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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Commedia in minore – Hans Keilson

commedia in minore - keilson

COMMEDIA IN MINORE
Hans Keilson
Traduzione di Matteo Ghidotti
Mondadori 2013 

Questa volta sarò serio e anche molto, perché davanti ad Hans Keilson ci si toglie il cappello, se lo si indossa, e comunque ci si inchina, uomini e donne, sempre.

Conoscete Hans Keilson? Se sì, bravi, siete attenti e con la vista chiara; se no, non è colpa vostra, è che in questo chiacchiericcio post-mondano e svolazzante dei bookcity e dei masterpiece e dei prosecchini o sushini o stuzzichini delle presentazioni di libri, dei bloggini zeppi di capolavori da supermercato, tanto capolavori come possono esserlo dei cibi precotti, dei twittini che confessano palpitanti di aver avuto la vita cambiata a leggere un libro buono al massimo per una scuola media, dei libri di ricette che scalano le classifiche, dei bar-libreria di moda che aprono, pessimi bar con le brioche industriali e orribili librerie da autogrill fusi in un unico corpo mostruoso, e con le lagne sulla scomparsa dei lettori, l’ansia da mega-seller, il turbinio vorticoso come da depressione baltica permanente di cazzate e cazzari, marchette e marchettari, sbrodolate sgrammaticate di micro-scrittori e vanterie di star della festa paesana, insomma, se in questo rutilante mondo di ruffianeria che è l’attuale mercato editoriale vi siete persi Hans Keilson, non è colpa vostra, nemmeno il libraio che me l’ha venduto lo conosce, ed è un signor libraio, è che ce la mettono tutta a rendervi la vita uno schifoso piattume confezionato.

Ma, come invece molti vorrebbero far dimenticare, i libri, in generale, poi per certi è più vero e per altri è meno vero, non hanno una data di scadenza, non sono yogurt. Potete incontrarli in un momento qualsiasi della vostra vita e loro risplendono come fossero nuovi. Questo fatto o natura, in realtà, è fastidioso, da un certo punto di vista, perché è sovversivo, sovverte le leggi del mercato che vorrebbe far credere che una cosa nuova vale sempre di più di una vecchia. Vale (spesso) con le tecnologie e i beni di consumo. Con i libri e con l’arte in generale questa legge non vale, almeno non con tutti i libri e non con tutte le opere d’arte. E badate bene che non è un fenomeno misterioso o una legge esoterica quella che sovverte il pensiero commerciale, ma ci sono ragioni concrete, scientifiche, solide. Sarebbe lungo fare questo discorso e non lo faccio. Certo, con i libri di merda vale sicuramente la legge dello scaffale di supermercato, e anche questa è parte di una spiegazione più generale.

Torniamo ad Hans Keilson. Sono sicuro che anche molti di voi, come il mio libraio, non l’hanno mai sentito nominare e men che meno hanno mai trovato questo libro, che è recente, del 2013, presentato da qualche parte. Probabilmente neppure il precedente, del 2011, conoscete e avete mai visto presentato, La morte dell’avversario, si intitola. Nemmeno l’editore ha fatto lo sforzo di cercare di farli conoscere, figuratevi un po’.
Sto sorridendo con amarezza. Uno di quei sorrisi stanchi e sconsolati. Una volta una ragazza mi ha detto “Quando sei amareggiato e fai quel sorriso sembra che si spenga la luce nei tuoi occhi”. Un po’ aveva ragione, io credo. Li conoscete anche voi quei sorrisi amari, vero?

Fatemi una cortesia grande, per favore leggete (o rileggete) quello che scrivevo de La morte dell’avversario, è breve.
E se proprio volete farmi felice, leggete anche quello che scriveva Francine Prose – sia benedetta – sul New York Times nell’agosto 2010, il collegamento lo trovate sempre lì dentro. Nel caso, il traduttore di Google vi aiuta egregiamente.

Io trascrivo solo l’inizio e la fine.

I’ll say this as quickly and clearly as possible: “The Death of the Adversary” and “Comedy in a Minor Key” are masterpieces, and Hans Keilson is a genius.
[…]
Read these books and join me in adding him to the list, which each of us must compose on our own, of the world’s very greatest writers.

Se accettate un consiglio: fidatevi di quello che dice Francine Prose, Hans Keilson è uno scrittore di bravura immensa, uno dei grandi tra i grandi ed è tuttora semi-sconosciuto, sconosciuto fino a due, tre anni fa.

Commedia in minore fu scritto nel 1947, è ambientato nell’Olanda occupata dai nazisti, coi bombardieri inglesi che solcavano la Manica e colpivano gli obiettivi nel continente.
È un libro breve, quasi un racconto lungo, io l’ho letto in metà notte, che non potevo interromperlo, avessi pure fatto l’alba non importava, da tanto che vedevo scorrere sotto gli occhi e leggevo sulle labbra un racconto meraviglioso.

