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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Morte di un uomo felice – Giorgio Fontana

morte uomo felice

MORTE DI UN UOMO FELICE
Giorgio Fontana
Sellerio 2014

Leggo questo libro un po’ perché ne ho sentito parlare bene e permane in me, a un certo livello tollerabile ma percepibile, un senso di colpa per il disdegnare i giovani scrittori italiani; un altro po’ perché le storie ambientate negli anni del terrorismo brigatista degli anni ’70 e ’80 mi interessano; ma soprattutto lo leggo perché ho incontrato Giorgio in un paio di occasioni e mi ha lasciato una buona impressione, di persona simpatica, franca e intelligente.

Morte di un uomo felice è un buon libro. Fontana scrive molto bene: ha uno stile pacato, tranquillo, racconta con calma, descrive colorando senza eccedere, i dialoghi procedono senza strappi, la vicenda si snoda senza frenesia, come uno di quei bei film italiani che raccontano una bella storia di una meglio gioventù, ad esempio. In effetti, la storia e il modo in cui è raccontata, la trama principale e il lungo flashback, sono molto cinematografiche, se non addirittura televisive ma, appunto, senza i ritmi commerciali ruffiani delle serie televisive secondo lo stile dei giovani scrittori americani. Fontana procede con il ritmo più nostalgico e riflessivo delle narrazioni italiane.

Poi, come già accennato, è una bella storia quella raccontata. Il titolo dice già tutto: c’è una trama di felicità nella quale si aprono strappi tragici. Si svolge negli anni ’80, il protagonista Giacomo Colnaghi è un magistrato che segue casi di terrorismo brigatista. È un uomo buono, molto religioso, di estrazione modesta e ancora sinceramente legato alla sua provincia semplice, onesta e sincera. Ha una famiglia comune, un focolare domestico senza alcuna eccezione rispetto alla media, ama la moglie Mirella come un buon marito farebbe e il figlio come un buon padre. Giacomo Colnaghi è una brava persona che si trova a vivere un momento storico e con un ruolo che lo mette a contatto con il male della rabbia omicida dei terroristi. Il lungo flashback racconta la storia del padre Ernesto nei pochi mesi a cavallo dell’8 settembre 1944. Nelle campagne di Saronno nascono le formazioni partigiane che diffondono nelle fabbriche la protesta, poi si trovano a confrontarsi con la violenza nazifascista. La protesta diventa rivolta e la reazione si fa omicida.

Il libro racconta di due morti, due assassinii brutali di persone oneste che si sono trovate costrette a diventare coraggiose fino a rischiare la morte per continuare ad esserlo, come tanti ne sono avvenuti nella storia insanguinata d’Italia.
Tutto questo Giorgio Fontana lo racconta bene, anche lui con onestà, e per questo Morte di un uomo felice è un buon libro.

Qualcosa che secondo il mio gusto e occhio non va però c’è. È che tutto è troppo perfetto, come, appunto, un racconto televisivo. I personaggi sono perfettamente calati nel loro ruolo, il partigiano, il fascista, il magistrato, il brigatista, il marito, il padre, il figlio, la moglie, la madre, l’amico, i colleghi. Tutti sono sceneggiati secondo tradizione e modello. Sono tutti personaggi modello. Senza nessuno sfrido, niente spigoli vivi, tutto smussato, niente crepe o sporcizia, tutto perfettamente intatto e lucidato. È talmente perfetto che invece di sembrare una storia reale sembra un ricordo, non si sa di chi, certo non di un testimone esterno, ma forse di un parente o un amico. Tutto suona come se fosse smussato dal tempo che crea coerenza, sbianca le ombre e lima le storture. Si aggiunga poi una dose di nostalgica malinconia che ondeggia come una foschia sulla storia e pure, talvolta, nella seconda metà del libro, qualche smottamento stilistico verso la romanticheria dall’occhio umido.

Come un naufrago, lambì l’ultimo respiro e scese nelle acque della sua fine.

Qui, ad esempio, Fontana sbanda nell’illeggibilità. Sono casi molto rari, ma qualche svarione del genere c’è in un buon libro che tuttavia s’immalinconisce un po’ nella seconda metà, rovista nei quadretti nostalgici dei ricordi degli amici e non riesce a stringere veramente il nodo scorsoio del dramma. Bravo Giorgio Fontana ma libera di più l’immaginazione e, nel caso, l’urlo rauco, il rantolo catarroso, la contraddizione psicotica, strappa, ogni tanto, quelle belle pagine stirate, immacolate, perfettamente inchiostrate.

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Questa voce è stata pubblicata il 5 luglio 2014 da in Autori, Editori, Fontana, Giorgio, Sellerio con tag , , , , .

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