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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Voci di muto amore – Yehoshua Kenaz

voci di muto amore - kenaz

VOCI DI MUTO AMORE
Yehoshua Kenaz
Traduzione di Alessandro Guetta
Giuntina 2006

Lo sapete che diventerete vecchi? Almeno, molti di voi lo diventeranno, o forse già lo sono (io mi tiro fuori dalla questione, momentaneamente, e faccio la voce immanente e incorporea).
Lo sapete? Ci pensate?
Certo, lo sapete e ci pensate.

C’è tutta una retorica codificata e direi anche nemmeno troppo velatamente pubblicitaria o consumistica sulla terza età fatta di arzilli vecchietti che corrono maratone e arzille vecchiette che viaggiano per il mondo su navi da crociera extralusso alla scoperta non tanto del mondo, che da una nave da crociera non si scopre un tubo del mondo, ma dei piaceri della vita che finalmente si possono godere cogliendoli come frutti succosi. C’è pure tutta una retorica sulle gioie del sesso senile, inclusa una certa qual forma di esaltazione del priapismo o della ninfomania tardiva, e una sulle cure amorevoli prestate quando i cari vecchietti si rimbambiscono e vengono affidati a strutture dotate di pupazzi robotizzati che ruffianamente spiagnucolano e si fanno coccolare da gentili infermiere provenienti da paesi esotici per qualche ragione naturalmente dotate di spirito compassionevole e desiderio di assistere i cari vecchietti dei paesi ricchi.
“La riscoperta della terza età”, dicono, o qualcosa del genere, con delle facce di gomma e dei sorrisi sbiancati i nostri famelici procacciatori di prede commerciali.
Ma quando poi parli con tua madre o tua nonna o te lo dici da solo o ti guardi intorno per la strada, tutta questa gioia della vecchiaia non è che scorra come ruscelli in piena.

Il mondo è molto falso, anzi direi che il mondo, per come lo conosciamo e ci siamo abituati, sopravvive solo grazie alla sua falsità.
La menzogna e ancor più l’auto-menzogna è indispensabile come mangiare e bere, altrimenti fossimo tutti sinceri e tutto venisse detto sinceramente e creduto per come appare a un occhio severo e per nulla accondiscendente ci sarebbe da chiudere baracca e burattini e accamparsi sui monti. Forse sarebbe meglio, forse peggio, nessuno lo sa.

Prologo banalmente cinico per introdurre Voci di muto amore, altro grande libro di Yehoshua Kenaz, che col suo stile da cesellatore di vite umane e con sguardo a cui non sfugge nemmeno un battito di ciglia, racconta della vecchiaia, della decrepitezza, del cascame fisico, morale e spirituale che il tempo infligge a un essere umano. Kenaz racconta quello che in pochi osano osservare con sguardo lucido. Racconta del destino degli uomini e delle donne, quello scritto, quello inevitabile se tutto va come dovrebbe andare, senza falsi miti, commerciali o religiosi, senza retorica e senza narrazione ingannatrice. Senza sovrastrutture psicologiche fumose e compiacenti.
Racconta dell’umiliazione alla quale si va incontro consapevoli, preferendola, con il suo corollario di illusione, alla fredda e spietata razionalità che imporrebbe di osservare i crudi fatti.
Entra, come un novello Dante nell’inferno, per descrivere le sofferenze dei dannati. I dannati del tempo. Cioè tutti noi, prima o poi, indistintamente.

Libro del 1991, quindi successivo all’immenso Non temere e non sperare, e primo libro di Kenaz uscito in Italia per Anabasi nel 1994 e riproposto da Giuntina nel suo splendido catalogo Israeliana.

È un libro duro, che colpisce là dove non c’è difesa, inquieta, disturba, viene da distogliere lo sguardo e gridare “No, no… io no, io mai, tutto ma non questo!” e invece è la norma per moltissime persone quello che Kenaz racconta col personaggio della signora Jolanda Moskovitch e degli altri ospiti del reparto geriatrico dell’ospedale.

