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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Dovunque, eternamente – Simona Rondolini

dovunque eternamente

DOVUNQUE, ETERNAMENTE
Simona Rondolini
Elliot 2014

Io me lo sentivo che mi inguaiavo a leggere questo libro!
Io mi sentivo che mi avrebbe costretto a battagliare tra fastidio e calore e tra dolore e ragione e anche tra uomini e donne e ho pensato “No, adesso no”, e invece sì, perché ormai l’avevo preso in mano e il contatto era avvenuto.
È un libro molto bello, lo riconosco e lo sottoscrivo.

MA…

Ma è anche un libro a me ostile. Che se potesse mi farebbe a pezzi. O io lui. Non ne sono sicuro.
L’ho sentito non appena l’ho avuto in mano e ho guardato quella copertina che mi avevano detto “Non farci molto caso, sembra un’immagine fantasy ma non c’entra niente”; poi il titolo a rileggerlo lì stampato Dovunque virgola eternamente, perché le virgole nei titoli sono un’aggressione nei confronti del lettore e se non ve ne siete mai accorti è perché non vi siete sentiti inguaiati come me, uno nel titolo la virgola ce la mette per schiaffeggiarvi con quel segno di interpunzione (interpunzione… santiddio ma chi ha inventato questa parola?), vi costringe a leggere il titolo rompendo il respiro, come vuole lui non come volete voi, è un negriero che vi spinge in avanti puntandovi il fucile sulla schiena quello che mette una virgola nel titolo, che sia chiara a tutti questa cosa; e ancora quei due avverbi dovunque/eternamente, fastidiosi, irritanti, che pretendono di spandersi in lungo e in largo, di occupare loro soli la vostra visuale, come grassi bruchi obesi, sono avverbi gelatinosi; due gelatine soffocanti e una virgola astiosa, ecco il titolo per come l’ho letto io, viene da un testo “rielaborato e musicato” da Mahler, il famoso compositore e un incubo tormentoso per tutte le 300 e passa pagine del libro; e poi ancora giro la copertina, vado sulla quarta, la terra delle bugie e della vanità, ci sono due citazioni, la prima dalla menzione come finalista del Premio Calvino 2013 che con voce diaframmatica recita: “affronta complessi temi musicali, psicanalitici e animalisti” e scusatemi se lo dico, ma devo dirlo non posso trattenermi, ma sembra l’estratto di una comunicazione di un Soviet tanto è rigido nell’ossessione declamatoria e sintetico come una stola di rayon (oltre a domandare, umilmente: ma che cazzo c’entrano i temi animalisti?); e poi un brano dal testo, dal finale del romanzo, dove si dice “L’eternità non è un tempo infinitamente lungo, ma l’infinita assenza del tempo.” e questa frase, che alla prima lettura sembra evocare pace e serenità, in realtà ha aggiunto un’altra montagna di gelatina a quella del titolo, un altro baccello obeso, infinitamente, in senso diametrale e in senso temporale, e devo dirvi, a me, mentre l’avevo in mano, mi è sembrata una dichiarazione di guerra perché a pensarci, pensandoci in un certo modo, “l’infinita assenza del tempo” sono un concetto e un’immagine prive di senso: se il tempo è assente non esiste né finitezza né infinitezza temporale, il vuoto, come il punto, non ha dimensione propria, in più non ha nemmeno storia, quindi “l’eternità non è l’infinita assenza del tempo” mentre è molto più ragionevole che possa essere “un tempo infinitamente lungo” la cui cosa però implica “l’assenza del tempo” essendo insensato parlare di infinitezza a proposito della durata del tempo e quindi torniamo alla ”infinita assenza del tempo”, ovvero ci siamo impigliati nelle maglie di un paradosso nel quale la falsità dell’affermazione implica la falsità della premessa alla falsità dell’affermazione e alla fine di tutto questo discorso rimane solo che l’eternità non è definibile in termini di tempo essendone la negazione, cosicché da una negazione non si definisce un’affermazione se non negando la negazione.

Se anche non vi sembra molto chiaro o non siete proprio d’accordo su tutti i passaggi, il significato è che quando ho aperto e iniziato a leggere Dovunque, eternamente, io ero sicuro che mi stavo inguaiando.

La storia procede grossomodo così: c’è una famiglia: Luigi Paliani (ruolo: padre), celebre direttore d’orchestra, uomo geniale e feroce nell’ossessione musicale; Olga Banti (ruolo: madre), celebre soprano, bionda gran dama dei teatri d’opera, Laura nel ruolo esclusivo della figlia delle due celebrità.
Altri personaggi eccellenti che si inseriscono come cunei nel nucleo famigliare sono: Anna Nielsen discretamente celebre contralto reclutata da Luigi Paliani, scura, grassoccia e Matilde Pace, giovane pianista, ossessiva e di talento.

