2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Non temere e non sperare – Yehoshua Kenaz

non temere e non sperare

NON TEMERE E NON SPERARE
Yehoshua Kenaz
Traduzione di Shulim Vogelmann e Rosanella Volponi
Giuntina 2013 

Libro di una bellezza che stordisce e rimane incisa per sempre. Ho applaudito Giuntina per il coraggio di aver pubblicato questo libro – sono 765 pagine, non è uno scherzo per una piccola casa editrice – e anche i traduttori Vogelmann e Volponi per un lavoro enorme e meraviglioso. Invece, davanti a Yehoshua Kenaz e al suo Non temere e non sperare non ho avuto parole né gesti, ho potuto solo lasciare che il mio sguardo si perdesse nella penombra di una stanza silenziosa soffermandosi sugli oggetti come se li osservassi per la prima volta, come se la loro disposizione rivelasse un senso che mai avevo colto, un legame tra la loro e la mia solitudine, in quel momento felice ed esterrefatta. Poi ho chiuso gli occhi per conservare il più a lungo possibile il calore di quella vampata che è salita dal grumo oscuro di muscoli e cervello che pulsa nello stomaco e dietro le narici quando ho letto il punto conclusivo e ho lasciato scivolare lo sguardo sulla mezza pagina vuota, quasi che apposta fosse stata riservata per dare spazio allo smarrimento dovuto al non trovare un’altra riga, un’altra pagina ancora, all’infinito.

Ma sopra a tutto e ancora adesso c’è il silenzio che avvolge lo stupore di aver assorbito tanta bellezza e di come un fiume immenso di parole possa scorrere con la potenza e la grazia e il mistero di un grande fiume che solca una pianura, ancestrale, indifferente, lui c’era quando noi non c’eravamo e rimarrà quando ce ne andremo. Così sono i grandissimi libri, come lo è Non temere e non sperare.

E ora – silenzio. Cosa dice questo silenzio? Cosa tiene in serbo per te?

Cosa dice questo silenzio? Cosa tiene in serbo per me, per voi, per le indimenticabili reclute della Base di Addestramento 4, i futuri soldati di serie B dell’esercito israeliano, quelli inabili per le missioni di combattimento perché affetti da lievi problemi fisici?

Il silenzio parla con le parole di Kenaz, col frusciare delle pagine, col gorgoglio dello stomaco, con il ronzio in testa, con l’avidità degli occhi che grattano le parole e con il mantice del petto che segna il ritmo. Il lungo silenzio che accompagna la lettura delle 765 pagine di questo libro svela un’opera che rimarrà nella storia della letteratura, scritta nel 1986, pubblicata in Italia nel 2013 e che verrà letta per generazioni.

A volte, anzi spesso, sì l’ho sentito dire spesso, ci si domanda quali saranno i libri dei nostri anni che verranno considerati dei classici dalle future generazioni e ogni volta finisce con sguardi un po’ spersi, mezzi risolini, grandi alzate di sopracciglia, il tutto nell’inconfessata ma anche un poco malignamente sperata ipotesi che semplicemente nessun libro odierno potrà mai salire al rango di classico e mettersi seduto a fianco dei veri classici, i grandi libri, le grandi opere, i grandi personaggi del passato. Il romanzo è morto, diceva qualcuno e forse lo dice ancora. È un’anticaglia o al più un intrattenimento démodé per gente perennemente affaccendata. Balle! Balle grandi come delle montagne! Balle da squinternati!
Basta aspettare, continuare a leggere e fare gli indifferenti, finché un giorno si scopre un grande autore tra qualche pagina, un’altro giorno un grande libro in una biblioteca, e un altro giorno ancora una piccola casa editrice specializzata in una letteratura periferica, pure un po’ esotica, se ne esce con Non temere e non sperare e il grande classico delle generazioni future te lo ritrovi sul comodino.

