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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Z – La guerra dei narcos – Diego Enrique Osorno

Z - Osorno

Z – LA GUERRA DEI NARCOS
Diego Enrique Osorno
Traduzione di Francesca Bianchi
La Nuova Frontiera 2013 

«Che cosa me ne frega a me della guerra dei narcos?»

Domanda lecita, lo ammetto. Con tutte le guerre che ci sono al mondo, dando un’occhiata alla mappa qui sotto, capisco che si potrebbe essere portati a non entusiasmarsi per l’argomento e a chiedersi per quale motivo leggere proprio di quella dei narcos e non di un’altra, non c’é che l’imbarazzo della scelta, o anche perché leggere di morti ammazzati, orrori e disgraziati che già la vita è pesante e quindi invece di renderla ancor più triste leggendo di morti ammazzati orrori e disgraziati non sarebbe meglio leggersi l’autobiografia di un analfabeta o un romanzetto della scrittorucola di moda o dello scrittorucolo televisivo, cose così, no?

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Guerre in corso (fonte: Wikipedia)

Già.
Dico sul serio. Niente da eccepire.
Alla domanda «Che cosa me ne frega a me della guerra dei narcos?» risponderei «Niente. Scusa del disturbo.»
Detto questo posso assumere che i cosa-me-ne-frega-a-me non siano più tra i miei interlocutori e quindi rimangano gli altri, quelli del «Ma è interessante?» ed è proprio a voi che mi rivolgo.

È interessante Z?
È molto interessante, per diversi motivi.

ossa nel desertoIl primo è che l’autore, Diego Enrique Osorno è andato a fare il suo mestiere di giornalista investigativo in una zona molto molto pericolosa, una zona di guerra, anche se non dichiarata e non nota come tale. Mi spiego. Noto è che il Messico sia sconvolto dalla violenza: la violenza dei narcos, la violenza dell’esercito e della polizia e soprattutto la violenza contro le donne a Ciudad Juarez dove la scia di sangue è spaventosa e inquietante. Se non ne sapete nulla o poco, vi consiglio molto di leggere Ossa nel deserto di Sergio González Rodriguez (Adelphi 2006, Trad. di Gina Maneri e Andrea Mazza).

Dei morti ammazzati dai narcos invece se ne sa meno, o meglio, se ne sa parecchio ma male, lo hanno raccontato i giornali, con molta sceneggiata e poca analisi, foto annebbiate di teste mozzate, torsi umani sparsi su una strada o gente impiccata ai cavalcavia. Cose così. La normale esibizione dell’orrore mediatico, senza senso, senza spiegazione, senza voler capire né raccontare, pura estetica intestinale, informazione da scavatori di tombe o da occhiuti marziani. Manca lo sguardo dall’interno, con la giusta dose di cinismo da paramedici sulle ambulanze che raccolgono ogni giorno gente sfracellata in strada.

Osorno vede dall’interno e in quelle zone, il nord-est del Messico al confine con il Texas, ci è nato, quindi non spettacolarizza, forse mitizza un poco, racconta i narcos un po’ come da noi si raccontavano i briganti, con un alone di guasconeria che sfugge dalla penna, ma racconta soprattutto di una terra, non di personaggi, di una terra dura, selvatica, di paesi che sono stati fondati da criminali e da secoli sopravvivono grazie alla delinquenza, al contrabbando e al traffico di droga, che altra risorsa non c’è se non quel confine con gli USA a portata di mano, forse qualcosa del genere si può dire delle nostre zone del Meridione che hanno dato i natali alla mafia rurale e noi abbiamo avuto voci stupende che hanno raccontato le nostre guerre e le nostre mafie, Carlo Levi per primo, Danilo Dolci per secondo.

