2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

L’angelo dell’abisso – Ernesto Sabato

angelo dell'abisso

L’ANGELO DELL’ABISSO
Ernesto Sabato
Traduzione di Raul Schenardi

Edizioni SUR 2013

Ernesto Sabato è un grande scrittore e per questo motivo, per parlare de L’angelo dell’abisso, inizio parlando dei grandi scrittori, che sono un po’ come i grandi navigatori dell’antichità. Molti grandi scrittori, forse tutti, ma alcuni in maniera più evidente, a un certo punto o anche fin dall’inizio, hanno puntato la prua della loro nave letteraria verso l’ignoto. Sono partiti in direzione delle colonne d’Ercole, hanno raggiunto la rocca di Gibilterra da una parte e il Jebel Musa dall’altra e hanno proseguito, navigatori solitari su fragili scafi, in direzione dell’oceano ignoto, verso il nulla e il tutto, verso l’estremo, un confine inesistente esteriore ed interiore, perché, come i navigatori dell’antichità, nessuno sa cosa si può trovare in mare aperto, nessuno sa se la Terra della scrittura sia tonda, piatta, finita, infinita o semplicemente inconoscibile. I grandi scrittori, quelli che sono epicamente bruciati nelle fiamme delle loro parole, sempre sono partiti verso l’ignoto sapendo di perdere la via del ritorno, non sarebbero mai tornati indietro. Questa è la definizione di follia, come intesa dalla comune favella borghese.
I piccoli scrittori, invece, bordeggiano, chi con un motoscafino, chi con una vela pigra, chi anche in pedalò, lungo le coste di un laghetto sonnacchioso o di un maruzzo acquitrinoso.

Ernesto Sabato è uno di quei grandi scrittori che è partito direttamente dalle colonne d’Ercole e non ha mai fatto ritorno. L’angelo dell’abisso è l’ultimo tratto del suo viaggio verso l’estremo.

Per leggere L’angelo dell’abisso sono necessarie alcune precauzioni, viceversa risulterà un abominio di frammenti incoerenti e incomprensibili, tracce di storia slegate e gettate alla rinfusa, richiami oscuri e un generale senso di frantumazione, come se Sabato avesse scritto su dei fogli, poi strappati in mille pezzi e infine gettati a caso nelle pagine del libro. Occorre avere già il sentimento che guida tra i frammenti.
Servono due cose. La prima: avere nelle orecchie e nella pancia la melodia argentina dei romanzi ambientati in quel gorgo umano che è Buenos Aires, toccare in punta di dita il miscuglio alcolico e agro degli scrittori argentini dilaniati tra le radici europee lontane, spesso ostili, e la patria sudamericana martoriata. Serve saper già annusare al volo quell’aroma inimitabile di incoerenza e di musica, di carne sudata e spirito cinico, di amori tragici e spettacolari cinismi dei grandi argentini.
La seconda: è necessario aver letto il suo libro precedente, quello che in molti considerano un capolavoro: Sopra eroi e tombe.

Di Sopra eroi e tombe, in una nota che avevo scritto quasi due anni fa, nell’estate del 2011, prima della nascita di 2000battute, (mi) dicevo:

Libro argentino, di eroi miserabili e tombe di fango, di cavalcate assurde e di allucinazioni vagando per le strade di Buenos Aires. Passato e presente che si intrecciano, storia patria e storie intime, retaggi di un tempo lontano riemergono inspiegabili nell’anima squassata di Alejandra. Un affresco grandioso del popolo senza storia e di personaggi sempre sul confine della follia, quasi che sia l’unica alternativa alla società corrotta e violenta. In fondo, alla fine, chi sopravvive si ritira, i cavalieri in ritirata di là dal confine, Martin al sud selvaggio e purissimo. E ti porta via il cuore questo libro meraviglioso, sì te lo porta via alla fine, per quanto riesce a essere straziante ed epico, crepuscolare e pieno di amore, disperato e sconfitto, ma sempre sognante dei sogni più grandi.

Eroi miserabili, tombe di fango e anime squassate… questo è lo sfondo e l’atmosfera anche de L’angelo dell’abisso, scritto nel 1974, all’alba degli anni più tragici della storia argentina, così come Sopra eroi e tombe fu scritto nel 1961, in un altro periodo straziato dell’Argentina dopo il colpo di stato militare che rimosse Perón.