Bisogna essere grandi scrittori per raccontare l’orrore del decadimento fisico, la bruttezza e l’approssimarsi della morte per disfacimento fisico senza cadere nel repellente o nel patetico o nella fastidiosa banalità. Yehoshua Kenaz lo è, senza alcun dubbio, e Voci di muto amore tocca le corde della paura per la nostra fine che ognuno cela dentro di sé riuscendo a rendere la lettura necessaria, quasi vitale, come se ci venisse detto che così come il tempo non tornerà mai indietro, anche la storia di Jolanda Moskovitch deve proseguire fino in fondo, vivendola tutta, leggendola tutta.
E quella storia traspira una profonda umanità, forse l’anima più recondita e vera del senso di umanità; che non è l’amore per la persona vicina, l’affetto dei propri cari o la compassione per i deboli e gli sfortunati, ma è la vicinanza, naturale, imprescindibile, con chi è giunto al tempo del disfacimento finale.

Quando i medici ebbero lasciato la stanza, la signora Moskovitch andò in bagno a incontrarsi con il suo sosia allo specchio. I capelli erano sempre più schiacciati e sbiaditi; e il grigio alle radici continuava a crescere. La cosa era particolarmente evidente al limite della fronte. Delle punte di capelli ribelli si piegavano o si drizzavano nei luoghi più strani. Quel viso le era più che mai estraneo. Non c’era nulla in esso che le ricordasse se stessa, quella espressione la respingeva, le rughe sottili agli angoli delle labbra e intorno agli occhi, e quelle più profonde sulle guance e sul mento, le sembravano delle fessure in un oggetto delicato e prezioso caduto e rottosi in mille pezzi, che mani diligenti avessero cercato di ricostruire, incollando frammento a frammento, briciola a briciola, senza però ritrovare neppure in minima parte il sembiante di un tempo. A quando risaliva la caduta, quando si era spezzata? Persino gli occhi, che fino a poco tempo fa erano due fini aperture che lasciavano apparire un azzurro limpido come il cielo, si perdevano ora sotto le palpebre cadenti, e si distinguevano a fatica. Quel fantasma estraneo che si trovava lí davanti le suscitava odio, e voglia di distruzione.

Dopo aver letto Voci di muto amore, quando vi capiterà di incrociare una di quelle donne anziane, cadenti, quelle maschere di rughe e di carne flaccida che girano conciate come maschere teatrali, parruccone cotonate, colorate come bambole orrende, vestite in maniera che vorrebbe essere provocante ma è solo umiliante, quelle caricature di femminilità ormai scomparsa, vi comparirà di fronte Jolanda Moskovitch e la osserverete in modo diverso da quanto facevate prima. Non necessariamente con maggiore compassione o simpatia o affetto. Con maggiore vicinanza, perché dentro a ognuno di noi c’é una Jolanda Moscovitch.

Voglio fare una critica al libro, però. Riguardo il finale. Jolanda Moskovitch viene dimessa dall’ospedale e torna al suo appartamento di Tel Aviv dove la quotidianità la assale, straniante e incomprensibile. In questo finale Kenaz cede, forse cerca consolazione, forse sfugge al destino inventando una storia in più, romanzandola, delle vicende, delle finzioni letterarie, degli avvenimenti immaginari, una sequenza di fatti per intrattenere, ma che risultano stonati ed estranei. Sbaglia. Io credo che abbia commesso un errore. Il libro era già concluso, la storia di Jolanda Moskovitch era terminata. Ed era terminata in maniera inevitabile. Non c’è un dopo, non c’è un’alternativa, non c’è una consolazione, non c’è un peggio e un meglio. Queste sono solo finzioni romanzesche. Kenaz le ha volute aggiungere. Non servivano, non doveva aggiungerle, il libro doveva finire con l’uscita di scena trionfale e tragica, grottesca, umiliante e spavalda di Jolanda Moskovitch dall’ospedale. Quello è il commiato finale. Ogni altra parola aggiunta è superflua e futile.

Forse anche Kenaz ha mostrato la sua propria debolezza o paura o necessità di illudersi anche a costo dell’umiliazione. Anche lui ha la sua Jolanda Moskovitch nascosta dentro di sé, come tutti noi.

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Un commento su “Voci di muto amore – Yehoshua Kenaz

  1. karenina
    31 marzo 2015

    Lo sto finendo, sono uscita dall’ospedale, e sono venuta a leggere questo tuo commento che avevo volutamente lasciato per il “dopo”. Sono d’accordo con te, lettura necessaria ancorché dolorosa, Kenaz è davvero abile nello sfaccettare i vari personaggi. Condivido l’opinione sul finale, superfluo, anzi controproducente.

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Questa voce è stata pubblicata il 25 gennaio 2014 da in Autori, Editori, Giuntina, Kenaz, Yehoshua con tag , , , , , .

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