Certo lo scopri solo alla fine, prima non lo sai. Prima guardi un po’ perplesso questo mattone da 765 pagine, lo soppesi, lo sfogli rapidamente, lo squadri di sbieco come fosse l’avversario dell’imminente lotta, mentre ti poni le tipiche domande che un lettore esperto si fa davanti a un libro di quella stazza. Quanto ci metterò a finirlo? Lo finirò? Mi verrà il dubbio se finirlo o no? Quante volte mi annoierà? Quante volte mi trascinerò per le pagine sperando di uscire dalle secche? E il vento? Che vento c’è in questo libro? Vento di poppa, contrario o bonaccia?

Ma soprattutto, e questo vale per me, mi chiedo se la mia Teoria della sublimazione delle 500 pagine – che forse l’ho già raccontata, mi pare molto tempo fa e chissà se c’è ancora qualche sopravvissuto – varrà anche questa volta oppure no. La Teoria della sublimazione delle 500 pagine dice che tra le molte categorie di libri, esiste anche quella dei romanzi con più o meno di 500 pagine. Potremmo generalizzarla in romanzi lunghi o brevi, ma sarebbe troppo generico. Per me sono 500 pagine la soglia che fa cambiare di categoria. Con romanzi con meno di 500 pagine, la luce in fondo al tunnel si vede fin dall’inizio, con gli altri no. Con quelli più corti si sa che volendo alla fine si arriva sempre, in un certo tempo che si valuta senza sbagliare mai di molto. I romanzi con più di 500 pagine sono invece un salto nel buio anche per un lettore esperto (e voi lo so che lo siete), si inizia ma non si sa cosa accadrà, è imprevedibile e per scoprirlo in modo certo bisogna arrivare fino a pagina 500. Là, dopo che ci si è addentrati in profondità nel continente inesplorato, si scopre se il lungo libro è anche un grande libro e se può essere anche un grandissimo libro. Dipende se avviene la sublimazione del lettore in lettura. Avviene se la lunga sospensione prolungata per giorni e giorni nell’ambiente fluido del racconto ha intriso la pelle che ha iniziato ad assorbire le parole sciogliendole in pensieri che fluttuano, in echi che si inseguono, in uno stato di distaccato torpore che alla barriera delle 500 pagine sublima il lettore trasformandolo in pura lettura, gli occhi si fondono con la pagina, le parole iniziano a entrare nello sguardo invece di esserne cercate, il cervello si plasma sulla storia e i sensi si fondono con i personaggi, con il ritmo come un respiro. Il libro respira con voi.

Questo accade quando il lungo libro è anche un grandissimo libro. Questo è quello che chiamiamo “un grande classico”, solo per dire che l’arte del romanzo trascende le pagine e le parole e si fa aria che riempie i polmoni e fa stantuffare il cuore. Per questo al punto conclusivo sembra che manchi l’aria e si annaspa in quella mezza pagina vuota, increduli, spaesati.

Non sto raccontando nulla della storia di Non temere e non sperare, ma solo di me che la leggo. Lo so. Una sinossi potete trovarla facilmente, ma nessuna sinossi renderà davvero il respiro di questo libro e la bravura sconfinata di Yehoshua Kenaz.

Forse qualcuno lo ha già fatto, ma per dare un’idea abbozzata e fuorviante si potrebbe essere tentati di ricordare la prima parte di Full Metal Jacket di Kubrik, quella dell’addestramento dei soldati nella caserma, con le umiliazioni, il cameratismo, gli odii, la fatica, la violenza degli istruttori e la rigidità della vita militare. Ecco quella parte del film vale forse dieci pagine di tutto il libro di Kenaz, questo per darvi un’idea della sua profondità. Una profondità che Kenaz esplora fin nei minimi dettagli rinchiuso in un ambiente ristretto – la camerata, le prove di addestramento, le guardie, le punizioni e poi, solo nella seconda metà del libro, le brevi licenze con il ritorno alla vita civile. Tutto è giocato sulla sequenza minuziosissima delle attività quotidiane e del mutare impercettibile dei rapporti tra i personaggi e nel proprio sentire come conseguenza della convivenza forzata e delle condizioni dure e apparentemente insensate dell’addestramento.

