2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

In culo al mondo – António Lobo Antunes

 in culo al mondo 2

IN CULO AL MONDO
António Lobo Antunes
Traduzione di Maria José de Lancastre con la collaborazione di Antonio Tabucchi
Einaudi 1996 / Feltrinelli 2014

Dico tutto subito: In culo al mondo è un grande libro di quel grande scrittore che è António Lobo Antunes. Ma è anche un libro difficile da leggere, faticoso, si procede lentamente, a tratti arrancando, bisogna spingere, impuntarsi bene per non scivolare e spingere forte in avanti per muoversi, quasi nuotare, in un’aria densa, vischiosa, tra parole che si addensano come melassa e si incollano una all’altra, una frase sull’altra, ridondanti come un barocco senza sfarzo, mai esuberante, infiorettate di ricami stilistici che formano un viluppo di stanghe, puntini, pance, alte o basse, una selva d’inchiostro che si infittisce pagina dopo pagina, dentro alla quale vi trovate a strisciare.

Strisciando, In culo al mondo si legge strisciando come vermi nel fango, il fango di parole che Lobo Antunes scarica in questo inconcepibilmente bello e frustrante monologo, né folle né cinico, ma abnorme, ambiguo, tra piani che scivolano dalla storia della guerra in Angola al personale, una cornice politica che implode in un gorgo individualista, una voce maschile stanca ed eccessiva, misurata nel tono e straripante nella forma; e di fronte lei, un’ascoltatrice alla quale rivolgere l’intero racconto: la storia di un uomo che viene mandato in culo al mondo e da quel punto di osservazione privilegiato e irripetibile può osservare il proprio mondo e giudicare la dissoluzione della propria vita. È anche il racconto della seduzione notturna mentre la confessione procede senza sosta, mentre le memorie rivelano la perdita di speranza, i corpi si uniscono per godere uno dell’altra.

In culo al mondo è un grande libro per la cesellatura finissima delle parole e l’eccesso imprudente della stessa cesellatura; lo è per il dipanarsi di una storia che si apre a letture di diversa oscenità, vedute diverse di una guerra e una patria, panorami diversi di donne amate e stuprate, emozioni di diversa amarezza; lo è per l’ambiguità del monologo sulla guerra d’Angola, sul Portogallo, su se stesso e insieme per la compresenza degli estranei che si seducono e si attraggono in una notte lunga un libro e una vita. Ed è un grande libro per la mano pesante poggiata da Lobo Antunes sulle pagine, se ne avverte la fatica, il puzzo di sudore, le palpebre pesanti e il suo stesso strisciare per conquistare una pagina dietro l’altra, fino alla fine della storia, fino al termine della notte.

Per questo anche noi dobbiamo strisciare per leggerlo, faticare, spingerci, districarci in quella selva, per finalmente lasciarci sedurre dalla dissoluzione che la memoria riporta a galla, una miscela di notte angolana soffocante, di brezza lusitana, di abbandono, di sconfitta e di fascino.

La guerra si è propagata ai sorrisi delle donne nei bar, sotto le lampadine polverose delle abat-jour che moltiplicano ombrosamente la curva indagatrice dei loro nasi, ha conferito ai liquori un acido sapore di vendetta, ci aspetta al cinema, accomodata sulla nostra poltrona, vestita di nero come un notaio vedovo che prende dal taschino della giacca l’astuccio degli occhiali. E qui, in questa casa vuota, negli armadi di questa casa vuota, gravida dei feti molli delle mie mutande, nel geometrico spazio di tenebre che la luce delle lampade non raggiunge mai, è qui e mi chiama piano con la pallida voce ferita dei compagni uccisi nelle piste di Ninda e di Chiúme, stende verso di me i gomiti bianchi e ossuti di un abbraccio nauseante. Ed è in lei, nel suo profilo sarcastico privo di amore, nel suo silenzio ostinato e nel movimento meccanico dei suoi fianchi durante il coito, mentre divora il mio pene come uno stomaco digerisce con indifferenza il cibo offertogli, mentre riceve i miei baci con la pazienza vagamente annoiata delle puttane della mia giovinezza, decrepite bambole gonfiabili, ormeggiate alle macchie di sperma secco delle coperte.

Nota:
– le due edizioni mostrate, di Einaudi e di Feltrinelli, sono la stessa traduzione

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12 commenti su “In culo al mondo – António Lobo Antunes

  1. poetella
    2 giugno 2014

    sono tornata a leggere quello che dici.
    E’ come guardare un album di fotografie di quando si era giovani e innamorati.
    E pensare sì. Lo sono ancora.
    (come no? sì, invece. Se mi emoziono e tremo e amo. Sono giovane ancora. Dico io.Ecco)

  2. Stefano
    2 giugno 2014

    Le tue recensioni sono sempre molto belle, però in questo libro non ho trovato affatto vischiosità e melasse. E non ho nemmeno incontrato la fatica del leggerlo (l’ho fatto tre volte e non ho ancora finito!). All’opposto direi che è un romanzo incredibilmente scorrevole, e non certo per superficialità..