Sopra eroi e tombe

Ma L’angelo dell’abisso non è la semplice prosecuzione o epilogo o seconda parte di Sopra eroi e tombe, come qualcuno ha scritto. È un’altra cosa, una rogna che scava, che corrompe e corrode quel corpo già malato di Sopra eroi e tombe. L’angelo dell’abisso è una lebbra che si spande su quel tronco ed è l’attimo ne quale lo scrittore, Ernesto Sabato, con la prua sempre puntata verso l’ignoto, riconosce di aver varcato la soglia della follia, di essere al contempo perduto e giunto a destinazione, in quel nulla dell’infinita brevità della vita e della parola.
L’angelo dell’abisso non è un romanzo canonico, ma un tentativo estremo, come lo furono Ulisse e poi Finnegan’s wake per Joyce o la Trilogia di Beckett, di eruttare in parole una lebbra che ormai era divenuta insostenibile.

Il protagonista de L’angelo dell’abisso è lo stesso Ernesto Sabato, scrittore e personaggio allo stesso tempo, chiuso nel cortocircuito mortale della scrittura nel quale tutto si confonde. Ernesto Sabato scrittore che riprende Sopra eroi e tombe per entravi dentro ed Ernesto Sabato protagonista che ne fa la propria ossessione per divenire, letterariamente, vittima del suo stesso delirio immaginario, quello del capitolo più famoso, ma anche enigmatico, avulso dal testo e dalla storia, delirante in maniera insensata che è il Rapporto sui ciechi.

Il Rapporto sui ciechi è uno dei misteri della letteratura per la sua insensatezza oscura. Qualche editore senza scrupoli lo pubblicò addirittura come racconto a sé stante, compiendo un’operazione editoriale immonda. Raccontato da un personaggio della storia, Fernando Vidal Olmos, padre incestuoso e visionario, svela la Setta dei ciechi, composta, appunto, dai ciechi che sono tramite delle forze demoniache e luciferine che dominano il mondo.

Ne L’angelo dell’abisso il Rapporto sui ciechi torna per tormentare Ernesto Sabato, è l’ossessione che lo accompagna nelle peregrinazioni notturne per Buenos Aires, negli incontri con i giovani rivoluzionari illusi e rabbiosi, e nel suo ultimo perdersi nel pantano del delirio.

Ma, come vi ho detto, L’angelo dell’abisso non è un racconto che si snoda, quanto un sovrapporsi di frammenti e di voci e di personaggi che in un modo o nell’altro delirano, si confessano, ponderano e ragionano, ci sono note biografiche, il racconto dell’ultima fuga di Che Guevara nella selva boliviana e il suo assassinio e l’assassinio, raccontato con una violenza sconvolgente, di uno dei personaggi di Sopra eroi e tombe da parte delle squadre di polizia del regime militare. Alterna violentemente pezzi lirici con pezzi oscuri con pezzi attraversati da esoterismo e demoni con pezzi di prosa cristallina con pezzi intimistici con brani d’amore con morte e abominio. È uno sfarfallio di luci e molte sfumature di buio, continuo, senza un senso apparente se non quello di portare a compimento un viaggio senza itinerario e destinazione certa, fagocitando il proprio capolavoro e facendo di se stesso il protagonista delle alienazioni immaginarie.

Un brano:

Che tu non sia capace, come dici, di scrivere su un «tema qualsiasi» è un buon segno, non un motivo di scoraggiamento. Non credere in quelli che scrivono di qualsiasi argomento. Le ossessioni hanno radici molto profonde, e quanto più profonde sono, meno sono numerose. E la più profonda è forse la più oscura, ma anche l’unica e onnipotente radice di tutte le altre ossessioni, quella che ricompare in tutte le opere di un vero artista: e non parlo dei fabbricanti di storie, dei «fecondi» fabbricanti di sceneggiati televisivi o di bestseller su misura, quelle prostitute dell’arte. Loro sì che possono scegliere il tema. Ma quando si scrive sul serio succede il contrario: è il tema a scegliere te. E non devi scrivere una sola riga che non tratti dell’ossessione che ti opprime, che ti perseguita dalle regioni più enigmatiche, a volte per anni. Resisti, aspetta, metti alla prova questa tentazione; che non sia la tentazione della facilità, la più pericolosa fra tutte quelle che dovrai respingere. Un pittore ha quella che si chiama «facilità» a dipingere, e uno scrittore a scrivere. Attento a cedervi. Scrivi quando non ce la fai più a tenere duro, quando capisci che potresti impazzire. E a quel punto rimettiti a scrivere «la stessa cosa», voglio dire, riprendi a indagare, seguendo un’altra via, con mezzi più potenti, con maggiore esperienza e disperazione, le stesse cose di sempre.

C’è anche questo e altri sprazzi simili in un libro di demoni, incubi permanenti, ossessioni e deliri e smarrimento.
L’ultima voce di Ernesto Sabato prima di scomparire nell’oceano.

 

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