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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Traducendo Hannah – Ronaldo Wrobel

traducendo hannah

TRADUCENDO HANNAH
Ronaldo Wrobel
Traduzione di Vincenzo Barca
Giuntina 2013 

Una storia di amore e la storia di un’epoca. Sorprende Ronaldo Wrobel con questo Traducendo Hannah. Parte coi ritmi lenti e sonnacchiosi delle storie ebraiche, questa volta ambientata a Rio de Janeiro, con quei soliti riti ripetitivi, le tradizioni già sentite mille volte, quell’orgoglio stratificato di popolo unico che si spalma sulle tipiche storie ebraiche degli autori americani distanti almeno un paio di generazioni dalla fuga dall’Europa degli avi.

Parte così Ronaldo Wrobel, raccontando di Max Knuter, povero calzolaio nella Rio degli anni ’30, abitante della Praça Onze, il sobborgo dove gli emigrati ebrei polacchi avevano ricostruito il loro ghetto o shtetl polacco, una volta ancora, l’ennesima volta, il racconto infinito della diaspora e della ricostruzione in attesa di una nuova diaspora. Si somigliano quasi tutte le storie ebraiche per questo filo narrativo che le lega insieme.

Ma Wrobel temporeggia soltanto nel suo ripetere la litania. Recita sottotono, bisbiglia, intorpidisce un poco prima di scatenare invece un racconto pulsante, palpitante, commovente, pieno di azione, di sfregi dell’epoca sanguinaria, di orrori come la tratta delle ragazzine ebree dei miseri villaggi dell’Europa Orientale destinate ai bordelli di mezzo mondo, prima di dipingere vite, quella di Hannah, la sua eroina, la Raab delle Scritture rinata a inizio del Novecento, eroiche e scandalose e, ancor più, prima di iniziare il canto d’amore di Max Knuter durato una vita, nonostante tutto, nonostante l’inaccettabile e i tormenti per una donna impossibile da accostare. Il povero, misero, insignificante calzolaio, ebreuccio polacco emigrato fortunosamente, come tanti, in Brasile, vive una vita avventurosa suo malgrado nell’ombra di Hannah, ma dalla figura dell’ebreuccio, come l’aveva dipinto inizialmente Wrobel, si trasforma in uomo animato dall’incrollabile coraggio dell’amore malinconico ed eterno per una donna irraggiungibile, per la scandalosa puttana santa. Max Knuter narra la sua vita a Wrobel e Wrobel la scrive.

Ora, nel 1938, era giunto per Max il tempo di dare una lezione postuma a suo padre, di diventare al contrario il suo insegnante. Non avrebbe smesso di amare Hannah, nonostante tutto. Aveva imparato, disimparato e reimparato ad amarla – la sua America, la sua guerra, il suo esilio -, reinventandola, riscoprendola. Era in grado di adorarla in tutte le sue versioni: simultanee e successive, sacre e profane. Ostinazione, audacia? Qualunque cosa fosse, la creatività dell’amore era proprio la virtù che mancava a tante coppie che cadevano sotto il peso di novità malaccette: stenti, brutture, malattie. Max navigava invece in quel sentimento senza mappe e senza promesse, resistente alle tempeste che, al contrario, non facevano che incoraggiarlo.
Il calzolaio ignorava però che non tutti i Colombo scoprono l’America. Alcuni, anzi, sono loro a essere scoperti. Come i marinai di Magellano, che, dopo tanto avanzare, tornarono al punto di partenza; come le guerre, che altro risultato non ebbero se non di sconfiggere la pace.
Un giorno di maggio, Max avrebbe appreso che, se il passato è un delitto imperfetto, il futuro ne è l’inesorabile delatore.

Traducendo Hannah è un libro bellissimo che parla di amore, forse quello più puro di tutti.

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Questa voce è stata pubblicata il 21 settembre 2013 da in Autori, Editori, Giuntina, Wrobel, Ronaldo con tag , , , .

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