  3. tramedipensieri
    31 maggio 2014

    Hai ragione si fa fatica a leggerlo…inizio e lo lascio…e poi lo riprendo. Ma insisto. tanto è vero che poi continuo non da dove ne ho interrotto la lettura ma ancor prima….
    ….e quel che rileggo mi è più facile.

    ciao
    .marta

    • 2000battute
      31 maggio 2014

      Tieni duro. È un monologo, bisogna ascoltarlo fino in fondo.
      ciao
      marco

  4. Transit
    31 maggio 2014

    Dibattersi nel fango, cercare di lasciarselo alle spalle il fango e quel che ci trattiene insieme all’acqua, tra l’altro anch’essa vitale e necessaria, e poi andare e spingere verso l’uscita nella vita che batte e pulsa e affannarsi e faticare; e contare, più di prima nelle proprie forze come fanno tutti gli animali e forse, proteggersi con la vicinanza dei corpi e dei musi-facce altrui. E poi avanti ancora scalciando con la lingua in fuori e la rabbia del moto dei giorni tra la vita e la morte.E poi, tra furore, paura e affanno, attesi/atteso dalle fauci dei voraci coccodrilli che attendono a riva e in acqua il passaggio dello gnu.

    (Un libro, un discorso, specie quello muto, anzi solamente muto, una persona di qualunque età e persino di tutte le età, un condominio, una villetta, un borgo, un paesone, una nazione; un animale, bue o pecora, bisonte o un singolo gnu, cosa di per sé contro natura, tutto e tutti che si dibattono nel fango, nella fatica di dibattersi e agitarsi, anche senza fare un passo, nel fango che diventa melma …)

    Ma per quelli, la maggioranza, che riescono a superare il fiume d’acqua scura e torbida da una riva all’altra, nonostante che il cuore batte in gola per lo scapato pericolo, c’è ancora da lottare dopo la riva che si è raggiunti(la riva come lo scopo di un inizio, anche del solito normale inizio)per correre nella vasta prateria per poi rifocillarsi e bearsi di erba fresca e abbondante, i rischi di soffrire e morire, correndo, inciampando e strisciando e ancora correndo per sfuggire ai leoni in agguato. E così ci sono quelli, la carne gnu in abbondanza, proletariato nella riserva mondiale cortile di casa del Serenghety, vessato e in agonia, per di più brutto, sporco e cattivo(intestardendosi nel non voler morire o morire non come comanda il dio umano, col beneplacito … della ragionevolezza e della saggezza quando bisogna per forza di cose, calcolare il pericolo) in genere i più deboli o sprovveduti o i feriti e i malati, cioè i deboli e i sofferenti, che per quanto possano opporre una sbiadita e fioca resistenza, lasciandosi azzannare, maciullare e ingoiare dai carnivori di tutte le specie. Ora bisogna stare attenti al pennuto rapace che vola, scende a terra e veloce ghermisce la vittima o preda animale. O umana.

    (Può un libro dirsi pericoloso non tanto per quello che vi è scritto ma per come si è arrivati a lui, a chi lo ha scritto e la materia che il libro ha trattato servendosi di colui che dice di essere l’autore del libro e, di un libro scritto col e nel fango della vita?)

    Calcolare il pericolo … quando si tratta di un libro, romanzo o racconto che sia e, addirittura, un libro di poesia, è cosa di poco conto, anzi, pericolo sotto zero. Ma un libro è fango, anche contro la propria prosopopea, ignoranza e sapienza, specie quando non si dichiara nato e vissuto nel fango e si distanzia dal fango anni luce. Di Antunes fino ad ora non ho letto nessuno dei suoi libri, ma percepisco l’odore dei miasmi, l’umidità e gli aloni del fango in cui ci dibattiamo come gnu nella piccola grande immensa palude dell’attraversamento.

    • 2000battute
      31 maggio 2014

      L’immagine degli gnu è bellissima

  5. rodixidor
    31 maggio 2014

    Recensione molto interessante, devo leggerlo.

  6. poetella
    31 maggio 2014

    L’ha ribloggato su Poetella's Bloge ha commentato:
    chi scrive di Antunes così…beh…
    quasi lo amo come amo Lui! Il mio adoratissimo Lobo Antunes!

  7. poetella
    31 maggio 2014

    sei stato straordinario!
    Chi legge Antunes, o lo ama o no.
    Non si può leggerlo senza amarlo. Si smette. Si comincia e poi si smette. ma se si ama… (sono al suo ottavo libro!)
    Non si può commentare senza quella sensazione di spaesamento che è tipica dell’innamoramento. Senza la voglia di ingigantire tutto. Piacere, dolore, speranza. Disperazione.

    Tu lo ami.
    Si sente.
    Come me.
    Applausi!

    • 2000battute
      31 maggio 2014

      no dai, così mi imbarazzo… cambia, dì: “sì, va bene, ti sei impegnato… bravino”
      :)

    • poetella
      31 maggio 2014

      ok…ok…
      Passabile…
      (va bene così?)
      <3

    • 2000battute
      31 maggio 2014

      grazie, grazie

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