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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Le Ortensie – Felisberto Hernández

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LE ORTENSIE
Felisberto Hernández
Traduzione di Francesca Lazzarato
laNuovafrontiera 2014

Sentite, che ne direste di decidervi, una volta per tutte, a leggere Felisberto Hernández? No perché, dico, qui si fa tutto un parlare di racconti, la Munro che ha vinto il Nobel, gli editori italiani che non pubblicano raccolte di racconti, che i racconti sono qui e sono là, che sono importanti, e che in Italia non si leggono racconti e su e giù… articoli, articolesse, opinioni, ponderosamente articolate, paginate di inserti culturali, lenzuolate, interviste, tutto un ben di dio… e poi va a finire che mi sa che mica in tanti si sono accorti che quei benedetti dall’ombra del Cupolone de laNuovafrontiera sono già al secondo titolo di racconti di quel genio fulminante di Felisberto Hernández. Quindi, dico io, basta con le articolesse e quagliamo, il che non c’entra con il salto della quaglia, preciso per i pignoli.

Il primo libro si intitolava Nessuno accendeva le lampade, ora c’è questo Le Ortensie, che raccoglie diversi racconti pubblicati da Hernández in più di dieci anni. Non è un tomo, anzi è piccoletto, quindi non cominciate a dire “Eh ma quanto sono lunghi, non c’ho mica il tempo io…”.

Vi rammento quello che fu scritto al tempo di Nessuno accendeva le lampade:

Disse Calvino [NdA: nel 1972 al tempo della prima edizione italiana di Einaudi dei racconti di Felisberto Hernández]: «Non somiglia a nessuno: a nessuno degli europei e a nessuno dei latinoamericani, è un “irregolare” che sfugge a ogni classificazione e inquadramento ma si presenta ad apertura di pagina come inconfondibile.»
E Julio Cortázar: «Ma proprio a quel punto, è ovvio, doveva capitarmi tra le mani un testo di Felisberto che non conoscevo (questi uruguaiani nascondono sempre le loro cose migliori), in cui avrei trovato un programma di lavoro che mi avrebbe offerto la giusta motivazione nell’ora del dubbio più profondo. “Non credo di dover scrivere soltanto quello che so – diceva Felisberto – ma anche il resto.” […] la frase di Felisberto era come una mano che mi porgeva la tazza di mate amaro dell’amicizia all’ombra dei glicini.»

Quindi, torniamo alla questione: cos’ha che non vi piace Felisberto Hernández? Il nome? Non vi piace il nome? Perché è strano? Perché è uno sfigatello morto di uruguaiano (o uruguagio, come si dice?) anziché un premio Nobel vivo anglosassone? Forza, discutiamone, sentiamo, esprimetevi, pronunciatevi… non vi sembra abbastanza moderno? Roba ammuffita? Se Calvino e Cortázar lo consideravano un grande scrittore, perfino un genio, non vi fidate? Di chi vi fidate, di quello che scrive le articolesse sull’inserto del sabato o del boxino su quello della domenica? Allora, parlate o non parlate?
Eh… quegli inserti culturali io ve li farei vietare dal medico o dalle guardie, come la tv, vietati entrambi! altroché libertà e informazione, un po’ di regime saraceno… via gli inserti culturali! via la tv! obbligatorio leggere i tipi come Felisberto Hernández, altroché star lì a guardare quelle balle delle classifiche dei best-seller o le articolesse dei censori pubblicitari.
Tzè! Ma guarda un po’, nessuno che legge Felisberto Hernández, robe da non credere.

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Ehm… scusate, era Cornelio Nepote in incognito quello di prima, manco si è firmato quell’impertinente impudico; si è intrufolato davanti al computer mentre ero al telefono… scusate per i modi come al solito incivili e da tirargli due schiaffi… scusate… però… un po’, dico, in generale, trascurando i modi cafoni, dico, un po’, c’ha un po’ ragione questa volta… cioè, senza offesa e senza voler dire a nessuno cosa deve leggere, però, anche io un po’ dico che Felisberto Hernández è veramente un genio misconosciuto e ignorato e che un suo racconto da solo vale una carriolata di racconti di altri buoni scrittori moderni, ma proprio nel senso che ha un talento che sembra incontenibile quando scrive, tanto che non riesce proprio a non piroettare e fare capriole e scapicollarsi con la fantasia e allora deve inventare delle storie che sono favolose, talmente immaginifiche che c’è ogni volta da pensare “Santo cielo Felix, ma come hai fatto a farti venire in mente una storia così?”

