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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Lo stereoscopio dei solitari – J. Rodolfo Wilcock

stereoscopio solitari

LO STEREOSCOPIO DEI SOLITARI
J. Rodolfo Wilcock
Adelphi 1989

[Libro disperso]

Il mio rapporto con Wilcock è bizzarro, credo.

Ah, a proposito, apro e chiudo una parentesi: un bifolco semianalfabeta, il quale, nonostante la sua grossolanità semantico-lessicale o forse proprio grazie a quella, parrebbe essere, diciamo così, un lavoratore del settore editoriale, mi ha scritto di recente biascicando la sua insoddisfazione per il mio parlare troppo di me stesso e poco del libro, concludendo poi che lui se ne fregava. Fin qui poco male: chissenefrega al cubo, dico io, vai bello… passi lunghi e ben distesi, dicevano quando ero piccolo.
Ma c’è una cosa che mi fa incazzare: questo scimunito mi ha detto che sono un recensore che scrive recensioni.
Te lo dico, scimunito al cubo: recensore che scrive recensioni ci sarai te e quelle cagatine da gallina in batteria che ti ho visto produrre. Dove hai imparato a scrivere, eh? Mangiando Baci Perugina o leggendo la rubrica della posta del cuore, eh? Ma và… và.
(Hey, scimunito cubico, grazie per lo spunto per la nuova scenetta, davvero grazie! ci risentiamo quando vuoi che così continuo con altre puntate.)

Torniamo a noi e a Wilcock. Rapporto bizzarro, dicevo.
Nel senso che pare essere una specie di lungo, romantico, decadente cupio dissolvi il rapporto tra me e lui. Spiego meglio. Ho iniziato leggendo I due allegri indiani, che è strepitosamente divertente, ingegnoso e tutto il resto di aggettivi che ci si mette in questi casi: Wilcock al top della sua genialità. Poi sono passato per La sinagoga degli iconoclasti, una mezza delusione, facciamo un terzo di delusione… acuto, brillante e tutti gli aggettivi che ci si mette in quest’altro caso (diverso dal precedente, notate bene), ma privo di quel qualcosa che va oltre il solo riconoscimento del genio (Wilcock è sempre e comunque un genio letterario), ma ti illumina di luce, come se in quel particolare caso la genialità indiscutibile fosse stata innescata e l’alchimia prodigiosa sfavillasse. Con gli indiani è successo, con gli iconoclasti no. Sopraggiunge quindi una certa forma di delusione, che non intacca l’affetto né tanto meno la stima, ma, non so, si torna con i piedi sulla terra… si sa, a volte va bene altre volte meno bene, normale, come con tutto e tutti. Forse come quando la tua angelica nuova fidanzata, l’essere perfetto che incarna l’ideale femminile, Diana e Minerva, la calamita di ogni tua passione va al gabinetto per la prima volta in tua presenza. No, forse non è così, non so, ci devo pensare.

Eppure, e qui credo stia la particolarità del rapporto, continuo a cercare Wilcock. Ero in biblioteca, non avevo in mente nessun titolo o autore, avevo la mente risciacquata, nessuna ispirazione. Che ho fatto? Sono andato in fondo, scaffali delle lettere W-Y-Z e ho cercato lui, J. Rodolfo Wilcock. E so che continuerò a farlo ogni volta che mi troverò con la mente risciacquata. E non perché cerchi la luce abbagliante del genio innescato; no, solo per cercare compagnia nel cupio dissolvi.

Lo stereoscopio dei solitari è geniale, oltreché fuori catalogo, ed è anche un terzo deludente, forse 4/9 deludente, facciamo 6/15 deludente. Sono 66… cosa? Racconti? No, più brevi di un racconto, anche di un racconto breve, quindi sono 66… scenette? Mah circa-scenette, qualcosa del genere, Wilcock lo definì “romanzo con 70 personaggi che non si incontrano mai” e in effetti ha ragione perché forse non serve cercare di dare un nome alla forma di quelle storie brevissime, come dei lampi narrativi; forse ha ragione lui, meglio guardare l’insieme e in effetti quello che si vede, guardando tutto insieme, sono questi personaggi surreali o irreali che vivono nello spazio di una pagina o due e in quello spazio ridottissimo compiono qualcosa che dà loro un senso; ma non un senso inteso come gesto sensato, tutt’altro, quasi sempre quello che fanno è sommamente insensato sotto tutti i punti di vista, ma non importa, nello spazio di una pagina o al massimo due che importanza può mai avere fare cose sensate o insensate, anche solo il tempo che ci si mette a pensare se si sta facendo qualcosa di sensato o di insensato e la pagina massimo due è già finita; quindi, il senso è che fanno qualcosa che solo loro avrebbero potuto fare, o almeno, a noi non ci viene in mente nessun altro che avrebbe potuto fare quello che fanno al posto loro.

