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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Se questa è democrazia – Carlo Formenti

se questa e democrazia - formenti

SE QUESTA È DEMOCRAZIA – Paradossi poltico-culturali dell’era digitale
Carlo Formenti
Manni 2009 

Per chi non lo conosce, Carlo Formenti è un osservatore, forse il più acuto tra gli italiani, dell’intreccio tra nuove tecnologie digitali, internet, società e politica. Non ha nulla o poco da invidiare ai commentatori più celebrati sulla scena internazionale e anzi, spesso, ha dimostrato di essere in anticipo anche rispetto al dibattito innescato dagli analisti più critici e taglienti.

Tra i suoi vari saggi, Cybersoviet, apparso nel 2008, contiene già molti degli spunti e delle intuizioni che oggi vengono discusse in saggi considerati sulla frontiera della critica e dell’analisi, come l’ottimo e recente Digital Disconnect.
Per essere chiaro, i Lanier, i Morozov e molti altri di coloro che stanno bene o male, da prospettive diverse, portando alla luce la complessità, la deriva e le gravi criticità della società digitale, attualizzano e arricchiscono molte delle osservazioni che Carlo Formenti già discuteva anni prima. Con questo, naturalmente, non voglio incensare Formenti, per quanti meriti egli abbia, quanto rilevare come agisca in modo potente una forma di inerzia che rallenta l’affiorare dei temi più controversi del rapporto tra tecnologie, società e politica. Le criticità si manifestano e crescono; parallelamente però la loro analisi si muove in un fluido pastoso che ne frena la velocità con la quale riesce a raggiungere un pubblico che non sia strettamente di specialisti.

È un dato sul quale riflettere, io credo; quando leggiamo analisi critiche sulla stampa o in saggi a larga diffusione, per quanto le ricostruzioni degli scenari e la discussione delle criticità possano apparirci nuove, esse si riferiscono quasi sempre a fenomeni emersi e già intercettati da alcuni osservatori attenti anni prima, talvolta tre, quattro o cinque anni prima. L’opinione pubblica evoluta, intesa quella del pubblico generico ma attento e informato, apprende delle criticità con un ritardo misurabile in alcuni anni. Il grande pubblico, il proverbiale “uomo della strada” o “persona comune”, comunemente informato da televisione, stampa generalista e chiacchiericcio, comprende, o forse sarebbe meglio dire, percepisce in modo vagamente intestinale, quando va bene, dell’esistenza di problemi seri all’interno del discorso mitizzante e adolescenziale che adorna i concetti di innovazione, progresso, tecnologia e internet con un ritardo forse decennale. Non conosco nessun lavoro di analisi recente che abbia considerato questo aspetto specifico di slittamento temporale dovuto alla pastosità della dinamica comunicativa e le sue conseguenze. Sarebbe parecchio interessante, io credo.

Torno a Formenti e a Se questa è democrazia. Si tratta di una raccolta di interventi dell’autore apparsi in varie sedi riuniti con l’obiettivo di «chiarire ulteriormente la natura e le dimensioni della “svolta”», ovvero chiarire quanto Formenti discute in Cybersoviet a proposito dell’epoca digitale e internet. Chi ha letto Cybersoviet troverà quindi materiale interessante per arricchire quel saggio. Ma anche chi non l’ha letto non è escluso visto che gli interventi qui raccolti sono comunque autocontenuti e autonomi, quindi non necessariamente da ricollegarsi all’opera precedente.

Brevemente, poichè voglio in realtà discutere un’altra cosa che mi interessa di più che non fare una sintesi del contenuto del saggio, Se questa è democrazia è diviso in due parti: L’utopia della e-democracy e Per una critica del postmodernismo radicale, rispettivamente di quattro e cinque capitoli.

Formenti ha una dichiarata formazione politico-filosofica con radici operaistiche ed esperienza diretta dei dibattiti tra intellettuali post marxisti innescati dalla cesura tra gli anni Settanta e Ottanta (se qualcuno arriccia la fronte pensando Oddio il solito veterocomunista!, credo che sbagli e potrebbe ricredersi leggendolo; se invece pensa Radici operaistiche… sarebbe a dire? allora non so cosa farci).
Non a caso gli anni Ottanta, con il ribaltamento neoliberista che li ha caratterizzati e che ancora si propaga ai giorni nostri, sono anche il periodo dove ricercare le radici e la genesi della “rivoluzione digitale” e di internet. Quindi Formenti ha sia l’esperienza che gli strumenti per proporre un’analisi storica, politica e sociale delle tecnologie digitali, considerarne la loro traiettoria ed effetti. Strumenti che usa per mettere in luce le criticità dopo, anche lui come altri, aver vissuto una fase di euforia illusoria divenuta oggetto di autocritica.

