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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

I mastini di Dallas – Peter Gent

I mastini di Dallas

I MASTINI DI DALLAS
Peter Gent
Traduzione di Roberto Serrai
66THAND2ND 2013 

Proseguendo nel mio intento buonista e onorando la tregua armata unilateralmente stipulata con gli scrittori americani contemporanei, ho letto I mastini di Dallas, che in realtà non è proprio contemporaneo visto che è un libro del 1973, ma insomma, si tratta di una tregua armata, mica di un armistizio o di un trattato di pace o di un fidanzamento, quindi la prendo larga, tasto la consistenza del terreno, mi avvicino guardingo e tengo la pallottola in canna, che non si sa mai. In più mi incuriosisce questo catalogo di 66THAND2ND tra sport e letteratura, racconti di sport o che hanno a che fare con lo sport, sullo sfondo dello sport o con lo sport come scusa per dire altro, non so esattamente come sia la formula originale, ma è qualcosa del genere e già avevo letto Heartland che mi era piaciuto, poi avevo azzardato un avvicinamento a una presunta bionda finito miseramente, forse perché non c’entrava con lo sport, e ora ritorno sui miei passi.

Questo I mastini di Dallas mi è sembrato adatto al mio intento pacificatore. In effetti è un bel libro, parla di football americano e Peter Gent è stato realmente un giocatore prima di mettersi a scrivere e, se ho capito bene, il libro ha avuto un buon successo quando uscì proprio per il suo sguardo dissacrante, anche amaro ma insieme appassionato su una delle icone tradizionali del Sogno Americano.

Il football americano è un gioco estremamente violento ed estremamente codificato, per cui riflette benissimo una tipica visione americana di società nella quale la violenza non si sopprime, anzi, si esalta come necessaria e auspicabile per conservare certi valori, ma la si incasella in un manuale d’uso dettagliatissimo che, illusoriamente, vorrebbe regolarne ogni passo, ogni esplosione. Molti americani sono effettivamente così, vivono in uno stereotipo le cui regole sono stampate e approvate, ma questo stereotipo, come tutti gli stereotipi, fa acqua da tutte le parti. Quindi si barcamenano come riescono tra stereotipo con i fiocchetti e perdite di melma schifosa.

A differenza di altri sport violenti, il football americano è corale, è una comunità che organizza in maniera accuratissima e quasi meccanica l’esplosione di violenza. Questo è il punto distintivo del football americano, non tanto la violenza, ma l’organizzazione burocratica della stessa. È una burocrazia della violenza che, come tutte le burocrazie, pretenderebbe di regolare in maniera certa e inequivocabile il processo e il risultato finale. Diverso è il pugilato, ad esempio, che non per nulla chiamavano “la nobile arte”, che si rifà e iconizza i duelli, i quali a loro volta iconizzano lo scontro tribale tra due uomini, due individui, due guerrieri. Non per nulla, e non solo per banale sessismo, le donne non si sfidavano a duello e non boxavano, fino a poco tempo fa. Non c’entrano nulla con l’iconografia, nel loro caso si riduce tutto a una deprimente zuffa, un pestaggio, una dimostrazione atletica, non una nobile arte. L’iconografia è potentissima, mai scordarlo.

Altri sport violenti esistono, l’hockey su ghiaccio, ad esempio, che però non ha nessuna iconografia, è semplice rissa legalizzata a colpi di mazzate, ginocchiate e gomitate. Il rugby è quello più simile al football americano, naturalmente. Anche il rugby è violento e organizzato, ma con una differenza sostanziale. Il rugby è cavalleresco, infatti i giocatori non hanno protezioni, o poche, e la violenza è mantenuta strettamente controllata nei limiti di regole che richiamano un codice d’onore.
Il football americano non è cavalleresco, è modernista, tecnicista, tecnologico, tecnocratico. La violenza è limitata solo da altra violenza uguale e contraria e dall’efficacia delle protezioni, quindi dalla tecnologia. Il casco di un giocatore di football americano serve letteralmente ad evitare che gli venga volontariamente fracassata la scatola cranica, è solo quello che impedisce una strage a ogni partita, non le regole né un’autolimitazione dei giocatori né principi d’onore. Una bestia di difensore di 150 chili che vuole fermare un attaccante cerca di ammazzarlo e sa che può farlo perché le protezioni limiteranno gli effetti della sua mania omicida.
La differenza con il rugby è enorme ed è tipicamente americana, nel bene e nel male, non è orribile o immorale o barbaro il football americano, ma non è neppure eroico o futurista. Come la società americana.

