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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Il mondo che verrà – Dara Horn

mondo che verra

IL MONDO CHE VERRÀ
Dara Horn
Traduzione di Vincenzo Mantovani
Il Saggiatore 2007

[Libri dispersi]

Promettente (relativamente) giovane autrice, brillante, americana, ebrea, due libri, all’epoca, nel 2006, un premio per l’esordio e successo di pubblico per questo secondo titolo; molto brava, evidentemente molto brava, per la precisione, ordinata, molto, e documentata e insomma una che fa tutte le cose come vanno fatte per essere una molto-brava-scrittrice-contemporanea.

Un peccato, nonostante qualche critica che le farò e una improbabile copertina in stile, credo, spazialista (c’è un buco!), che il libro non sia più disponibile. Davvero, è una cosa triste, ma proprio tristissima. Rimangono le biblioteche, o il mercato dell’usato. 66thand2nd ha un nuovo titolo di Dara Horn, ma non questo.

Dara Horn la definirei certamente un’ottima giovane scrittrice di storie ebraiche – la faccenda delle storie ebraiche come sottogenere letterario l’ho spiegata nel commento a Forse Esther – e Il mondo che verrà è uno degli esempi migliori di storia ebraica scritti da autori giovani e contemporanei. E donne. Non so se sia un caso, ma se uno non crede alle coincidenze allora non è un caso.

Dico così perché ultimamente ho letto tre libri di storie ebraiche scritti da donne, ebree, (relativamente) giovani, ottime scrittrici e alle loro prime opere: Forse Esther di Katja Petrowskaja, Il grande circo delle idee di Miki Bencnaan e questo. Una ucraina-polacca-tedesca, una israeliana e un’americana.

I tre libri condividono più di qualche dettaglio biografico delle autrici, condividono un impulso a scrivere storie ebraiche rinnovandone ancora una volta la forma esteriore ma senza deviare dal canone tipico delle storie ebraiche post-olocausto. Condividono il desiderio delle autrici di scrivere storie ebraiche dal volto moderno, giovane, divertente, ironico, pur nel solco di una storia tragica che instancabilmente ogni autore di storie ebraiche ripete (e deve necessariamente ripetere). Inoltre, a differenza di altri autori, i woodyalienati, cioè i figli o nipoti del disastro provocato da Woody Allen con il suo stolido ebraismo pulcinellesco e radical-chic tutto tic, mossette, stranezze e cazzatine da newyorkesi ricchi e annoiati, tutte e tre le autrici sono ironiche ma non indugiano nel folklore pacchiano delle tradizioni o su personaggi eccessivamente caricaturali.
Tiro un sospiro di sollievo e spero che l’orrenda fase woodyalienata sia alle nostre spalle.

Tuttavia, le tre autrici presentano anche differenze notevoli. Forse Esther credo sia di gran lunga il libro migliore del terzetto, ma non tanto per una differenza di qualità narrativa, anzi, forse le altre due, Dara Horn e Miki Bencnaan, sono narratrici migliori di Katja Petrowskaja, più giornalistica per stile ed esperienza. La vera differenza la fa la comprensione della misura dell’opera e delle proporzioni della storia. Forse Esther è perfettamente bilanciato, mantiene le proporzioni e non deborda mai in eccesso o si rattrappisce in difetto, non scivola nel convenzionale ma neppure nel favolistico. Katjia Petrowskaja non perde mai né la presa sulla sua storia né la visione dall’alto della storia stessa.