(Immagine tratta dal libro)

(Immagine tratta dal libro)

Il libro, giornalistico non storico, parla degli Zeta, il più recente cartello di narcos messicani, il più sanguinario, il più esibito, il più ambiguo. E parla di una guerra che è in corso a pochi chilometri, a volte poche centinaia di metri, dal confine statunitense, dura da molti anni, si stimano 60.000 morti ma forse sono molti di più, interrati in fosse comuni e cimiteri senza nome. Ed è una guerra, ha ragione Osorno a usare quel termine. È una guerra civile, una guerra tra bande rivali, una guerra tra occupanti, ma è anche una guerra senza contorni precisi. Non si riesce a tracciare una riga tra i buoni e i cattivi, tra gli aggressori e gli aggrediti, perché sono tutti cattivi e sono tutti aggressori. L’unica vittima è la popolazione. I narcos, tralasciando le caricature dei quotidiani, sono dei criminali, ma lo sono spesso anche i poliziotti, i militari, i politici, gli amministratori, sono messicani ma anche americani; “narcos” equivale al nostro “mafioso” e mafiosi non sono solo i padrini corleonesi o dell’Aspromonte o di Casal di Principe, ma mafiosi sono anche industriali, politici, amministratori, religiosi, poliziotti, ufficiali, magistrati. Mafioso è l’etichetta dell’antistato, e così è narcos in Messico.

Per questo la storia degli Zeta è particolarmente interessante, perché in modo inimmaginabile addirittura per noi, che abbiamo lo stomaco cementato da decenni di storie di mafia a tutti i livelli, mostra il collasso di uno stato o forse neppure il collasso ma la mera costruzione di un involucro esteriore, solo formale, di stato privo di sostanza, sbranato dagli interessi di gruppi in lotta, alcuni con il sigillo dell’autorità, altri con il sigillo dei voti, altri con la forza delle armi. Il Messico del narcotraffico è la barbarie davanti alla porta di casa del mondo occidentale democratico, liberale, moderno.
Perché gli USA hanno fatto la guerra all’Afghanistan e all’Iraq e non al Messico? Perché l’ONU ha autorizzato il bombardamento della Serbia e non del nord del Messico? Vi sembrano domande assurde? Leggete Z e poi decidete se le condizioni erano poi così diverse o invece la differenza era che il Messico è nel giardino di casa degli USA e Serbia, Iraq e Afghanistan non lo sono.

Il Messico dei narcos, gli Zeta soprattutto, sono la testimonianza più eclatante del fallimento completo delle famose “Drug Wars” e degli zar antidroga sbandierati dalle amministrazioni americane. È quasi buffo pensare che mentre gli USA mandavano aerei a spargere diserbante sulle piantagioni di coca colombiana, sul loro confine scoppiava una guerra per il controllo non solo delle rotte più remunerative della droga diretta in California (lo stato con il maggior consumo pro-capite di droga) o a New York (la città con il maggior consumo pro-capite di droga), ma per il controllo dell’intero Messico.

Questo emerge dal reportage di Osorno: non è solo questione di soldi e di carichi di cocaina e non è solo questione di narcos sanguinari e pazzi; in gioco c’è l’intero Messico. Per quello si svolge la guerra. Ed è ancora in corso.

Il libro è scritto molto bene, è avvincente, forse ogni tanto perfino troppo, e racconta una storia che noi non conosciamo.

Reynosa, Díaz Ordaz, Camargo, Ciudad Miguel Alemán, Guardados de Abajo, Nuevo Laredo… Su tutte le strade che collegano le città della frontiera tra Messico e Stati Uniti veglia la Santísima. Ho percorso la statale che le unisce tutte, La Ribereña, dove qualunque cosa è dedicata alla raffigurazione della morte: tabernacoli, tatuaggi, cappelle, negozi, laboratori artigianali e cimiteri.
Sul ciglio di questi duecento chilometri circa di strada ardono le candele del culto alla Santa Muerte.

Note:
– Un’ottima recensione è apparsa su Carmilla.
– Osorno sarà ospite di Più Libri Più Liberi, a Roma dal 5 all’8 dicembre.

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Questa voce è stata pubblicata il 30 novembre 2013 da in Autori, Editori, laNuovafrontiera, Osorno, Diego Enriques con tag , , , , , .

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