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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

La rabbia del vento – S. Yizhar

Yizhar - la rabbia del vento

LA RABBIA DEL VENTO
S. Yizhar
Traduzione di Dalia Padoa
Einaudi 2005

Leggo ancora S. Yizhar dopo il bellissimo Convoglio di mezzanotte e non mi pento, anzi, lo ammiro ancora di più perché questo libro rappresenta non solo una storia raccontata splendidamente, ma soprattutto un atto di coraggio come forse quando fu scritto, nel 1949, ancora ne avvenivano tra gli intellettuali e gli scrittori. Oggi pare, ma forse mi sbaglio, forse no, che la dotazione di coraggio sia decisamente scesa, in media.

La rabbia del vento è l’opera che ha reso S. Yizhar celebre e controverso; pubblicata quando lo stato di Israele era appena nato e la guerra arabo-israeliana del 1948 appena terminata. Forse stiamo sbagliando è il messaggio di S. Yizhar rivolto ai suoi commilitoni e compatrioti. Forse stiamo facendo agli arabi quello che noi abbiamo subito nella nostra storia di ebrei, forse da vittime che siamo stati lungo tutta la nostra storia siamo diventati carnefici. Era il 1949 e scriveva in Israele, lo ripeto. Ci vuole coraggio, molto coraggio e forza per scrivere, a quel tempo, in quel luogo, in quel contesto storico un libro nel quale il personaggio dice:

Elevati dal dolore e dalla tristezza sulla nostra natura malvagia, i due passarono oltre e noi notammo come nel cuore del bimbo stesse succedendo qualcosa per cui, quel medesimo piccolo che ora piangeva sconsolato, una volta cresciuto non sarebbe potuto diventare altro che una vipera.
Come in un lampo mi fu chiaro. Tutto improvvisamente mi sembrò diverso, più preciso: «L’esilio, ecco, questo è l’esilio. È così che accade.»

Chi parla è un soldato israeliano impegnato nello sgombero e distruzione di un villaggio arabo. I due che passano sono madre e figlio, senza nulla, come tutti gli altri abitanti, diretti al camion che li deporterà.

“… questo è l’esilio. È così che accade» è un atto di autoaccusa dei più duri e onesti che siano mai stati scritti, il che rende S. Yizhar non più solo un ottimo scrittore ma anche una grande coscienza.

Il racconto de La rabbia del vento è breve, semplice, si ritrovano in scala minore le descrizioni della desolazione del territorio, questa volta non l’arida polverosità del deserto ma la rigogliosa campagna di una valle sfregiata dai cingoli dei mezzi corazzati e dagli scarponi delle truppe, che si intrecciano con la desolazione degli uomini che già commentavo in Convoglio di mezzanotte. Stilisticamente è inferiore al precedente libro, più acerbo, ha meno il corpo del romanzo e più l’imbastitura del racconto con uno scopo ben preciso, quello di arrivare all’atto di autoaccusa del personaggio principale e dell’autore. È politico l’intento, ma non per questo la scrittura elegante di Yizhar ne soffre.

Non c’è nulla di eroico nella guerra di Yizhar, non c’è nulla di superiore, una ragione, una missione, un’utopia, una giustizia. C’è solo bassezza, superficiale, leggera, stupida, violenza gratuita osservata col distacco di chi ha il vantaggio della lontananza. Come stupidi sono i soldati. Né feroci, né sanguinari, né epici, né vittime né eroi. Semplicemente stupidi, incapaci di vedere e comprendere null’altro che non sia l’immediatezza di una situazione, la patina superficiale dell’atto e della ragione del loro agire.

È un’accusa di ottusità quella che muove Yizhar, non di consapevole perversione. È la banalità del male. Ed è, forse, l’accusa peggiore, quella che si rivolge a coloro che hanno saputo giustificare tutto, acconsentire a tutto, rendersi indifferenti a tutto, anche alla propria storia e alla propria dignità. È la stessa accusa che si muove ai popoli che hanno perseguitato altri popoli, alle persone che hanno giustificato le persecuzioni. È l’accusa che si muove ai volonterosi carnefici.

Per questo, La rabbia del vento, un piccolo libro, quasi un racconto, scritto in modo semplice, senza enfasi, è in realtà un libro potente e importante. È la voce della coscienza e poche volte, con grande fatica, spesso a mezza voce, si è sentito un grido così chiaro, così coraggioso, quando ancora gli eventi non erano stati consegnati alla storia. Non è stata ascoltata allora, questo è evidente, motivo in più per ascoltarla oggi.

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Questa voce è stata pubblicata il 19 ottobre 2013 da in Autori, Editori, Einaudi, Yizhar, S. con tag , , , , , .

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