrre l’interpretazione autentica di uno come Bernhard, che non è interpretabile se non accettando l’incomprensibile che permea la sua scrittura. Da un lato offre il gelo (come il suo esordio), e con esso lo sgretolamento di qualunque costruzione fisica e intellettuale; ma dall’altro c’è la musica, l’arte e la vita che ribolle.

Chi non riesce a sentire la musica delle parole di Bernhard, quella melodia inconfondibile e incessante che riempie ogni sua pagina, quel ritmo teso, nervoso, talvolta concitato, ma sempre millimetricamente controllato dall’immenso talento dell’autore; chi non mette sul piatto questo enorme sforzo estetico e artistico che rende Perturbamento (e tutta l’opera di Bernhard) non solo un libro spietato, maniacale e gelido, ma anche una sinfonia per orchestra, con i suoi movimenti e le indicazioni del compositore per come suonarla; chi legge e non ascolta, io penso, è al massimo un re-cen-so-re.

Parlando di musica e di ritmo, bisogna rendere merito a Eugenio Bernardi, non solo stupendo traduttore ma anche curatore e autore della bellissima postfazione. Scrive Bernardi:

Nella narrativa di Thomas Bernhard c’è un gesto iniziale e determinante che sostiene la scansione ossessiva, maniacale dello stile e indica direttamente lo sfondo su cui si proietta la costellazione pressoché fissa delle sue figure. Considerare di poco conto questo gesto significherebbe non cogliere un nucleo essenziale che determina, in un rapporto che è insieme di aderenza e di rifiuto, la sostanza dell’opera anche al di là dei fini espliciti del suo accanimento.

Meglio non si poteva dire: Bernhard investe il lettore con la sua meravigliosa o terribile ossessione e maniacalità, ma nasconde il suo sguardo in un gesto, in alcuni termini ricorrenti o fatti scivolare tra le frasi. Tra poco ancora su questo.

Al centro di Perturbamento sono i rapporti padre-figlio: il medico porta con sé il figlio nel giro delle visite, tappe successive di un percorso nel labirinto della miserabile follia umana, lungo una valle disperata e colpevole. Gli uomini, le donne, i bambini di Bernhard sono vittime e colpevoli. Sempre.
Il figlio racconta, unica voce ancora sana in grado di farlo, ma destinato anche lui, come tutti, alla corruzione. E racconta anche dei guasti della propria famiglia:

La mia impressione è che mia sorella si sia già troppo allontanata da noi perché noi la si possa ancora raggiungere. Tutti e due abbiamo perduto nostra madre nel momento più disgraziato, ma è probabile che per mia sorella quello sia stato un momento micidiale.
All’inizio, disse mio padre, l’aveva sistemata in un collegio vicino al lago di Costanza. Ma era stata una decisione assolutamente inopportuna. Proprio il regime imposto da quelle suore severe e intransigenti l’aveva piombata in quella sua spaventosa malinconia, in quel suo stato di disperazione che da allora in poi era diventato permanente.

Eccolo il Bernhard ossessivo che ripete, ricalca… mia mia noi noi… scandisce le frasi come un metronomo, imperioso, implacabile, per poi sferrare lo schiaffo con l’assolutezza dell’aggettivo… micidiale, permanente… la disperazione di questa ragazzina viene smontata nella sua discesa verso la cronicità, lei è vittima inerme del mondo nel quale si ritrova a vivere, è colpevole senza colpa; la morte della madre è ricondotta alle condizioni di un momento, disgraziato o micidiale, le suore sono severe e intransigenti, la malinconia spaventosa, la disperazione permanente… queste sono immagini crude, perfino violente si potrebbe sostenere, ma sono anche battute di un tempo musicale, è una spietatezza ritmica, un’estetica sopraffina, c’è un’orchestra che suona nella penna di Bernhard, non è solo la descrizione di una ragazzina disperata. Io ogni volta mi ritrovo incredulo di fronte alla bravura di Bernhard.

La prima parte del libro scorre… diciamo s’inerpica lungo le case dei sofferenti della valle montana: laidi, crudeli, deficienti, lerci, putridi, i pazienti del dottore sono i popolani di Bernhard, bestie in una natura opprimente. Poi la seconda parte: l’arrivo al castello del principe Saurau, feudatario di un feudalesimo che sopravvive nei tempi moderni, come se le miserie ancestrali della società degli uomini non scomparissero mai nonostante lo schermo rilucente della modernità (qui un segnale del romanticismo bernhardiano).