E dunque, per semplificare, quello che Simona Rondolini propone è uno schema dotato di riferimenti riconoscibili: la famiglia eccellente, la coppia di grandi artisti speculari, il genio notturno e la dama luminosa, routine famigliare che come una macina lentamente schiaccia qualunque frammento di vita e di relazione sia della coppia, sia della figlia Laura. Il canovaccio è dunque la classica tragedia borghese.
Questo solo per disegnare la scena nei minimi termini, ma non basta assolutamente. Come avrete notato, tra i protagonisti c’è un unico uomo: il padre. In realtà ce ne sono altri, almeno uno con un ruolo non secondario, uno psicologo, ma è un accessorio, non ha molta importanza.
C’è un unico uomo in questa storia, l’Uomo, e quattro donne: la Moglie, la Figlia, l’Amica, l’Allieva.
Ci sono poi le epoche della storia, tre: la Tragedia, la Sopravvivenza, il Ritorno alla Vita in Posizione Eretta.
La storia è narrata in terza persona con occhio e voce assoluti che seguono proprio Laura, e quindi lei, la Figlia, è la nostra eroina tragica.
Infine c’è il fondale della scena: la Musica, quella di Mahler soprattutto, della quale l’Uomo è l’interprete più sublime, ma anche vittima della sua ossessione. Ecco qua gli ingredienti mescolati da Simona Rondolini con ossessione e talento (è un’Allieva anche lei, ne sono quasi certo).

La storia, raccontata in un tempo indefinito ma contemporaneo, si apre con il padre malato, malattia di natura psichiatrica o psichica, non dirige più, la figlia lo accompagna alle sedute della terapia. Poi il padre si suicida gettandosi dal balcone di casa.

Quindi, ricapitolo: ci sono quattro donne vive e un uomo morto. La storia si svolge, avvolge, riavvolge attorno a questo perno: l’Uomo si è ucciso. C’è un prima e un dopo riferito alla morte: la vita prima della morte e la vita dopo la morte dell’Uomo; la vita che procede verso la morte e la vita che si allontana dalla morte dell’Uomo; queste sono le due eternità gelatinose.

Ora torno a me e alla mia reazione intollerante verso questo romanzo e cerco di giustificarmi.
La prima parte, fino circa a metà libro, è la Tragedia, ovvero la vita prima della morte dell’Uomo: come i protagonisti si sono tutti insieme incamminati verso quella meta e infine l’hanno raggiunta.
Rammentate la faccenda della gelatina che produrrebbero gli avverbi ovunque/eternamente? Ecco, la mia lettura della prima parte è stata lo sforzo di aprirmi un varco nella gelatina del testo: l’ossessiva insistenza sulla decodifica psicosensoriale della musica di Mahler nelle parole della Figlia; le descrizioni dal tratto iperrealista: denso, carico, pesante; l’ansia di perfezione che permea lo stile dell’autrice e che si sfoga in frasi cesellate fino a renderle didascaliche, in aggettivi come “terragno”, tanto per citarne uno, che incrinano anche le schiene più robuste, in dialoghi dal sapore ammuffito oltre che arcaico di una nobiltà borghese da fin de siècle ottocentesco con tanto di “abbiate la bontà di”; e ancora la musica come un olio esausto che tracimando fa scivolare i piani emotivi della Figlia e dell’Uomo.

Insomma mi è sembrato di lottare corpo a corpo con un testo ricamato con la sapienza di un’anziana dedita all’uncinetto: ansioso, implacabile, ossessivo, anemico, opprimente e soprattutto privo del concetto stesso di ironia della sorte o della parola. Mi sembrava di sentire l’autrice digrignare i denti per aggiungere ancora gelatina alla gelatina, per estenuarmi, esasperarmi. Io quella famiglia l’ho odiata, quella coppia di insopportabili talentuosi della musica e del bel canto li avrei gettati sotto un ponte, ma soprattutto, sopra ogni cosa, il mio furore era diretto verso la Figlia, quella intollerabile ragazzetta lagnosa, piagnona, romanticheggiante, stucchevole, insopportabile rompicoglioni.
Ho tirato un sospiro di sollievo quando è finita la Tragedia. Poi cambia. Anche Simona Rondolini è arrivata esausta e ha dovuto rifiatare. La seconda metà, due parti, riguarda la vita dopo la morte dell’Uomo.

Guarda sempre indietro la Figlia e allora anche io ho guardato indietro e mi sono accorto di una cosa: l’Uomo, il padre amato, l’artista tormentato, la personalità ossessiva e autodistruttiva, il perno attorno al quale la Moglie e la Figlia e l’Amica e poi anche l’Allieva ruotano al tempo delle sonate mahleriane, è bidimensionale.

L’Uomo, il personaggio-perno, il riferimento per ogni distanza e tempo nella storia, manca di una dimensione, non ha spessore, solo altezza e larghezza e così tutti i personaggi maschili non hanno spessore, sono fogli, lamelle, senza un davanti e un dietro, solo un alto e un largo e quindi le donne, i personaggi tridimensionali, non potevano ruotare intorno all’Uomo come nel sabba di streghe che avevo immaginato, ma erano schiacciate loro malgrado in una bidimensionalità tragica e potevano quindi solo scorrere una sull’altra, sovrapporsi, allontanarsi e avvicinarsi, ma mai sollevarsi o prendere il punto di vista posteriore. L’Uomo non ha nuca né schiena né culo. Eppure le donne dicono di vederlo l’Uomo di schiena. È follia?

