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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

I genietti della domenica – Julio Ramón Ribeyro

genietti della domenica

I GENIETTI DELLA DOMENICA
Julio Ramón Ribeyro
Traduzione di Nicoletta Santoni
laNuovafrontiera 2011 

Libro del 1965 dello scrittore peruviano Julio Ramón Ribeyro pochissimo, per non dire affatto, noto in Italia e in generale meno noto, ma non meno bravo di altri narratori sudamericani non argentini come Garcia Marquez, Vargas Llosa o, più recentemente, Bolaño.

Anzi, è proprio con Bolaño che Ribeyro ha qualcosa in comune, a mio parere, non certo con Garcia Marquez o Vargas Llosa: dei personaggi che procedono di pari passo nel perdersi nei meandri di un panorama urbano che degrada sempre di più, come un corpo in via di putrefazione, e nel deserto della propria esistenza che perde ogni direzione, ogni ancoraggio e scivola sospinta dalla corrente dell’impraticabilità.
Ha qualcosa in comune con Bolaño, o sarebbe meglio dire che anticipa Bolaño, nello stile particolare col quale scrive questo bellissimo I genietti della domenica: concitato nel frenetico susseguirsi di frasi e dialoghi rapidissimi (ma non codificati secondo uno stereotipo narrativo da corso di scrittura creativa come fanno molti scrittori odierni); selvaggio per la spinta furibonda che imprime nel fare avanzare la storia senza concedere pause, senza frenare mai; ossessivo come può essere una fiera paesana nella quale si accalcano una sull’altra schiamazzi, corpi, sudore, sesso, risate, musica battente, violenza strisciante che esplode a tratti e disperazione densa come fango.

Ribeyro riassume in sé molto dello stile degli scrittori sudamericani del nord del continente, ovvero non argentini o uruguaiani che invece sono un’amalgama culturale e stilistica di Europa e Sudamerica, radici ed emigrazione, tradizione e frontiera che li rende inimitabili e diversi da chiunque altro. C’è in Ribeyro l’eco della natura amazzonica selvaggia e dominante trasportata in un contesto urbano, la sovrapposizione di razze e ibridazioni dei paesi della fascia subtropicale, lo scontro tra le lontane radici europee, sarebbe meglio dire i quarti di sangue dei conquistadores, e gli indios presunti subumani, c’è l’indolenza, l’ozio e la contemplazione decadente sudamericana e la violenza spontanea, animalesca, la brutalità del quadrumane, sempre presente e che scoppia inevitabile nel pestaggio di piazza o nelle bettole, nelle azioni della polizia o nel sesso.

Ma in Ribeyro c’è quello che c’è anche in Bolaño (e in molti argentini) e manca alla gran parte degli scrittori sudamericani del nord del continente: la sensibilità artistica europea, educata e plasmata nei secoli di letteratura e nelle plumbee brume continentali, nell’alta società sofisticata e degenerata, nelle periferie proletarie ansimanti e furiose. Nella severità, a volte cinica, coltivata dai grandi maestri dell’arte del romanzo.

Quindi Ribeyro non è mai naïve, mai s’accosta al Realismo Magico di Garcia Marquez, mai si fa panteista o languidamente sensuale. Ribeyro è uno scrittore di bassifondi urbani e la sua Lima somiglia moltissimo a Buenos Aires o Città del Messico, città centro di cultura e civiltà in via di disfacimento ma con stile, corrotte con classe, suicide con gusto, luride con eleganza, come ogni prostituta e magnaccia si affacci in queste storie e ne diventi protagonista.

In queste storie, non solo in Ribeyro, ogni donna è una puttana e una regina, ogni uomo è un magnaccia e un poeta. E c’è grandezza artistica in tutto questo.

La trama la potete trovare ben sintetizzata nella recensione che apparve su Carmilla e che trovate riferita qui sotto nelle Note, per cui non sto a ripetere. Dico solo brevemente che il protagonista si chiama Ludo, è un giovane studente di giurisprudenza e praticante legale a Lima, discendente di una famiglia della buona società poi decaduta. Si licenzia e inizia la deriva selvaggia, carnale, violenta, delirante nel ventre fetido della città.

Procede frenetico Ribeyro, seguendo il decorso precipitoso di quella malattia dell’anima e dell’aria che sembra permeare Ludo e tutti i personaggi che via via compaiono, fino a diventare quasi delirante, Ludo vaga allucinato, forse ubriaco, sotto l’effetto di medicine o allucinogeni, colpito da incubi e visioni orribili in stato di veglia, vagando tra architetture di un tempo coloniale, raffinato e sanguinario, che cadono a pezzi, come tutto, come i tram, come le persone e come la notte e la natura soffocante.

Il delirio di Ludo è un pezzo di bravura notevolissimo, degno del Saer di Cicatrici, ma tutto il libro è notevole, anche se, forse, adatto a palati già abituati ai profumi e ai fetori sudamericani.

Note:
– buone recensioni sono uscite su Carmilla e sul Corriere della Sera.

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Questa voce è stata pubblicata il 1 marzo 2014 da in Autori, Editori, laNuovafrontiera, Ribeyro, Julio Ramón con tag , , , .

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