Nella prima parte gli argomenti che tocca appartengono a due categorie, strettamente correlate. Prima affronta l’ingenua idealizzazione del principio egualitarista nelle comunità virtuali discutendo a lungo le differenze, reali o presunte, tra comunità virtuali e territoriali e le dinamiche di rete che governano le comunità virtuali disaggregandone i legami sociali e creando invariabilmente elite e chiusure dai contorni quasi tribali. Successivamente, l’attenzione si sposta sugli effetti politici e in particolare su alcune delle cause della crisi della democrazia, da molti osservata ma da pochi analizzata in maniera convincente. Tra questi effetti, il più grave e temibile è lo schiacciamento degli spazi di libertà e l’impoverimento del concetto stesso di libertà. Le vie di uscita che prospetta hanno, di nuovo come accade per altri autori, ambigue sfumature utopiche, per altro rilevate con una certa amarezza dallo stesso Formenti.

Nella seconda parte, invece, si sofferma con maggiore attenzione sulle conseguenze sociali dell’epoca digitale. Dal concetto di società antidrammaturgica agli stravolgimenti che ha subito il concetto di privacy, tanto da lasciarne un simulacro che in molti, me compreso, temono non sia altro che un sarcofago pieno di polvere; dall’effetto di vetrinizzazione portato dal mercantilismo dell’epoca moderna alla vetrinizzazione dei soggetti sul Web e nei social network con una forte polemica nei confronti di alcune interpretazioni in voga alcuni anni fa e, ancora, la retorica inconsistente che ha circondato la figura dei blogger.

Scrive, con molto acume:

Passando dal piano delle libertà/identità individuali al piano delle libertà/identità politiche, il discorso si impantana nello stesso tipo di aporie. In precedenza ho ironizzato in merito alla rinnovata fortuna delle “robinsonate”. Ebbene, questo revival del paradigma atomista-individualista nasce dall’egemonia della tradizione anglosassone nell’ambito dell’analisi teorica degli effetti sociali della rivoluzione digitale,. Infatti anche le posizioni libertarie più radicali in materia, per esempio, di tutela dei diritti civili e delle libertà di espressione in Rete, o di difesa delle libertà di condivisione e scambio di idee e conoscenze, appaiono compatibili con le opzioni neoliberiste sul piano economico, per cui il soggetto della libertà viene puntualmente descritto come il singolo impegnato nella competizione per il soddisfacimento dei suoi bisogni, desideri, interessi, al punto che la “saggezza delle folle” evocata da questi e altri autori appare assai simile alla “mano invisibile” di smithiana memoria. Ma anche autori più vicini alla tradizione culturale europea, messi a confronto con il difficile compito di riformulare il rapporto individuo/società nel contesto della nuova economia di rete, tendono a “slittare” verso modelli atomistici.

Questo è uno degli snodi critici e meno discussi in generale ed ha a che fare con quella cosa che ci tengo a discutere e a cui accennavo poco fa. Si tratta dell’irrilevanza.

In questo brano Formenti sta dicendo, tra l’altro, che la tradizione sociale e culturale europea, nel nuovo mondo digitale, sembra scomparsa, incapace di entrare nel dibattito, inutile nell’analisi, svanita nella polvere della Storia. In una parola, è diventata irrilevante. Il nuovo mondo digitale, sia nella forma esplicita dei tecnofanatici aziendalisti selvaggi, sia nella forma meno evidente dei libertari e dei contestatori dell’euforia della propaganda è intrinsecamente una cultura modellata e inscritta nel recinto del neoliberismo anglosassone nato, o rinato, negli anni Ottanta.

L’Europa è irrilevante nel nuovo mondo digitale. Non solo economicamente, militarmente e politicamente, lo è culturalmente e socialmente. Il silenzio del dibattito pubblico su questa constatazione è fragoroso tanto quanto lo è l’appiattimento di politici, giornalisti, intellettuali, opinionisti e guru digitali.

Irrilevante.
C’è altro però e riguarda Formenti stesso.
Lo dico in modo piano e ruvido, poi cerco di spiegare: quanto dice Formenti, per quanto apprezzabile e acuto possa essere, è tragicamente irrilevante. Del tutto irrilevante.

