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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

La vita in tempo di pace – Francesco Pecoraro

vita in tempo di pace - pecoraro

LA VITA IN TEMPO DI PACE
Francesco Pecoraro
Ponte alle Grazie 2013 

Libro italiano che è stato piuttosto celebrato da lettori e critica. Gli überlettori compattati in formazione testugginea del glamourosissimo Pordenone Legge lo hanno votato miglior libro italiano del 2013; certo meglio degli intossicati da eccessivo consumo di cartellonistica pubblicitaria di quelli della classifica del Corriere della Sera, ma anch’essi non immuni dagli effetti di quella fetente della Teoria SIC.
Poi si sono scatenati i critici a cui non è parso vero di poter commentare un romanzo italiano di 500 pagine, non la solita striminzita e stiracchiata manciata di paginette stampate a caratteri per ipovedenti, in più essendo Roma-centrico ha suscitato immancabilmente grandi passioni nostalgiche, siamo nell’epoca della Roma-centricità strappona e narcisista, per chi non se ne fosse accorto, ed essendo anche limpidamente pessimista ha innescato in certi romantici il riflesso automatico dell’auto-consolazione che deborda nel languore decadente.
Hanno riversato nell’aere lodi sperticate, hanno richiamato Gadda, Svevo, Montale, Siti (come se questi quattro potessero essere collocati nello stesso cesto senza provocare un’epidemia di convulsioni), qualcuno si è fatto prendere la mano e ha perfino scomodato l’anima maledetta di Céline, un patriota ha invocato il Sacro Graal del Grande Romanzo Italiano (tutto maiuscolato), un ardito ha mitragliato un vertiginoso Musil-Orwell-Svevo senza nemmeno prima avvertire di allacciare le cinture di sicurezza per turbolenze in avvicinamento, e un arrembante ha sbaragliato ogni rivale con un turbine irresistibile di richiami e parentele: Flaubert-Bernhard-Svevo-Joyce-Roth-Richler-Berto senza nemmeno prendere fiato.
A mio parere tutto un poco eccessivo, ridondante, barocco, sbrodolante, agiografico, retorico, testosteronico e declamato; tutto detto con la voce impostata e l’inno nazionale cantato in sottofondo da un coro di alpini. Francamente un po’ irritante e soprattutto profondamente superfluo. Molto italiana la celebrazione fine a se stessa che si strafoga di iperboli. Ma si sa che io ho un caratteraccio brutto e non sono mai d’accordo con chi ha ragione.

Ora è chiaro che da me sentirete invece delle critiche a La vita in tempo di pace, però prima delle critiche fisso le coordinate cartesiane del commento.

È un bel libro, a tratti molto bello, che avrebbe potuto essere bellissimo, ma che non lo è. Rimane un bel libro.

Questo lo dico non per teorie inerpicate sull’erta della narratologia o presunte eredità letterarie del testo, ma in base alla mia lettura che talvolta mi ha appassionato, talaltra annoiato, in certe parti ho perso interesse per la storia e mi sono soffermato sull’uso equivoco di alcuni termini (fastidiosa la vanità quando esibita con incontinenza o priva d’ironia, come è l’insistenza di un autore su certe parole insignificanti delle quali prende possesso e eleva a firma autografa, come fa Pecoraro con l’uso di “non ostante” e “peninsulari”), poi è tornato ad affascinarmi con un grande ritmo narrativo che dopo uno sprint si è infiacchito, sfiatato, sostituito da ripetizioni (il giovane protagonista che si libera dall’introversione con una sana scazzotta lo ripete due volte) e melodie già ascoltate prima e così via.

È un libro con due anime che non hanno trovato il modo di riconciliarsi: quella della prosa rancorosa e sarcastica del protagonista Ivo Brandani nello scandire estenuante delle ore in attesa di un aereo che pare volerlo condannare a una lenta agonia prima della fine annunciata, e quella della storia nazionalpopolare e ribollita delle memorie giovanili, della rotonda sul mare, della Roma come sempre perpetuata in eterno nella descrizione vetero-pasoliniana e sgretolata; una storia parallela, un libro nel libro o una trama nella trama, la narrazione incarognita della disfatta e quella che strizza l’occhio ai compaesani e suona un motivetto orecchiabile da canticchiare nei commenti, nelle classifiche e nei salotti cerebrali corredati da divani tarmati.

La vita in tempo di pace è un’occasione perduta di leggere un grande libro italiano.
Le 500 pagine che lo compongono sono eccessive per la storia che racconta, con un terzo in meno, se non addirittura la metà in meno, la storia si condensava e mutava aspetto perdendo le inutili ripetizioni e le infioriture di cui l’autore ha disseminato i ricordi di giovinezza di Ivo Brandani. Con quei ricordi ha voluto ripercorrere la storia italiana del dopoguerra, l’ipocrisia della Dolce Vita e l’asprezza nascosta nella retorica della rotonda sul mare – ben sintetizzata nella vergognosa chiazzatura dei pantaloni bianchi da eiaculatio precox del giovane protagonista alle prese con l’amorazzo estivo -, la vacuità dei movimenti studenteschi sessantottini il cui furore per le parole d’ordine nascondeva solo l’ingenuità di molti e le future carriere ben retribuite di pochi, fino all’amarezza della vita coniugale che si dissolve come un ghiacciolo al sole e la miserevole natura del manager di successo preso a modello. Tutto molto ben scritto, tutto molto già scritto, recitato, ricapitolato, ripetuto in alcuni casi fino allo sfinimento, tutto non rilucente originalità.