È un romanzo anti-epico Non temere e non sperare, non ha dietro l’epica del nuovo stato in formazione o delle vicende di un’epoca storica come molti grandi classici, da Guerra e Pace a Confessioni di un Italiano (o, come sarebbe meglio dire, di un Ottuagenario) e non ha neppure l’epica del personaggio emblematico, come un’Anna Karenina o un Raskolnikov o un Don Chisciotte. Sono tutti anti-eroi che interpretano una storia anti-epica i personaggi di Kenaz, e lo si sa fin dall’inizio per via di quei loro soffi al cuore, debolezze o altre menomazioni sconosciute. Sono più simili all’Uomo senza qualità, con una coralità che Musil non aveva, ma soprattutto si rifanno al maestro di Kenaz, al quale dedica un omaggio nelle pagine finali, S. Yizhar e i suoi soldati de La rabbia del vento e de Convoglio di mezzanotte stretti dalle contraddizioni per le azioni che commettono come ingranaggi di una macchina della quale non comprendevano il funzionamento e lo straniamento quasi mistico che sentono crescere osservando l’ambiente che li circonda, il deserto notturno avvolto nella polvere o le vallate fertili dei villaggi arabi che distruggono.

Anche le reclute di Kenaz vivono lo straniamento dovuto all’incomprensibilità di quello che accade loro, si sforzano di trovare una logica, una regola, una sistematicità nelle punizioni degli istruttori, nei loro accessi di ira, nei maltrattamenti che subiscono e nella rigidità delle procedure. All’inizio cercano una giustizia o un senso, poi cercano semplicemente una regola, e infine non cercano più nulla, nessuna spiegazione. Tutto è incomprensibile. Loro stessi sono incomprensibili uno all’altro e per se stessi. Eppure si forma uno spirito di corpo, una familiarità, iniziano ad avvertire l’estraneità della vita civile rispetto all’inferno dell’addestramento. Avviene la trasformazione che promettevano gli istruttori, da bambini a uomini. Per chi ha saputo resistere. In fondo gli eroi di Kenaz sono proprio quelli che non resistono e scompaiono.

Il silenzio scende su di te. Ti circonda come un manto trasparente, opaco. Tutte le luci sono state già spente dentro di te. Sai come ci si dovrebbe sentire in un momento come questo – ma non senti niente. Quando non era sicuro se sarebbe vissuto o morto, il cucciolo di volpe affamato ti rodeva lo stomaco, preso da frenesia, incessante, ricordava la paura terribile di forze sconosciute, delle cose per le quali non c’è spiegazione. E ora – silenzio. Tutto si è arrestato, tutto si è fermato dentro di te. Come si dovrebbe accogliere questo silenzio? Con gioia? C’è un certo sollievo, una pace interiore, come fosse la conferma di cosa hai sempre continuato a ripetere a te stesso, che vivo o morto – per te è morto. Quando cantavano la sua canzone non sei riuscito a trattenere le lacrime, qualcosa che non ti succedeva da lungo tempo. Sei scappato fuori e ti sei messo a correre per non piangere. E ora – silenzio. Cosa dice questo silenzio? Cosa tiene in serbo per te?

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2 commenti su “Non temere e non sperare – Yehoshua Kenaz

  1. Paolo P.
    14 gennaio 2014

    Ho finito di leggerlo un paio di settimane fa e confermo ogni singola parola, è un libro che puoi rileggere venendo continuamente sorpreso da quello che non avevi visto, capito, annusato, toccato. Se hai amato questo Kenaz, ti consiglio anche il suo «Voci di muto amore».

    • 2000battute
      14 gennaio 2014

      “Voci di muto amore” l’ho letto subito dopo, bellissimo.

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Questa voce è stata pubblicata il 4 gennaio 2014 da in Autori, Editori, Giuntina, Kenaz, Yehoshua con tag , , , , .

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