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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Nessun giorno senza una riga – Jurij Oleša

Nessun giorno senza una riga

NESSUN GIORNO SENZA UNA RIGA
Jurij Oleša
Traduzione di Costantino Di Paola
Garzanti 1981 

[Libro disperso]

Oleša fu scrittore sovietico di origine polacca tra gli anni ’20 e gli anni ’60, vissuto prima a Mosca poi a Odessa, caduto in disgrazia nell’ondeggiare caotico dell’Unione Sovietica poi riabilitato, senza che fosse mai stato però un oppositore in senso stretto. Fu un artista, un letterato, ma tanto bastava per finire travolto.

Quel periodo della letteratura russa è quanto mai interessante e oggi trascurato. Sono stati moltissimi gli autori pubblicati anche in Italia tra gli anni ’60 e ’80 e poi dimenticati, ignorati. Libri dispersi. Ed è un grande peccato perché in quel periodo la letteratura sovietica, come spesso accade nei periodi nei quali cala la cappa di conformismo su una società che brucia, è stata vivacissima, scoppiettante, esuberante, per non dire selvaggia. È piena di sperimentatori, bizzarri scrittori immaginifici, fantasia a briglia sciolta, tentativi estremi, nella forma, nei contenuti, ironie scorticanti, biografie strampalate, eccessi alcolici, povertà russa, la quale è sempre stata di un tipo particolare, letterariamente prolifica. E così via. Dietro l’infame cortina di ferro, quel poco che a noi è trapelato e al molto che è stato falsato, sono vissuti scrittori e artisti strepitosi che hanno saputo esercitare una libertà creativa irrefrenabile, invidiabile. Libertà creativa innestata nel tronco solenne della grande letteratura russa.

Per questo, gli scrittori vissuti nell’Unione Sovietica, non necessariamente e forse non tanto quelli della letteratura dissidente, ma soprattutto quelli in certo modo allineati o non apertamente oppositori, spesso comunisti seppur indomabili, sono una miniera di sorprese da riscoprire.
Platonov, Trifonov, Charms, Šklovskij, Erofeev, Pil’njak… questi io conosco e ora anche Jurij Oleša, un’altro bizzarro sperimentatore che, a modo suo, cerca di scrivere come nessuno aveva fatto prima.

Apro parentesi. (
se qualcuno dice «Nabokov!» io storco il naso; è un russo rinnegato, si è trasformato in americano e per me deve la sua fama per la maggior parte a questo, all’essere diventato un grande scrittore americano, quanto a essere un grande scrittore per quel che intendo io… non so, ho dovuto combattere con la noia ogni volta che ho provato a leggerlo.
Chiudo parentesi. )

Nessun giorno senza una riga è un libro autobiografico senza esserlo. Oleša prova a fare una cosa difficilissima e in gran parte ci riesce: trascrivere i propri ricordi mantenendo la vaghezza, l’imprecisione e l’artificialità che i ricordi posseggono una volta dilavati dal tempo e dalla vita. Quindi è autobiografico senza esserlo. Non è il racconto della sua vita, è il racconto dei ricordi della sua vita. Caotici, frammentati, incoerenti, imprecisi, contraddittori, imbellettati, sfumati.

Per questo, a modo suo, è un libro straordinario e difficile. L’unico filo logico è il tempo, per quanto anche quel filo si spezza e si riannoda continuamente. Per il resto i ricordi tornano secondo il loro capriccio, alcuni sono sagome che sfrecciano, altri sono ricchi come tavole imbandite, spesso sono per metà veri e per l’altra metà falsi e nessuno ormai sa più quale metà sia una e quale l’altra.

I suoi ricordi sono ammucchiati; da vicende della sua infanzia, banali, divertenti, incerte pure per lui, fino alla grande stagione letteraria, con decine di personaggi reali che di incrociano, parlano, si agitano e improvvisamente scompaiono per lasciare il posto al nuovo frammento. Il libro stesso, pubblicato postumo nel 1961, fu ricostruito dai frammenti che Oleša aveva accumulato in quell’impresa futurista, da autentico sperimentatore della parola. Parola della quale Oleša era un cultore quasi maniacale, tanta è la precisione con la quale costruisce le frasi, anche quelle incerte, mezze scritte e per il resto interrotte. Fu anche un grande intellettuale e critico teatrale, per cui nei suoi frammenti si ritrovano commenti su opere, autori, russi e non russi, americani anche, adorava Mark Twain che considerava “uno dei più grandi fenomeni della letteratura mondiale” (e io la penso come lui), e anche europei, naturalmente.

Come scrisse Viktor Šklovskij nella prefazione che accompagnò l’edizione originale: «La letteratura sovietica non si ferma mai, non si ripete mai. Essa cammina aprendosi la strada verso il futuro, cosciente della propria dipendenza dalla letteratura russa del passato.»

Il risultato è sì ostico per un lettore non abituato ad autori che si spingono ai limiti dello stile e della forma, ma anche un grandioso ritratto fatto di spruzzi di ricordi della vita culturale sovietica vista da uno dei suoi protagonisti.

Cos’è il sole? Nulla della mia vita si sarebbe potuto realizzare senza l’aiuto del sole, libero o nascosto, reale o metaforico. Qualunque cosa che io abbia fatto, qualunque luogo io abbia visitato, in sogno, vegliando, nell’oscurità, da giovane come da vecchio, sono sempre stato sull’estremità di un raggio di sole.

Questo è l’ultimo frammento. Un grande libro disperso, non per tutti, certamente può risultare faticoso, se non perfino noioso, dipende da un po’ troppe cose, come quasi sempre, per poter generalizzare, ma per alcuni sarà una scoperta, non inattesa, come lo è stato per me.

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Questa voce è stata pubblicata il 2 novembre 2013 da in Autori, Editori, Garzanti, Oleša Jurij con tag , , , , .

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