Quindi, a parer mio, la traccia parallela delle memorie, così come è stata scritta da Pecoraro ha sfasciato un potenziale grande libro, quale invece poteva essere rimanendo sulla traccia del protagonista che muore in modo schifoso e poi vive il suo ultimo giorno in una squallida hall di aeroporto, emblema questo, feroce, della condizione umana anti-epica, ingloriosa, la constatazione dell’inconsistenza della propria vita quando si giunge al momento della verità. Le memorie dovevano essere, sempre a mio giudizio, schegge di passato, lampi che illuminavano di luce malata i ricordi imbellettati, dovevano essere ferite sul fusto portante. Invece sono un letto di fiume parallelo, che si ingrossa via via che la storia procede, diventa preponderante, oppressivo, contamina la purezza della ferocia con il nazionalpopolarismo e uccide in culla il grande libro.

La vita in tempo di pace non è fluviale (come qualcuno invece ha commentato), non è epico e neppure anti-epico (come qualcun altro ha detto), ma non è neppure interamente feroce, interamente autodistruttivo, interamente sincero e incarognito. Lo è un po’. Per l’altro po’ è consolatorio, come quei gruppi di comari nerovestite che si aggrumano salmodiando, lamentandosi, salutandosi con l’aggiornamento dei morti, delle disgrazie, delle sventure e dei malanni e in questo modo risollevandosi il morale, constatando di essere ancora vive e pregustando lo spettegolamento.

Peccato, davvero peccato. Lo so che sono stato un po’ feroce, è che mi dispiace sul serio.
Rimane un bel libro, con alcuni grandi passi, e un grande rimpianto.

Vi consiglio di leggerlo che, se la statistica ha un senso (e ce l’ha, un senso), la mia opinione è quella di una minoranza esigua, tanto esigua che forse ci sto solo io nel gruppo, e quindi visto che chi sta con lo zoppo impara a zoppicare (e non è un modo di dire visto che sono davvero azzoppato in questo periodo), basta fare due conti per tirare le conclusioni.

Dall’inizio del libro, uno dei grandi passi:

Quelle genti non si era mai saputo bene chi fossero, né da dove fossero venute, né con precisione quando, né perché. Si sapeva solo che erano una secrezione etnica dell’Asia Centrale. Qualcuno aveva addirittura sostenuto che fossero nient’altro che greci che avevano cambiato religione e costumanze. Di sicuro si sapeva che un paio di secoli dopo la loro prima comparsa sulle sponde del Mediterraneo avevano preso Costantinopoli. E questo per lui era inaccettabile. Del resto, a partire dal 29 maggio del 1453, in ogni generazione umana sono esistite persone che non riuscirono a farsi una ragione della caduta di Bisanzio. L’ingegner Ivo Brandani era tra queste.
Noi tutti ci aspettiamo dai tecnici solo quei sani pragmatismi e positivismi che consentono agli ignoranti, come agli intellettuali puri, di prendere un aereo, di percorrere un ponte in automobile, di salire su un treno, una nave, con ragionevoli probabilità di non lasciarci la pelle. I tecnici fanno sì che esistano oggetti chiamati case, ponti, aerei, treni, gallerie, razzi, satelliti e stazioni spaziali, automobili, computer eccetera e noi li vogliamo simili ai loro ritrovati, conformi all’oggetto delle loro attenzioni. Li vogliamo disincantati e attenti, neutrali rispetto alle cose della politica, anche se li immaginiamo difficili da ingannare, perché propensi alla verifica e restii a dare più importanza alle parole che ai fatti. I tecnici li vogliamo non-sofisticati, meglio se un po’ ignoranti. Insomma ci fidiamo di più se sembrano distaccati e un po’ ottusi, se gli vediamo in mano un giallo piuttosto che un libro di poesie. Non ci aspettiamo da un ingegnere ossessioni e risentimenti come quelle che abitavano nella mente di Ivo Brandani.

Note: Sono apparse molte recensioni a questo libro, io ne ho lette alcune da Minima&moralia (a sua volta tratta da il Manifesto), Le parole e le cose, Doppiozero, Panorama, Il Messaggero e Alfabeta2. Nessuna è d’accordo con me. Nemmeno voi lo sarete.

– (22/03/2014) su 404:file not found è apparsa una ponderosa recensione in due parti di Lorenzo Marchese al quale La vita in tempo di pace non è piaciuto particolarmente.

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2 commenti su “La vita in tempo di pace – Francesco Pecoraro

  1. karenina
    17 aprile 2014

    Giusto per fare un po’ di statistica, sono piuttosto d’accordo con te: un buon libro con alcune parti più riuscite di altre, azzeccata la tua critica allo scollamento fra ricordi e presente, a tratti si sovrappogono in modo fastidioso. Ho trovato poi eccessivamente costruito il disseminare il testo di marcatori del tempo, oltre al già segnalato insopportable non ostante. Ma è già in lizza per lo strega…

    • 2000battute
      17 aprile 2014

      Non me lo ricordare! Io ne facevo un vanto di non leggere mai libri della cinquina dello Strega e invece mi sa tanto che questo ci finisce.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 marzo 2014 da in Autori, Editori, Pecoraro, Francesco, Ponte alle Grazie con tag , , , .

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