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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

L’uomo di Kiev – Bernard Malamud

uomo di kiev

L’UOMO DI KIEV
Bernard Malamud
Traduzione di Ida Omboni
Minimum Fax 2014

Libro potente, terribile e grandioso. Uno dei grandi libri del ‘900, da leggere, rileggere, ripensare, riflettere e ricordare. Tanto Malamud era stato delicato e ironico narratore delle piccole storie, fatte di piccole vite con piccole tragedie e piccole gioie ne Il commesso e Il barile magico, quanto qui ne L’uomo di Kiev si trasforma nel narratore della grande storia; storia di uomini, di popoli, di ingiustizia, di crudeltà e di riscatto e di orgoglio e dignità da rivendicare sempre, di fronte a chiunque e in qualunque circostanza. Si trasforma in un narratore della grande tragedia e della grande speranza, con la penna che verga solchi insanguinati e una sinfonia di parole che parte piano, sottotono per poi crescere sempre più fino al grandioso finale che chiude L’uomo di Kiev.

Un libro stupendo ed emozionante.

Parte piano, dicevo, come una delle tante storie ebraiche dei mille shtetl russi: il piccolo mondo opprimente e straccione dei villaggi ebrei, le tradizioni, i riti, le contraddizioni, le miserie e gli stenti di gente ignorante, orgogliosa e perseguitata. È come un ritornello suonato all’infinito, quasi uno stilema, un canone, il canone della storia ebraica del ‘900.

Il protagonista è Yakov il tuttofare, che si proclama libero pensatore, ateo e lettore di Spinoza. Abbandonato dalla moglie Raisl che non gli ha dato un figlio ed è andata con altri uomini, forse fuggita con un gentile. Yakov il tuttofare è un uomo giovane, ignorante, illuso e abbattuto che lascia lo shtetl su un carretto malandato per cercare una vita nuova a Kiev, la grande città, deciso a non essere più ebreo, essere solo un uomo che spera in una vita migliore, un libero pensatore.
Yakov viene imprigionato a Kiev con un’accusa tremenda: aver ucciso brutalmente un bambino per propiziare oscuri riti religiosi. È un’accusa falsa creata in un clima di crescente antisemitismo montato in Russia per motivi politici alla vigilia della rivoluzione. È il solito diversivo del potere assoluto che cerca un capro espiatorio, un diversivo per incanalare la rabbia popolare contro un bersaglio comodo. Gli ebrei, i diversi, gli estranei, gli altri. È la storia degli uomini e del potere.

Il resto del libro si svolge nella cella lercia dove Yakov viene rinchiuso in un crescendo di torture, crudeltà, menzogne create ad arte, tentativi di fargli confessare il falso. Diventa una lotta per la vita tra i suoi accusatori che cercano con ogni mezzo di farne un capro espiatorio reo confesso e l’uomo solo, inerme, indifeso all’ombra del potere inumano e feroce.
È da qui che Malamud cambia il modo di scrivere piantando sempre più la penna nella carne, lucidamente, con rabbia, con un talento narrativo sterminato.

La storia de L’uomo di Kiev è anche la storia di un nome, anzi, del nome di una persona, della sua identità, di quello che gli rimane quando gli viene tolto tutto, il nome, “Io sono”, l’ultima difesa e la più grandiosa, “io sono” gridato al mondo, alla ferocia dei carcerieri.

Yakov il tuttofare dello shtetl, lasciato da Raisl la sterile, la puttana, diventa Yakov Dologushev il finto russo che cerca lavoro a Kiev prima di venire incarcerato. Poi rinasce come Yakov Bok, finalmente rivendica il suo proprio nome, ebraico per caso, il nome della propria dignità di libero pensatore, la dignità dell’uomo.

«Sono Yakov Bok!», gridava, «Yakov Bok!»

Così grida dal carro blindato circondato dai cosacchi mentre viene portato in tribunale nel finale grandioso. È quel grido, urlato dalle piccole aperture circolari, spostandosi affannosamente dal un lato all’altro, rivolto alle due ali di folla che osservano il corteo, a decretare il trionfo di Yakov Bok sui suoi carcerieri, la vittoria dell’uomo solo che ha combattuto fino allo stremo, sopportando le vessazioni più inumane ma rivendicando sempre la propria innocenza, la propria dignità di uomo e la propria libertà. Tutta la libertà di cui un uomo ha bisogno per vivere. La libertà dalla cella che lo rinchiude, la libertà dal potere che lo vuole ridurre a pedina di un gioco, la libertà dalle catene della religione che lo soffoca.

È in quel grido finale che Yakov Bok dimostra la forza del suo essere un libero pensatore, rivendicando il suo nome di fronte a tutti, conscio che da quello ogni altra libertà può discendere e al contrario, senza quello, senza che un uomo possa gridare a tutti il proprio nome, nessuna libertà è possibile.

Un grande libro, un’emozione fortissima, il capolavoro di un maestro da leggere e rileggere, soprattutto oggi quando quella lezione di Yakov Bok sembra spesso essere stata dimenticata.

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2 commenti su “L’uomo di Kiev – Bernard Malamud

  1. 2000battute
    20 luglio 2014

    Questo è uno di quei libri che regalerei

  2. poetella
    19 luglio 2014

    queste tue recensioni sono una tentazione continua…

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Questa voce è stata pubblicata il 19 luglio 2014 da in Autori, Editori, Malamud, Bernard, Minimum Fax con tag , , , , , .

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