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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Quaderni in ottavo – Franz Kafka

quaderni in ottavo - kafka

QUADERNI IN OTTAVO
Franz Kafka
Traduzione di Italo Alighiero Chiusano
SE 1991 

Ogni uomo porta in se stesso una camera.

Inizia così il Primo quaderno di Quaderni in ottavo e in otto parole, come otto sono anche i quaderni, una frase, con un’unica frase si capisce, no non si capisce, si intuisce, si subisce il fascino, si sente vibrare qualcosa dietro la fronte, perché capire sarebbe presuntuoso, quindi al più si percepisce essendone sovrastati l’immensità di Kafka. Non solo: Kafka tradotto da Chiusano e per chi non sa chi sia stato Italo Alighiero Chiusano, una veloce ricerca biografica gli presenterà l’intellettuale, il germanista, il traduttore e se poi vuole fare anche di più, la lettura del bellissimo L’ordalia gli farà conoscere anche lo scrittore.

L’edizione di SE è quindi una piccola perla dimenticata tra scaffali poco spolverati di librerie fuori mano, che in quelle del centro mi sa che non lo trovate; uno di quei libri che su di me hanno l’effetto di calamitare lo sguardo quando lo faccio scorrere sulle coste allineate: lui giunge fin lì, su quella costa sottile marrone, e si ferma, legge il titolo e l’autore, attende ancora qualche secondo e chiede alla mano di mettersi in azione, lei lo estrae, lo gira, sul retro c’è la celebre fotografia di Kafka con quelle grandi orecchie puntute e lo sguardo volpino che esce dal buio, lo apre, inizia a sfogliarlo lentamente per consentire allo sguardo di notare i dettagli, qualche parola ma soprattutto la consistenza delle parole sulle pagine, torna indietro, dall’inizio, dal titolo e sotto quella scritta a cura di Italo Alighiero Chiusano, eccolo, un libro che emana luce, l’unione dei sensi tra uno sguardo e delle pagine.

E dire che io non sono un amante di Kafka, ne “percepisco essendone sovrastato l’immensità”, ma non ne vengo rapito, piuttosto gelato, Kafka mi gela, è un vento invernale e io sono scarsamente vestito, Kafka è sintomo di malattia, influenza, bronchite, Kafka è una bronchite che riempie di melma e affanna il respiro; ma c’è anche Chiusano che per me invece è un grande scrittore italiano, immaginifico ed epico, uno degli ultimi sognatori di storie cavalleresche e primitive, ed è Chiusano che mi invita alla lettura di Kafka, quasi lo sentissi dire che Kafka non è una malattia, non è respiro che si impaluda, ma è oscurità sincera, è tormento dignitoso, è uno dei maestri dell’arte delle parole, che sanno di piombo, e dell’anima, che sempre è nera, almeno in qualche sua parte.

E allora leggo Kafka, sapendo quello che mi attende. Gelo.

I Quaderni in ottavo forse sono ancora più glaciali dei romanzi, più stridenti della Lettera al padre, perché sono frammenti senza un corpo, sono frasi fluttuanti, sono chiose senza stanze, sono membra smembrate, pensieri schiodati dal loro muro di altri pensieri e di circostanze, sono la voce di un Kafka che non crea un’opera letteraria ma pesca parole prima che queste affondino.

Difficile descrivere cosa si legge in Quaderni in ottavo, come anche difficile ammettere la fatica di farlo, l’incostanza, i salti da uno all’altro tema o pensiero, difficile. Anche per Chiusano lo fu. Apre così la sua postfazione:

Parlare di Kafka, oggi, anche in una breve nota, mette soggezione, blocca i riflessi, costringe quasi all’afasia.

E prosegue:

Ormai la letteratura su Kafka è una vera e propria scienza fatta di mille scienze, un modo caratteristico di esprimersi della nostra civiltà. Scoprire i misteri di Kafka fa bene a tutto l’uomo moderno: a quello un po’ infantile che vuole reincarnare Sherlock Holmes (e in tal senso il kafkismo di molti esegeti è una forma sublimata di indagine poliziesca) e a quello di ardue pretese intellettuali […]

Infine pronuncia l’osservazione più giusta che si poteva dire, che io non avrei saputo dire e quindi la copio:

Ciò premesso, mi piacerebbe invitare il lettore di questo libro a scorrerlo con l’abbandono di chi fa una passeggiata, senza alcun dovere di registrare le impressioni ricevute. Dico di più: esorterei a mettere via il libro, non sentendosi né un mostro né un ignorante, se dopo un certo numero di pagine dovesse risultare troppo chiuso o scarsamente simpatico. Con una preghiera, tuttavia: di non riporre in nessun caso quest’opera di Kafka tra i libri che, più o meno esplicitamente, abbiamo deciso di non riprendere più in mano.

Il commento di Chiusano è perfetto e circolare. Questi quaderni, scritti tra il 1914 e il 1919 precedono di poco la famosa Lettera al padre e in alcuni tratti o abbozzi la introducono, in realtà sono molto di più della celebre lettera, anche se non certo così toccanti e drammatici; sono uno specchio opaco dei pensieri di una delle grandi menti letterarie e per questo mettono in soggezione.
Non ci si avvicina mai ad essi, li si osserva da lontano, contemplandoli, le parole di Kafka sembrano stampate sullo sfondo di un palcoscenico vuoto, non sulle pagine a pochi centimetri dai vostri occhi. Lontane, lontananza, vuoto e distacco.

Sto uscendo fuori strada.
La vera via passa su una corda, che non è tesa in alto, ma rasoterra. Sembra fatta più per inciampare che per essere percorsa.

Che significa? Per Kafka, non per voi. Pensate davvero di riuscire a entrare nei pensieri di Kafka? Io no, non lo penso, so di non poterlo fare e per questo non interpreto e non adatto, ma osservo quella corda in lontananza, ammosciata rasoterra o forse tesa rasoterra, per me è solo un’immagine.

Male è tutto ciò che svia.

Il male conosce il bene, ma il bene non conosce il male.

Solo il male ha coscienza di se stesso.

Uno dei mezzi del male è il dialogo.

Volete partecipare alla scienza dell’esegesi kafkiana, a una delle mille scienze di K.? Sarebbe facilissimo provarci a leggere queste frasi pronunciate senza aria. Io no, non lo voglio e nemmeno Chiusano lo voleva.

Per questo credo che Quaderni in ottavo di Kafka tradotto da Chiusano sia un grande libro, ma forse non da leggere come tutti gli altri, forse meglio sarebbe smozzicarlo, come diceva Chiusano, aprirlo e riporlo, riprenderlo e riporlo ancora, deve passare dalla luce all’ombra più e più volte fino a che non si riesce a vederlo finalmente tutto quanto trascritto sul fondale del teatro, lontano e cupo.

Forse è l’unico modo per leggere davvero questo libro unico.

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Questa voce è stata pubblicata il 29 marzo 2014 da in Autori, Editori, Kafka, Franz, SE con tag , , , , .

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