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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

La mossa del cavallo – Viktor Šklovskij

La mossa del cavalloLA MOSSA DEL CAVALLO
Viktor Šklovskij
(traduttore non indicato)
De Donato 1967
(foto di copertina dalla copia disponibile presso Biblioteca Sala Borsa – Bologna)

[Libro disperso]

Libro questo disperso in tutti i sensi, pure l’editore non esiste più, figuratevi il testo. Però merita di essere letto e fa il paio con Nessun giorno senza una riga di Jurij Oleśa: per chi vuole, e fa bene a volerlo, leggere autori sovietici del Novecento, quasi tutti una volta pubblicati in Italia e poi dimenticati, Šklovskij è uno degli indispensabili.

Ma prima di parlare di Šklovskij e de La mossa del cavallo, dico qualcosa sull’edizione di De Donato Editore, quasi commovente per la purezza perfino ingenua che traspira. Già il nome della collana “Dissensi”, meraviglioso… dissensi… sa di altra epoca, di altro tempo quando il dissenso era una cosa seria e che dava perfino lustro, ci si facevano pure le collane editoriali.
Poi leggo la quarta di copertina e mi si stringe il cuore a pensare alle quarte di copertina di oggi. Vi trascrivo la prima parte perché da sola vale la lettura di questo libro.

Questa nuova collana vorrebbe essere una raccolta di fiale contenenti sostanze scelte in ragione della loro purezza, vale a dire del loro potere tossico. In una società che organizza il dissenso e immunizza dall’inquietudine, vorremmo che questi veleni provocassero reazioni naturali, turbando equilibri faticosamente raggiunti in vent’anni di cultura domestica.

Che dire? Praticamente un manifesto post-moderno, l’editoria militante come grimaldello per scardinare l’apatia sociale e il conformismo imposto. Editoria utopica, forse. Illusa, forse. Ingenua, forse. Ma volete mettere il piacere di sentire tra le mani un testo che si dichiara “una fiala contenente una sostanza dal purissimo potere tossico”? Io, nostalgico, rimpiango amaramente che questa abbacinante illusione sia svanita sostituita da scaffali di supermercato per sentimenti in svendita e libercoli di largo consumo per lettori anestetizzati. Per questo il piacere dei libri dispersi talvolta va oltre l’autore e la prosa.

Torniamo a La mossa del cavallo che, sempre la quarta di copertina, definisce “un libello”. È un libello, in effetti, costituito da una raccolta di “saggi e feuilletons” (il sottotitolo recita “Libro di articoli”) che pubblicò Šklovskij in Russia tra il 1919 e il 1921 sul giornale “Vita dell’arte”.

Ho raccolto gli articoli del giornale così come furono scritti Poco è stato aggiunto. Io non sono un codardo. scrive Šklovskij nella prima prefazione. C’è anche una seconda prefazione col racconto di un contadino che bestemmia, poi una storiella sugli italiani che sono diventati idioti, ma forse erano i giapponesi, per aver mangiato il riso brillato, infine si parla di arte e Šklovskij dice così:

– Aveva ragione Viktor Šklovskij quando diceva: la più grande disgrazia del nostro tempo è che regolamentiamo l’arte senza sapere che cosa sia.

Gli articoli, o per meglio dire i saggi e feuilletons del testo sono brevi, acuminati, talvolta parlano di eventi e personaggi, altre raccontano storie, quasi sempre attorno a fatti di arte, artisti, scrittori, registi della scena pietroburghese per lo più. A volte sono storielle surreali, ma forse vere, della campagna russa o della città russe o di entrambe. Šklovskij, da buon futurista, è un maestro nel rimanere in equilibrio tra realtà e surrealtà, chi non ha letto Zoo o lettere non d’amore si è perso un piccolo gioiello del genere, e come molti autori russi del Novecento usa l’ironia in modo esplicito e scanzonato per mantenersi quasi sempre sopra le righe, un po’ sospeso, un po’ crudele.

È anche feroce come critico quando commenta qualcosa o qualcuno che non gli piace. Qui fa a pezzi Merezkovskij, scrittore e drammaturgo di Pietroburgo.

La mistica, la inetta mistica di Merezkovskij, deve essere eliminata, cancellata dai suoi romanzi e non già perché mistica ma perché inetta.
Non c’è nulla da obiettare contro la riduzione teatrale dei suoi romanzi: come non sono mai stati romanzi, così non saranno mai neppure drammi. Tutto sommato, è un fenomeno profondamente antiletterario.

Il quadro che traccia, a modo suo, futurista, della società artistica e culturale di San Pietroburgo è interessantissimo e pure divertente tra pezzi intitolati Battere i chiodi col samovar, Ùlla, ùlla, Marziani! o Il Grande «Metallurgo».

C’è però un’altra cosa in questo libro, particolare, una gemma: il primo racconto che si intitola Pietroburgo bloccata. Di tutt’altro genere.
Scrive della carestia che si abbatté su Pietroburgo nell’inverno del 1920 ed è un racconto fulminante per quanto è cruento, tremendo, perfino gotico per certi toni e certe scene di abiezione.
La descrizione mantiene quel filo tipico di surrealtà di Šklovskij, ma è strepitosa per la rappresentazione atroce e feroce che dipinge. C’è un che di grandioso addirittura, una grandiosità nella catastrofe che si abbatte sulla città e su ogni sua forma di vita, umana o animale che fosse, grandioso è l’abisso di depravazione nel quale i superstiti sono sprofondati per non soccombere, grandiosa è la ferocia dell’inverno e della carestia, grandioso è lo spettacolo di morte che avvolge un’intera città.

Quell’inverno gelarono quasi tutti i gabinetti. Fu peggio della fame.
Prima ancora era gelata l’acqua; non ci fu modo di lavarsi. Nel Talmud è scritto che quando l’acqua non basta per dissetarsi e per compiere i lavacri, è meglio non bere ma lavarsi. Noi non ci lavavamo. Gelarono i cessi. Come avvenne lo dirà la storia. Il blocco e la rivoluzione distrussero i trasporti e la legna venne a mancare. L’acqua gelò.
Tutti noi, quasi tutta Pietroburgo, portavamo l’acqua e l’immondizia su e giù, su e giù con i secchi ogni giorno. Com’è difficile vivere senza gabinetto. Un amico mio, professore, mi diceva affranto mentre percorrevamo una strada insieme, intirizziti: «Sai, invidio i cani, quelli almeno non si vergognano». La città si ricoprì di escrementi: i cortili, i portoni, per poco anche i tetti, ne erano pieni.
La visione era ributtante, a volte addirittura oscena. C’era molta spudoratezza; qualcuno faceva sfoggio di feci.
Scrivo di un anno terribile e di una città bloccata. Ezechiele e Geremia cuocevano focacce su fuochi di sterco per mostrare a Gerusalemme cosa sarebbe successo durante l’assedio.
Nei giorni feriali, le focacce si cuocevano su feci umane; la domenica, su quelle di cavallo.

Non dimenticatevi di Šklovskij. Lui non è un codardo.

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Questa voce è stata pubblicata il 9 novembre 2013 da in Autori, De Donato, Editori, Sklovskij, Viktor con tag , , , .

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