Intanto osservo un dato. I saggi più celebri sullo stesso argomento, siano essi peana entusiastici o critiche sanguinarie, sono di origine anglosassone, pubblicate da editori anglosassoni e discusse su riviste, blog, social network e incontri permeati di cultura anglosassone.
Per quanto limitata sia comunque la diffusione di saggi, anche quelli cosiddetti di popular science, le opinioni e le tesi di questi autori anglosassoni accedono a un pubblico vasto (sempre in senso relativo) e modulano i contorni del dibattito e della formazione delle opinioni da parte di un pubblico semi-specialistico e attento. Usano un linguaggio di facilissimo accesso, abbondano (direi abusano, il più delle volte) di aneddoti, ammiccano, stuzzicano etc. Sono, appunto, popular science e occupano lo spazio di discussione pubblico.

Formenti, che ripeto essere forse il migliore tra gli italiani, e con lui quasi tutti gli europei, usa un linguaggio alto, forbito, accademico talvolta, e questo vale per Formenti e questo saggio, rimane ancorato a un gergo filosofico-politico e una forma espressiva codificata dal canone della comunità filosofica-politica di appartenenza. Lo stile è molto spesso assertivo, quasi definitivo, tipico di un approccio inteso a definire una posizione intellettuale all’interno di una comunità di stampo accademico fatta da colleghi luminari quand’anche quasi del tutto ignari dei temi oggetto di analisi. È anche lo stile della produzione scientifica mirata ad attestare un risultato ottenuto. Raramente si lascia che si insinui l’incertezza, raramente si considera come un’analisi subirà gli effetti disgreganti del tempo. Il discorso è improntato sulla ricostruzione storica di uno scenario e sul qui e ora. Non ho detto niente di nuovo o di sorprendente. È il canone in ambiti accademico-scientifici. Ma la divulgazione e l’influenza sul dibattito pubblico richiederebbero tutt’altro approccio.
Per trovare una ragione a questo stile esclusivo e forma da iniziati, vediamo dove furono pubblicati gli interventi raccolti in questo saggio pubblicato da una piccolissima casa editrice, Manni. Su diverse riviste: aut-aut, Alfabeta, Communitas, Quaderno di comunicazione, Gli argomenti umani, Parole chiave e Alternativa per il socialismo. In aggiunta un convegno di studi dell’Università di Salerno.

Quante di queste riviste avete mai avuto in mano almeno una volta nella vita? Di quante avevate almeno udito il nome?
Poche, forse nessuna, vero?

Ora, con questo non voglio affatto disprezzare l’attività editoriale di queste riviste o l’utilità dei convegni di studi. Il punto è un altro. Formenti, per scelta o per necessità, non so e non è importante saperlo, produce un flusso d’analisi estremamente interessante e talvolta addirittura anticipatore di temi che conquisteranno il palcoscenico mondiale, in luoghi con un pubblico che definire di nicchia è un eufemismo, di ultranicchia, di forellino nel muro, di cruna dell’ago. Un pubblico microscopico, polarizzato, spesso abbigliato in modo obsoleto e che parla un gergo formale autodefinitorio.

Questa è la tragedia italiana ed europea.
L’irrilevanza.

Rispetto al palcoscenico mondiale, l’Italia e l’Europa sono solo spettatori, mai attori.
Entro i confini nazionali o comunitari, il discorso pubblico è proprietà del gossip, delle finte notizie giornalistiche, degli scandaletti e della superficialità pneumatica di stampo politico, economico o sociale. I Formenti e le analisi di spessore ne sono esclusi, e questo nonostante egli sia stato redattore del Corriere della Sera, ma ai lettori del Corriere della Sera quello che è arrivato è solo un ronzio moscoide da allontanare con una sventolata di mano per tornare agli slogan e alle grida a caratteri cubitali.
Rimangono le nicchie difese da questa o quella tribù arroccata attorno a una piccolissima rivista o piccolo convegno di studi. Dignitosi, addirittura eroici, forse. Ma irrilevanti. Non cambia nulla che esistano o non esistano, tranne per una piccolissima popolazione dispersa nella giungla.

Che Formenti abbia scritto queste analisi acute, interessantissime e migliori di quasi tutti gli autori anglosassoni non ha nessun effetto.
Come il rumore che produce un albero che cade nella foresta. Siamo condannati all’irrilevanza.

Detto ciò, condivisibile o meno che sia, aggiungo che Formenti merita molto di essere letto.

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Questa voce è stata pubblicata il 4 settembre 2013 da in Autori, Editori, Formenti, Carlo, Manni con tag , , , , , .

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