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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Congo – David Van Reybrouck

 

congo

CONGO
David Van Reybrouck
Traduzione di Franco Paris
2014 Feltrinelli

Mi corre obbligo, penso, di iniziare raschiando in gola e giustificandomi, segno evidente di coda di paglia oppure di scarsa autostima. Cioė, voglio dire… non per sembrare presuntuoso, ma insomma, neppure mi piace passare per fesso, ecco… quello che sto cercando di dire è che LO SO BENISSIMO CHE STATE PENSANDO “CONGO? C-O-N-G-O??!!”

Va bé, che cavolo, aspettate un momento prima di dimenarvi come bisce, no? Un po’ pocopoco di pazienza e ascoltate buoni/e e soprattutto senza prendervela con me, almeno per 5 minuti. Ok? OKKEI? Bene, vado veloce quindi.

Congo. Che poi uno, a parte farsi i fatti miei che non so a chi possano interessare, potrebbe invece domandarsi che linea editoriale segue Feltrinelli visto che passa da pubblicare narrativa un tanto al chilo per quanto è leggerina e impalpabile a Congo, 600 pagine di storia del Congo, ex-Zaire, ex-Congo Belga, dall’epoca coloniale ai giorni nostri. Un’impresa editoriale olimpica per quanto è meritoria e coraggiosa. E voluminosa. Perché sarà evidente anche a voi che un titolo del genere difficilmente riempie le librerie, anzi, diciamo pure che è più probabile che il modulo spaziale atterrato sul meteorite inquadri il Millennium Falcon che si posa di fianco a lui, invece di vedere la fila di gente che compra Congo.

È un gran peccato che il mondo disponga di poca fantasia. Sia perché sarebbe uno spettacolo favoloso vede il Millennium Falcon che atterra e anche sentire un sacco di gente discutere delle vicende della interessantissima storia del Congo. Di sicuro molto meglio che non sentir gente che parla di ricette vegane o problemi di coppia o altre inutilità, per come la vedo io.
Anzi, se ci mettessimo a discutere della storia del Congo diventeremmo tutti quanti migliori.
Certo. Intanto perché la finiremmo con gli stereotipi da somari, che quando si sente “congo” o “africa” la nostra conoscenza rasenta lo zero. Mi ricordo sempre quell’americano che non più di una decina di anni fa mi domandò se era vero che in Italia quasi tutte le donne giravano vestite di nero e col fazzoletto in testa. O l’altra folle, francesina, questa fu venticinque anni fa, che a Mentone mi chiese se era vero che tutti i francesi, appena varcavano la frontiera di Ventimiglia, venivano istantaneamente rapinati da bande di italiani in agguato.

Ecco, adesso riderete, vero? Già, ma anche a noi succede di dire fesserie di questo tipo. Quindi leggere Congo ci rende migliori perché intanto si scopre che anche gli stati africani hanno una storia che non si riassume in tre righe foresta-negroni-schiavi-indipendenza-gran casino-dittatore-ancora più gran casino-ricchezze naturali-guerra-casino irrisolvibile. Con forte miopia la storia del Congo può anche sintetizzarsi così, ma in realtà è molto più di così. Ed è sorprendente.

Altro fatto. Il Congo è un posto particolare. È l’archetipo dell’Africa nera, è in effetti il cuore di tenebra, il fiume ancestrale e la foresta più selvaggia, culla di fiere e malattie, di tesori naturali illimitati e di guerre sanguinose. Ma così non basta. Così si finisce per fare i soliti occidentali che si sentono esploratori anche solo passeggiando nel boschetto di betulle alla periferia di Pordenone.
In realtà il Congo è una società ricchissima per le differenze di culture e tradizioni, ed ebbe picchi di modernità quasi incredibili se visti con la nostra lente miope. Poi subì crolli che ancora oggi patisce, destino post-coloniale comune a molti stati.

Le 600 pagine di Van Reybrouck servono proprio a questo: a scavalcare gli stereotipi e raccontare finalmente la storia del ventre d’Africa, ed è una storia che risulta esserci molto più vicina di quel che ci appariva. Come tutte le storie delle nazioni, in retrospettiva gli avvenimenti sembrano conseguenze logiche e prevedibili. Così naturalmente non è e le incoerenze sono moltissime, come sempre avviene, inevitabilmente. Politica, potere, economia, interessi, speranze, tradizioni e futuri possibili si intersecano e si schiacciano a seconda dei casi e dei momenti; e in questo dimenarsi lungo i decenni si snoda la storia d’Africa e la storia del nostri rapporti con il continente ancestrale.

Ancora, i congolesi di Congo sono persone normali – incredibile vero? – non selvaggi che zompano attorno a un falò vestiti di pelli di leopardo. Hanno avuto intensi scambi con l’Europa, con il Belgio soprattutto, ma anche con la Russia e l’Inghilterra, oggi con la Cina. Il Congo nella sua storia recente è diventato terreno per le stragi della guerra civile ruandese, che non è ancora terminata, nonostante la veloce ripulitura mediatica che venne compiuta ad uso e consumo delle coscienze occidentali colpevoli di aver assistito impassibili a uno dei massacri più tremendi mai avvenuti. Anzi, mentre i massacri si erano solo spostati di là della frontiera congolese, il Ruanda veniva incensato sui media occidentali come fulgido  esempio di modernità africana del nuovo millennio, pragmatica, manageriale, efficiente e liberista. I venture capitalist nostrani lo portavano come caso di studio. Passano i decenni e la ricetta cilena viene sempre riproposta, mi pare a me.

Dice Van Reybrouck nelle pagine finali:

A Nairobi ho visto due giovani turisti olandesi con i visi scottati dal sole che facevano uno sprint verso il loro gate. Indossavano pantaloncini e sandali e si portavano dietro una grande giraffa di legno, un souvenir avvolto in fogli di giornali locali. Non so di preciso cosa sia stato, ma qualcosa di quella scena mi ha infastidito. Avevo la sensazione che nei giorni precedenti mi fosse stato concesso di dare uno sguardo nel terzo millennio e che ora fossi scaraventato di nuovo bruscamente nel secolo precedente, il secolo in cui gli europei compravano giraffe di legno in Africa. Il mio ragionamento non era tanto fondato, ma ero troppo stanco per preoccuparmi di essere coerente.

Mettersi dal punto di osservazione africano, non europeo che sbircia con il binocolo, ma congolese che si guarda intorno. Questo forse è la sintesi di Congo e il merito maggiore di Van Reybrouck: scrive un saggio storico rigoroso ma lo fa guardandosi intorno, mantenendo i piedi sulla terra ricca del Congo, vivendoci, immedesimandosi, accettando di vivere le incoerenze della storia e spostando così la prospettiva. In questo modo gli eventi e le epoche si dipanano rilasciando i loro i rumori e le voci, leggiamo ascoltandoli e quel che più importa, riduciamo le distanze; non è più uno sguardo lontano al cuore di tenebra, letterario e razzista, ma comprendere come il corpo di una nazione si è formato ed è arrivato a essere quello che è oggi. E forse, se la stanchezza non ci inganna troppo, guardare il futuro osservando il ventre d’Africa.

Tutto questo, secondo me, fa di Congo un bellissimo saggio storico.

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Questa voce è stata pubblicata il 22 novembre 2014 da in Autori, Editori, Feltrinelli, Van Reybrouck, David con tag , , , , , .

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