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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Gaza Blues – Etgar Keret e Samir El-Youssef

gaza blues

GAZA BLUES
Etgar Keret e Samir El-Youssef
Traduzione di Alessandra Shomroni (Keret) e Claudia Valeria Letizia (El-Youssef)
E/O 2005 

Librino piccolo e svelto da leggere con gusto e poco sforzo in una giornata uggiosa. Di Etgar Keret confermo quanto avevo già detto quando lessi Abram Kadabram: è brillantissimo nel confezionare racconti molto brevi, fulminanti, ironici ma con lo spiazzamento sempre in agguato. Spiazzamento dovuto a una scena di terribile crudezza, drammatica, spietata.
È il suo stile e il suo talento quello di arrangiare un piccolo palcoscenico da burattini sul quale far recitare una piccola storia. Per questo si legge velocemente, finito uno dietro l’altro, come le ciliegie, una tira l’altra.

Certo, dopo averlo letto una volta l’effetto sorpresa non c’è più, lo sai che ti prepara l’agguato e tu ti ci infili apposta aspettando proprio quello, però lo stesso succede raramente di non farsi cogliere impreparati. Per questo Keret è uno molto bravo.

Vi faccio leggere l’inizio di uno dei racconti, quello che si intitola Mi manca Kissinger, perché secondo me vi spiazza. Occhio che dice una cosa un po’ pornografica, se ci sono degli scandalizzabili tra voi, si coprano gli occhi.

Lei dice che non la amo veramente. Sostiene che dico di amarla, che penso di amarla, ma che in realtà non è così. Ho già sentito di gente che dice di non amare qualcuno, ma decidere per un altro che quello non ami qualcuno? Questo non mi era ancora capitato. A dire la verità me la sono voluta. Chi va a letto con le puzzole non pianga poi se i suoi figli ammorbano l’aria. È da un anno ormai che lei mi rompe le scatole. Si infila un dito nella vagina quando finiamo di scopare per controllare se sono venuto veramente e io, invece di protestare, dico: «Non c’è problema, dolcezza. Siamo tutti un po’ insicuri». E adesso vuole lasciarmi perché ha deciso che non la amo. Che posso fare? Se mi metto a urlare, a strillare che lei è un’idiota e che la smetta di dire cazzate, lei penserà di averne la prova. «Fa’ qualcosa per dimostrarmi che mi ami» dice. Ma cosa vuole che faccia? Che cosa? Deve dirmelo. Però non lo fa. Perché se la amo veramente, devo capirlo da me.

Samir El-Youssef, libanese di un campo profughi di Beirut, è altrettanto brillante ma si dedica a un unico racconto invece di sventagliare raffiche come Keret. Il racconto si svolge a Beirut ed è anch’esso molto divertente e tutto giocato sull’assurdo e l’auto-ironia verso la condizione di palestinese. Si prende in giro El-Youssef, sdrammatizza, rimuove quella cappa pesante di rabbia e ostilità con la quale i palestinesi vengono sempre dipinti e inventa una storia di routine quotidiana nella vita in un campo profughi di Beirut. che come tutte le routine quotidiane sono spesso ridicole, comiche per l’incredibile capacità di adattamento e di ricostruzione delle abitudini, riti e manie vanitose gli esseri umani sappiano sempre dimostrare. È simile all’ironia che Kenaz in Non temere e non sperare usa per descrivere la comicità della convivenza forzata delle reclute anche quando sullo sfondo traspare un contesto storico drammatico. Sono su pianeti letterari differenti, Kenaz di Non temere e non sperare ed El-Youssef di Gaza blues, ma c’è uno sguardo sornione comune.

Il suo personaggio è uno squinternato divertentissimo circondato da squinternati peggio di lui che si agitano per delle assurdità dalle quali sgorgano episodi comici. È una commedia quella che rappresenta, ironica perché surreale, ma intelligente, per nulla banale.

«L’arte! L’arte! Ecco cosa ci salverà dalla condizione degenerata in cui stiamo vivendo!» sentenziò, strozzandosi per la contentezza.
«E l’Intifada no?» gli domandai, cercando di sottolineare il fatto che in quello stato di felicità assoluta per lo spettacolo se n’era completamente dimenticato. Una volta Ahmad considerava l’Intifada l’unica reazione promettente contro la corruzione che stavamo subendo.
«Certo, anche quella» rispose lui con aria allegra, come se gli fosse appena piovuta addosso una barca di soldi. »Ma come saprai, l’Intifada è un’opera d’arte di per sé» aggiunse un attimo dopo col viso illuminato da un’aria di gran soddisfazione.
Ebbi l’impressione che Ahmad fosse soddisfatto più per l’eloquenza della risposta che per aver saputo replicare a una domanda insidiosa.

Buon librino, Gaza Blues, leggero e che alleggerisce, la tensione o l’uggiosità o quello che vi viene in mente a voi.

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Questa voce è stata pubblicata il 18 gennaio 2014 da in Autori, E/O, Editori, El-Youssef, Samir, Keret, Etgar con tag , , , , , , .

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