Mi fanno sorridere, di nuovo amareggiato, quelli che gridano continuamente al capolavoro, come se in un anno, in Italia, si pubblicassero dieci o venti nuovi capolavori. Ci fanno pure i reading a staffetta con questi presunti capolavori, per darsi delle arie, si capisce. E poi non sanno chi è Hans Keilson. Che svendita permanente di dignità, la bellezza in saldo all’outlet dell’arte.

Commedia in minore è un capolavoro, forse l’unico che il 2013 ci abbia regalato.
Come lo è anche La morte dell’avversario, romanzo più lungo, più corposo, stupendo.

Commedia in minore è semplice, è una storia semplice nella quale non accade quasi nulla e la guerra rimane confinata in quel rombo cupo che ogni sera prende corpo. È la storia di una famiglia borghese, perbene, di patrioti, il che significava essere contro i nazisti, che cerca di vivere una normalità pur in quei tempi difficili. Il marito si reca al lavoro, la moglie rassetta la casa e cucina, tutto è mantenuto in ordine, pulito, come si fa in una vita normale. Salvo una certa scarsità di generi alimentari, niente di drammatico, solo poca varietà, e la presenza di Nico.
Nico è ebreo ed è nascosto in casa di Wim e Marie, la giovane coppia olandese, gli è stata data una delle stanze e lì vive quasi da recluso, da un anno, senza poter mai uscire, con la paura di essere scoperto, nell’inutilità e nel nulla di ogni giorno.
Sono cose che succedevano, non è un eroismo inusitato quello di Wim e Marie, anzi, si sono quasi sentiti in obbligo verso la società, per non fare brutta figura, di dare ospitalità a un ebreo. Succedeva anche da noi, in Italia, sono state migliaia le famiglie italiane che hanno ospitato ebrei, partigiani, oppositori politici ricercati dalle squadre nazifasciste. È un eroismo borghese quello di Wim e Marie, moderato, perbenista, quasi conformista. In fondo pensano che finita la guerra si sarebbero potuti vantare del loro gesto, sarebbe servito a metterli in buona luce, a renderli ammirati. Questo è autentico piccolo mondo borghese.
Però Nico muore, di una malattia, per cause naturali.
Il libro inizia cosí, Nico muore.
Devono sbarazzarsi del cadavere e Wim, insieme al medico, patriota anche lui, lo trasporta di notte nel parco, sotto una panchina, perché sia almeno un poco protetto. La polizia lo troverà, si dicono, e Nico riceverà la sepoltura che merita. Finirà così, pensano.
È tutta qua la storia.
Succede qualcos’altro che non vi dico, ma la storia è questa.
Una storia piccola, semplice, sottovoce.

Il libro invece, e cioè come Keilson fa parlare i personaggi, come ne rende i pensieri, gli stati d’animo, le paure, le piccole invidie, le piccole rabbie, i dubbi, i sogni, piccoli, tutti piccoli, piccolo-borghesi, come rende quello che succede a Wim e Marie nei pochi giorni durante i quali si svolge il racconto è meraviglioso. C’è l’arte del romanzo nella prosa di Keilson, la sfumatura che svela la profondità, il tono delicato che racconta un’angoscia, i pensieri che si confondono con le paure, egoismi e generosità fusi insieme, il rapporto tra i coniugi attraversato da momenti di unione e distacchi, piccoli distacchi dolorosi che scavano buche di solitudine, piccoli sbandamenti che terrorizzano Marie mentre Wim, pacato, la riporta in strada, così sembra.

A volte o spesso ci si chiede quale sia la ricetta per un grande libro, l’alchimia, qual è l’alchimia, la pietra filosofale che trasforma piombo in oro, parole in arte? Nessuno lo sa, nonostante in molti abbiano risposto ponderosamente alla domanda, rombando certezza, come fecero gli alchimisti di un tempo, ma nessuno ha mai scoperto la ricetta magica, oggi come allora.
A volte basta una piccola storia dove non succede quasi nulla e due coniugi che parlano tra loro e da soli, dei piccoli drammi, dei piccoli sogni, e delle piccole paure di perdere una normale vita, per trasformare il piombo in oro.
Basta questo se ci si chiama Hans Keilson.

E basta un Keilson o un Onetti all’anno per guardare da lontano, con distacco, il brulichio affannoso della bolgia dei capolavori da supermercato.

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3 commenti su “Commedia in minore – Hans Keilson

  1. cosavuoifaredagrande
    1 dicembre 2013

    consiglio di lettura molto convincente.

  2. dietroleparole
    1 dicembre 2013

    Quando incontro la parola sovversione, non posso che fidarmi. Grazie di questo tuo convincente consiglio di lettura. Inizio la ricerca. Un saluto.

    • 2000battute
      1 dicembre 2013

      Sì, di Hans Keilson ci si può fidare, potrei giurarlo.
      ciao
      m

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Questa voce è stata pubblicata il 30 novembre 2013 da in Autori, Editori, Keilson, Hans, Mondadori con tag , , , , .

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