Sì, è follia. Questo ho capito guardando indietro come fa la Figlia per tutta la seconda metà del romanzo.
Ho guardato e mi sono allineato con il suo punto di osservazione e quello che ho visto è stato un ricordo della vita prima della morte deformato dalla pressa bidimensionale, dove gli spessori sono distanze e la prospettiva si schiaccia in profili e sagome. Dove anche la musica, che dovrebbe avvolgere e riempire, far galleggiare i sentimenti come un fluido morbido, per effetto della distorsione prismatica diventa gelatina, ecco la gelatina!, intasa gli spazi lineari e confonde il gioco di ombre sul muro, intossica, soffoca.

Ho capito che questo libro, e anche Ovunque e la virgola ed Eternamente e i ruoli, l’Uomo, la Moglie, la Figlia, l’Amica, l’Allieva, le donne tridimensionali e gli uomini bidimensionali, la sopravvivenza di Laura nell’apatia e nella solitudine, il sangue dei conigli, lo sverginamento mezzo stupro-mezza farsa, lo stile salmodiante, il cambio di tono, dall’ansia alla disperazione, la profondissima disperazione che colma le pagine, tutto quanto era il riflesso della follia e dello sguardo psicotico della Figlia, di Laura: la terza persona è finta, è lei a raccontare in presa diretta usando la terza persona; è l’artificio retorico dell’estraniamento da se stessi.

È il racconto di un personaggio incarnato da una folle. Nulla è reale, tutto è distorto dalla psiche deviata di Laura; forse neppure il suicidio del padre è vero, forse neppure il suo talento sovrumano di direttore d’orchestra, forse neppure l’ossessione maniacale per Mahler. È Laura ad essere maniacalmente ossessionata dal padre, da Mahler e dalla musica classica in genere, da Bach, da Gould che suona le Variazioni Goldberg, da Schubert, è lei a fuggire da casa in preda alla pazzia che sempre l’ha afflitta e a sopravvivere alla sua stessa pazzia immaginando di fare l’operaia che squarta conigli con un coltello, sangue che spruzza, che cola, che gorgoglia, che ricopre tutti e tutto, lei è ossessionata dagli uomini verso i quali ha un rapporto psicotico… pazzia di donna, follia femminile, fino all’ultima illusione di rinascita e di happy ending. Sarebbe semplicemente intollerabile pensare a un happy ending per una storia come questa dilaniata dalla disperazione del personaggio principale, la Figlia, e che, azzardo lo so, rispecchia una qualche disperazione dell’Autrice, che sembra trasparire e continuamente essere citata. L’happy ending esiste solo nei pensieri della voce narrante distorti dalla follia.

Ecco, solo così io mi riconcilio con Ovunque, eternamente; depongo le armi, le ostilità sono cessate per sempre, comprendo l’equivocità della mia lettura ma in questo modo riconosco in questo libro uno dei più belli scritti da un italiano contemporaneo dai tempi di Tommaso Pincio e il suo grandioso Hotel a zero stelle e ora posso far andare un lied di Schubert, non uno qualunque ma proprio questo, con la voce di una gran dama, e torno a sentirmi un essere tridimensionale.

Nota:
un’ottimo commento anche dall’ottimo Domenico Fina su minima&moralia.

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4 commenti su “Dovunque, eternamente – Simona Rondolini

  1. karenina
    2 febbraio 2015

    Che sorpresa! non lo legge nessuno questo libro, sono proprio contenta di trovare la tua recensione. Peccato davvero per quella copertina che non aiuta.

    • 2000battute
      2 febbraio 2015

      Davvero non lo legge nessuno? Non lo sapevo, peccato

  2. Domenico Fina
    21 gennaio 2015

    Belle considerazioni, sono contento che ti sia piaciuto, o meglio, sono contento che questo romanzo ti abbia scosso i nervi perché è un libro anomalo e solitario, perciò prezioso, mi ha riportato ad alcune sensazioni che suscita Un ermellino a Cernopol di Rezzori, la leggenda vuole che l’ermellino muoia quando il suo candido vello s’imbratta. Metafora della fine dell’età gioiosa dell’infanzia. Qui Laura non muore quando la sua giovinezza si arresta, ma inizia a nascere, passando per uno stato di torpore da sopravvivenza, è la parte resa meglio, la scena di sesso, anzi non sesso, è glaciale, c’è acre ironia, più di quanta in generale si possa avvertire in una prima lettura di un romanzo che fa dolentemente sul serio. La terza parte è l’affacciarsi sul pelo libero della vita.

    • 2000battute
      22 gennaio 2015

      Penso anche io che la seconda sia la parte migliore

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Questa voce è stata pubblicata il 17 gennaio 2015 da in Autori, Editori, Elliot, Rondolini, Simona con tag , , , .

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