Peter Gent ne I mastini di Dallas lo racconta benissimo questo mondo e la sua iconografia. Lo fa al modo solito degli scrittori americani popolari, cioè quelli che devono farsi capire, e quindi farsi comprare una copia del libro, dall’americano medio dotato della capacità di astrazione di un bradipo e dalla sensibilità stilistica di una pressa industriale. È il mitico cliente medio delle agenzie di PR, baby.

Quindi abbiamo il solito cocktail preconfezionato: il protagonista giovane d’età ma vecchio di spirito, adolescenza turbolenta, vita di eccessi, droga, alcool, scopate tristi, sesso lurido, altra droga, altro alcool, cinismo, disperazione e sarcasmo, il successo raggiunto e la caduta immediata, molti tragitti in automobile che sembrano necessari a cristallizzare i momenti più lirici, party selvaggi che finiscono regolarmente in risse, vomito, bionde scopate sul lavandino o pompini in bagno con la porta aperta, mattine livide, e via così di episodio in episodio con dialoghi mitragliati da sit-com, frasette soggetto-verbo-complemento. Questo capisce il lettore medio americano (e non solo), questo gli danno. Quello che viene in più emerge dal gioco di squadra degli episodi del libro, lo sguardo sociale traspare sullo sfondo, l’astrazione è indiretta e chi vuole o sa capire lo capisce, ma non è indispensabile per vendere il libro.

Questo è il cocktail tipico, come con il football americano, sono tutti schemi, niente improvvisazione, niente ricerca dell’arte o della creatività, ma solo e soltanto organizzazione meticolosa, pianificazione ossessiva, enorme presunzione e violenza bruta. Uguale per i romanzieri tipici americani.
Poi ci sono le squadre vincenti e le squadre di brocchi, i romanzieri di talento e i romanzieri che scimmiottano, scrittori e scrivani.
Peter Gent è uno di quelli talentuosi e I mastini di Dallas ha il suo posto meritato.
E io mi rilasso ancora un altro po’ nei confronti dei romanzieri americani.

Un pezzetto, sulle mogli e le feste del dopopartita:

Le feste del dopopartita hanno un altro catalizzatore specifico: le mogli. Le coppie che manifestano in pubblico la reciproca disaffezione sono sempre intriganti, e non fanno che rafforzare la mia fiducia nel divorzio come unica istituzione sana di questo paese. In momenti del genere consideravo il divorzio come il mio unico, vero successo. Tra un giocatore e la moglie volavano più sberle che tra lui e i colleghi. Poche squadre riuscivano a sopportare la disarmonia che molti dei miei compagni di squadra, invece, accettavano nel proprio matrimonio con molta disinvoltura. I danni fisici che questi coniugi si infliggevano a vicenda erano incredibili. La violenza era il pane quotidiano della loro vita coniugale, e i peggiori delinquenti erano proprio le donne. Ricorrevano alla violenza molto più in fretta dei mariti. Le loro armi preferite erano di solito pesanti articoli in vetro intagliato, come vasi o posacenere, ottimi per far uscire un bel po’ di sangue.

 Note: Qualche articolo sul football americano che può essere di ispirazione per la lettura de I mastini di Dallas (per me lo sono stati):
– Favre, il quarterback senza memoria – La brutta fine degli eroi del football – Corriere della Sera
– I guai di Brett Favre – Il Post
– Capitan America – Peyton Manning –  Ultimo Uomo

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Questa voce è stata pubblicata il 11 gennaio 2014 da in 66THAND2ND, Autori, Editori, Gent, Peter con tag , , , , , .

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