La seconda parte di Perturbamento è il monologo del pazzo. Il principe è tanto folle quanto lucido e il soliloquio nel quale si lancia, con il medico e il figlio come spettatori attoniti, è sfrenato e vertiginoso. Uno slancio che sbalza su un precipizio. Torna il rapporto padre-figlio: il principe nelle sue visioni sente i pensieri del figlio, pazzo anch’egli, residente in Inghilterra, che ha come desiderio quello di distruggere tutte le proprietà e le attività del padre una volta ereditate; padri che distruggono i figli mettendoli al mondo e figli che a loro volta distruggono quanto prodotto dai padri è la spietata spirale bernhardiana per descrivere il ciclo della vita e della società; una ininterrotta sequenza di autodistruzione e di crudeltà inevitabile e incosciente. C’è anche un terzo rapporto padre-figlio: quello del principe con il ricordo del padre, fonte della propria disperazione e della follia e dell’autoreclusione.

Ecco quindi perché Perturbamento è forse il libro cruciale dell’opera di Bernhard: tutti gli ingredienti che rappresenteranno l’intera opera di uno dei più grandi scrittori di ogni epoca e latitudine vi sono ribaltati come su un tavolo di lavoro e assemblati per la prima volta a formare quelle simbiosi mai più sciolte in seguito tra ossessione, dolore, perversione, colpa, nascita, morte, famiglia, solitudine, vita, uomini, natura, società, ipocrisia ed anche estetica, arte, musica, parole, ritmo, cadenza, narrazione.

Come hanno notato in tanti, Eugenio Bernardi incluso ma anche Daniele Benati in un bel commento che venne riproposto da minima&moralia e che consiglio moltissimo di leggere, in Bernhard alcune parole assumono un significato che va oltre il testo e diventano degli assiomi della propria morale o filosofia di vita e di scrittura o come le si voglia definire; diventano i simboli di un’arte personale.
Una di queste, Benati cita il termine tedesco Rucksichtslosigkeit, è intransigenza, ovvero l’essere implacabili rispetto una convinzione di ordine morale superiore (convinzione che può indifferentemente essere giusta o sbagliata, frutto di follia o di sanità mentale, poco importa).
Se ricordate, le suore erano intransigenti e tale intransigenza ha definitivamente portato la sorella sull’orlo del suicidio. Questo è un esempio. Ma è lo stesso Bernhard a essere per primo intransigente: ha definito in Perturbamento un proprio codice, una morale, una visione e un modo di accordare le parole e un ritmo, ha definito le coordinate della propria arte e lo ha fatto in modo intransigente. Dopodiché non ha mai ceduto, fino alla fine.

Chi legge Bernhard questo deve accettare: non c’è trattativa possibile, non c’è interpretazione che non sia quella patetica dei re-cen-so-ri che consenta di scalare l’erta, non c’è un modo per leggere Bernhard che permetta di diluire la sua intransigenza. Bernhard è una freccia scagliata verso un bersaglio nascosto nella boscaglia e là si conficcherà. Lettori, re-cen-so-ri, burattini, folli o sani che si mettano di mezzo verranno semplicemente attraversati senza deviare di un capello la traiettoria prestabilita.

Ognuno di noi continua a parlare un linguaggio che lui stesso non intende, ma che ogni tanto viene inteso. Il che ci permette di esistere e di essere perciò quanto meno fraintesi. Se esistesse un linguaggio in grado di essere inteso, disse Saurau, non ci sarebbe bisogno di nient’altro. «Siamo sempre riusciti a trovare asilo in qualche problema» disse. «Gli uomini camminano insieme, parlano insieme, dormono insieme, ma non si conoscono. Se gli uomini si conoscessero non camminerebbero insieme, non parlerebbero insieme, non dormirebbero insieme. Conosci te stesso? mi chiedo tante volte» disse Saurau. Una profondità è sempre anche un’altezza, quanto più profonda sarà la profondità dell’altezza, tanto più alta sarà l’altezza della profondità e viceversa.

Note:

– Oltre al già citato commento di Daniele Benati, curiosamente recente è un altro commento molto personale di Luca Barbirati apparso su Nazione Indiana che consiglio di leggere. Su Bernhard e la sua opera esistono poi numerosissimi saggi, tesi di laurea, note critiche, re-cen-sio-ni, analisi narratologiche.

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Questa voce è stata pubblicata il 21 febbraio 2015 da in Adelphi, Autori, Bernhard, Thomas, Editori con tag , , , , .

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