Le altre due invece debordano. Peccano di bulimia. Sono magnifiche narratrici, riescono a scrivere pagine bellissime e ad intrecciare storie funamboliche in tutte le direzioni, fino a un certo punto tengono saldamente il controllo su costruzioni vertiginose che sembrano non finire mai di crescere e di stupire, poi, da un certo punto in avanti, forse dal punto nel quale bisogna troncare il viluppo e districare i nodi e le spire, quando bisogna avere nervi saldi e sguardo da iena, quando il tuo cielo letterario si chiude e tutto precipita sulle pagine, quando il tuo obbligo, l’unico tuo obbligo di autore diventa quello di incanalare il flusso narrativo fin lì spumeggiante in quella grande cloaca fetente che è il finale e, infine, quando lo spumeggiare degli incroci dei personaggi e degli eventi costruiti secondo un progetto architettonico studiato minuziosamente su un grande piano prospettico deve fare i conti con la legge di gravità che pretende inequivocabilmente che gli scoli delle acque nere siano in pendenza discendente, ecco che allora da quel punto cruciale in poi, sia Miki Bencnaan che Dara Horn si rivelano incapaci di smettere di divorare convulsamente ciambelle glassate… mangiano mangiano e mangiano fino a fare la fine della famosa rana che mangiava troppe ciambelle glassate.

Diventano favolistiche.
Lo ha fatto e lo rivendica Miki Bencnaan ne Il grande circo delle idee, lo fa Dara Horn ne Il mondo che verrà. Ovviamente dipende dai gusti. Le ciambelle glassate piacciono a molti, così come le favole. Le favole sono facili da leggere, le capiscono tutti, basta solo un poco di immaginazione e lasciare che la musica da marcetta suoni. Ci sono sempre i bambini nelle favole, a volte i nonni, ci sono gli angeli e gli animaletti, si viaggia e si sogna nelle favole, si pensa tutto e non si ha paura. Le favole confortano.
Gli autori che virano nel favolistico invece di precipitarsi nella grande cloaca del finale cercano di confortare i lettori. E se stessi. Molti lettori amano essere confortati. E pure molti autori a un certo punto, quando la minaccia del digiuno prende forma, vogliono conforto. Si vincono i premi in questo modo.
Io questo genere di deriva favolistica lo considero un segno evidente di horror vacui dello scrittore. È arrivato in cima alla montagna, ha guardato il precipizio e se l’è fatta sotto. È allora che abbonda coi sogni, le fantasie, gli angeli, i circhi, i bambini, gli animaletti, le ciambelle glassate e chi più ne ha più ne metta.

La storia de Il mondo che verrà intreccia i destini di tre generazioni di ebrei, prima russi, poi emigrati negli Stati Uniti e infine americani. C’è un filo conduttore rappresentato da un piccolo quadro di Marc Chagall, uno studio che il pittore, negli anni tra le due guerre, regalò a un bambino dell’orfanotrofio dove insegnò prima di lasciare la Russia. La storia di quel piccolo quadro, diventato di grande valore, arriva fino al tempo dei nipoti del bambino orfano, divenuti americani, non più miserabili come i loro nonni e i genitori, quando verrà rubato proprio da uno di loro dal museo che ospita una mostra delle opere di Chagall.

Dara Horn intreccia molte storie e molta Storia, soprattutto. Storie ebraiche dalla Russia socialista, di speranza e di violenza; storie ebraiche degli artisti miserabili; storie ebraiche di altra speranza e miseria e altra violenza nella nuova patria americana e, infine, storie ebraiche del tempo presente, con ancora miseria e violenza ma di tipo e natura diverse da quelle storiche. Anche in questo Dara Horn è bulimica. Mette insieme molte storie, molte disperazioni e molto amore. Lo fa con grande abilità e bravura, da grande cuoca che però, almeno per le mie capacità di ingurgitare storie, eccede nelle porzioni tanto che il banchetto, per quanto prelibato, risulta faticoso da consumare fino alla fine.

Quanto riusciate a mangiare voi in una volta sola io non lo so. Gli antipasti e il primo per me erano buonissimi, poi però mi sono arreso. Buon appetito.

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2 commenti su “Il mondo che verrà – Dara Horn

  1. Gina
    3 gennaio 2015

    Bel commento! Mi hai fatto venire voglia di darmi alle storie ebraiche :-)

    • 2000battute
      4 gennaio 2015

      Mi sembra una cosa molto buona :)

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Questa voce è stata pubblicata il 3 gennaio 2015 da in Autori, Editori, Horn, Dara, Il Saggiatore con tag , , , , , .

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