Poi, siccome io sono di specchiata intransigenza e inscalfibile moralità, aggiungo che tra i due, il primo Nessuno accendeva le lampade e questo Le Ortensie, è il primo a brillare dalla prima all’ultima riga della luce del genio. Quello è stupefacente e da gridare al genio assoluto; questo, forse anche perché se è vero che l’appetito vien mangiando anche la sazietà vien mangiando, non è altrettanto strepitoso, ma attenzione, capitemi bene, qui si parla di racconti scritti da un grandissimo scrittore, quindi, siamo a far gli schizzinosi tra un piatto di tortellini in brodo di cappone – tor-tel-li-ni, no cappelletti o ravioli o altra pasta ripiena, chiaro? tor-tel-li-ni! – e uno di lasagne – pasta verde, avete capito? v-e-r-d-e, VERDE non gialla! e ragù vero e besciamella vera e parmigiano reggiano, no grana padano, pecorino romano, parmesan o sottilette fila-e-fondi, altrimenti non sono lasagne, non sono nemmeno “lasagne alla bolognese”, le lasagne sono solo bolognesi, quelle altre sono pasticciamenti, sono tipo-lasagne, finte-lasagne, pseudo-lasagne, copia-lasagne, lasagnette e lasagnuzze, lasagne-creative o regionali, oh, insomma, mo’ faccio anche io la tirata alla Cornelio Nepote se mi toccate i tortellini e le lasagne! Tortellini e lasagne sono religione e non ci si scherza!)

Le Ortensie, il primo racconto, il principale e il più lungo, che dà il titolo al libro, è assolutamente strepitoso, è Felisberto Hernández che vola nello spazio dell’immaginario creativo tradotto in storia con protagonista le Hortensie, appunto, bambole formato reale che prendono posto in questa famiglia strampalata e in crisi d’affetto, poi si scopre che in molti le adottano. Diventano la complice e compagna della moglie Maria Hortensia per sopperire all’assenza e alla sapidità del marito, il quale, allo stesso tempo, viene travolto da giovanile e ormai dimenticata passione per questa ospite inanimata carica di fascino ed erotismo.

Da maestro qual è stato, Hernández ruota la manopola dell’assurdo poco alla volta, finché non ci si ritrova immersi nel surreale della storia delle bambole che colmano i vuoti degli uomini e delle donne. In realtà, per quanto assurda sia, non è poi così tanto lontana dal reale la storia delle Hortensie, solo che, a differenza della realtà, è raccontata in modo geniale.

Il libro si apre con questo racconto e lì raggiunge il suo apice, poi scende da quel picco per adagiarsi su un altopiano di eccellenza ma non più di ipergenialità. Gli altri racconti sono belli, perfino molto belli, ma hanno un’eco che sembra arrivare dal primo, come se da quello fossero scaturiti o come se quell’intuizione strepitosa avesse plasmato i successivi. Per questo un poco l’entusiasmo si attenua, Felisberto Hernández si fa una voce alla quale si è affezionati, ascoltarla non stanca mai, anche quando, a volte, ripete cose già dette o fa battute che strappano la risata, un po’ perché divertenti e un po’ perché è “la solita battuta di quella sagoma di Felisberto”.

Certo è che Felisberto Hernández è stato un talento rivoluzionario nell’arte del racconto, inconfondibile, irregolare e originale, come disse saggiamente Calvino.
Purtroppo temo molto che questo sia l’ultimo libro che leggeremo di Felisberto Hernández, non lo so per certo, ma temo sia così, a meno che i benedetti de laNuovafrontiera non facciano il miracolo di scovare qualcosa di nuovo.

Un pezzo, con l’Hortensia, naturalmente:

Comunque fosse, le bambole avevano i loro segreti; anche se il vetrinista sapeva sistemarle e sfruttare vantaggiosamente le caratteristiche di ciascuna, loro, all’ultimo momento, aggiungevano sempre qualcosa per conto proprio. Fu allora che Horacio cominciò a pensare che i manichini fossero carichi di presagi. Ricevevano giorno e notte un’infinità di sguardi avidi; e quegli sguardi facevano il nido e covavano presagi; poi volavano in stormi formando chiazze impercettibili nell’aria; a volte si posavano sui visi delle bambole come le nubi che sostano sui paesaggi, e provocavano un cambiamento di luce che confondeva le espressioni; altre volte i presagi volavano verso i volti di donne innocenti e le contagiavano con quella primitiva avidità; allora le bambole sembravano creature ipnotizzate che compissero missioni sconosciute o si prestassero a disegni malvagi. La sera del litigio con María, Horacio arrivò alla conclusione che Hortensia fosse una di quelle bambole di cui si poteva pensare qualsiasi cosa; era anche in grado di trasmettere presagi o di ricevere avvertimenti dalle altre bambole. Da quando Hortensia viveva in casa loro María era più gelosa; se lui aveva dei riguardi per una commessa, era sul viso di Hortensia che scopriva la conoscenza dei fatti e il rimprovero; e in quello stesso periodo María lo aveva tormentato finché non era riuscita a fargli lasciare il negozio. Ma non era finita lì: dopo i ricevimenti ai quali la accompagnava, María aveva tali attacchi di gelosia da costringerlo a rinunciare anche all’abitudine di fare vita sociale insieme a lei.

Note:
– molto bello il pezzo apparso su Alias – Il Manifesto del 2/2/2014 a firma di  Jaime Riera Rehren intitolato Il sonnambulo Hernandez (manca l’accento sulla “a” nel titolo… ahi ahi ahi non si fa)

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