Ad esempio:

GLI AMANTI

Harux e Harix hanno deciso di non alzarsi più dal letto: si amano follemente, e non possono allontanarsi l’uno dall’altro più di sessanta, settanta centimetri. Tanto vale allora rimanere a letto, lontano dai richiami del mondo. C’è tuttavia il telefono, sul tavolino da notte, che a volte strilla interrompendo i loro amplessi: sono i parenti che chiamano per sapere se tutto va bene. Ma anche queste telefonate familiari si fanno sempre più rare e laconiche. Gli amanti si alzano soltanto per andare al gabinetto, e non sempre; il letto è ormai tutto disfatto, i lenzuoli stropicciati, ma loro non se ne accorgono, ciascuno immerso nell’onda azzurra degli occhi dell’altro, le loro membra misticamente allacciate.
La prima settimana si sono alimentati di biscotti, ne avevano infatti provviste abbondanti. Finiti i biscotti, ora si mangiano a vicenda. Anestetizzati dal desiderio, si strappano grossi pezzi di carne con i denti, tra due baci si divorano il naso o il dito mignolo, si bevono l’un l’altro il sangue; poi, sazi, fanno di nuovo l’amore, come possono, e si addormentano per ricominciare quando si svegliano. Hanno perso il conto dei giorni e delle ore. Non sono belli a vedersi, certo, insanguinati, appiccicosi; ma il loro amore è al di sopra delle convenzioni.

Ecco, sono grossomodo così le scenette de Lo stereoscopio dei solitari: brevi intermezzi di insensatezza nei quali Wilcock descrive un arco circolare di irrealtà che però inducono sempre una domanda: Perché no?
Ce ne sono di ogni genere, tutte di forma circolare, a recintare la propria solitudine dalle interferenze di quelle altrui. Ci sono mostri mitologici come le valchirie invecchiate, Medusa con problemi di acconciatura o centauri perplessi, ci sono pazzi dileggiati, altri che si immergono nella merda, e ancora smemorati, gatti extraterrestri, vestiti senza corpi e così via. Sono 66, non ve li elenco tutti. Penso che abbiate capito.

Forse Ermanno Cavazzoni somiglia a J. Rodolfo Wilcock, due geni con le parole, due strampalati che vedono più in là di tutti i loro lettori, due che vanno più per campi che per strade, due che vedono delle bestie che solo loro riconoscono. Due di una strana razza di scrittori, minori forse si chiamano, non so se si dica così, per dire quelli che raccontano storie piccolissime che si capisce che non ci credono nemmeno loro perché se le sono inventate fatte in quel modo che si capisce che ti stanno prendendo un po’ in giro, ma il tranello è proprio quello: se fai tanto di credere che siano storie di gente che non sapeva cosa fare, ecco che questi strampalati ti hanno bell’e che fregato perché loro sanno benissimo cosa fanno e anzi lo sanno meglio di quasi tutti, anche degli scrittori con il diploma.

Per cui, quello che voglio dire, a parte “Hey scimunito cubico, ci sei ancora? A’bbello ma fatti una donna e stai sereno invece di rosicare”, è che se pure quando leggi ti viene per un terzo o 6/15 la delusione, con gente come J. Rodolfo Wilcock (o Ermanno Cavazzoni) ti ci incammineresti volentieri per il tuo cupio dissolvi, a immaginarti mostri sdruciti o matti laureati, sghignazzando e camminando.

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6 commenti su “Lo stereoscopio dei solitari – J. Rodolfo Wilcock

  1. Gina
    14 febbraio 2015

    Il frammento che hai pubblicato è geniale. Sarà una mia deformazione, ma io ci trovo uno sguardo molto simile a quello di Quim Monzó.

    • 2000battute
      14 febbraio 2015

      Wilcock è sempre geniale, questo è certo, ma anche la genialità talvolta può diventare un po’ ripetitiva

  2. poetella
    14 febbraio 2015

    Cazzo!
    Mi hai proprio incuriosita,ragazzo!
    (Pure le rime baciate… ‘sta poetella…)
    ( posso sfanculare anche io lo scimunito cubico?)

    • poetella
      14 febbraio 2015

      Vabbeh… nun se baciano… co’ ‘sti accapo del cell… uffaaaaaaaa!

    • 2000battute
      14 febbraio 2015

      Poverino lo scimunito, dai non trattarlo male… :)
      Wilcock se non lo hai mai letto merita sicuramente, è un geniaccio di quelli che potevano scrivere anche con la mano sinistra e rimanevano comunque dei geniacci, però quando scrive con la mano sinistra si nota. Io ti consiglierei “I due allegri indiani” tra quelli che conosco

    • poetella
      14 febbraio 2015

      Qualcosa di poesia?
      C’è?

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