2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Perché le nazioni falliscono – Daron Acemoglu, James Robinson

Nazioni falliscono

PERCHÉ LE NAZIONI FALLISCONO
Daron Acemoglu, James Robinson
Traduzione di M. Allegra e M. Vegetti

Il Saggiatore 2013 

Decido di leggere questo saggio di economia politica dopo le molte recensioni e commenti positivi, quasi elegiaci. Ne trovate a bizzeffe. Ne cito solo alcuni italiani, ma anche quelli internazionali non variano molto. Su Linkiesta, Enrico Pedemonte afferma, con solo il velo di cautela del riferimento a terzi, “nel libro Why Nations Fail, che molti considerano già una pietra miliare nella storia dell’economia politica” e finisce per accreditarne la tesi applicandola alla triste realtà italica. Sempre su Linkiesta, Giampaolo Musimeci definisce “da manuale” il caso del Congo più volte citato nel saggio. Ne trovate molte altre, non solo su Linkiesta, naturalmente, per lo più di scarso o nessun interesse.
Francis Fukuyama ne evidenzia qualche limite concettuale, timidamente, ma che già dovrebbe instillare qualche dubbio.
Più approfonditamente, ma di nuovo con toni tra l’apologetico e l’autoreferenziale, ci si mettono anche Michele Boldrin e soci a incensare questo saggio. La cosa non sorprende più di tanto, conoscendo la marcata caratterizzazione politica di Boldrin.
E così via, non sto a tediarvi con un elenco di recensioni. Direi che il messaggio è chiaro: molte sirene vocianti hanno salutato questo libro con entusiasmo. Buon per loro.

Io la penso diversamente.
Il testo nella sua versione digitale (saggiamente ho optato per quella, scontata) conta 454 pagine, di queste io ne ho lette circa 220, poi l’ho chiuso pensando che duecento e passa pagine di banalità e travisamenti spacciati per analisi intelligenti erano più che sufficienti considerando che la vita è breve e ci sono molti libri interessanti là fuori, fa caldo, l’argomento è trito e ritrito, gli economisti riescono a essere particolarmente fastidiosi quando spargono fesserie ammantate della veste di finta scienza, finta oggettività e finta profondità di analisi. Infine, quando oltre alle banalità manca pure un piccolo sforzo di immaginazione per almeno cercare di renderle originali, allora, mi spiace dirlo, ma neppure troppo, duecento e rotte pagine su quattrocentocinquanta, per me, sono già un tentativo più che onesto di ascoltare cos’hanno da dire due economisti.

Quindi, chiunque non si troverà d’accordo con me può facilmente contestarmi il fatto che mi sono perso la parte più rilevante e quindi dovrei terminare la lettura prima di formulare un giudizio. Benissimo, ma francamente non me ne importa un tubo. Se metà libro mi fa venire il latte alle ginocchia, per me siamo a posto così. Grazie e arrivederci, Acemoglu e Robinson.

Qualcuno poi potrebbe contestarmi un’eccessiva arroganza. Ma come? Uno è docente al MIT e l’altro a Harvard e tu li tratti come due fessi? No, non li tratto come due fessi, li tratto come due impostori, è diverso, come lo sono, a mio parere, molti saggisti anche ultratitolati. Volete che vi ricordi il caso di Niall Ferguson, storico superstar di Harvard e uno dei peggiori ciarlatani in circolazione?
Mi spiace, ma le credenziali accademiche in questo caso non garantiscono nulla.

Questi due, Acemoglu e Robinson, si inseriscono alla perfezione nel solco tracciato da Ferguson, che io definirei quello dei Saggisti Economico-Politici Liberisti 2.0. Che è 2.0? Iniziamo dal 1.0, ovvero la scuola classica dei saggisti economico-politici liberisti che indubbiamente ha avuto dei cavalli di razza tra le sue fila. Spargevano cialtronerie, ma con stile, sapienza, complessità di argomentazioni. Erano tragicamente ideologizzati, ma vero è che anche i loro avversari intellettuali lo erano. Dimostrare la loro fondamentale insipienza e grottesca malafede o ignoranza comportava uno sforzo di analisi e di dialettica rilevante.

L’epoca odiarna è cambiata, è 2.0 per l’appunto dove il 2.0 segue una regola aurea: l’ideologia non serve più, basta semplificare, iperultrasemplificare ogni analisi, renderla uno slogan comprensibile a qualunque ingenuo che ormai non regge la lettura di tre pagine consecutive e soprattutto reinventare e rivendere le solite quattro banalità già esposte da decine di altri nei decenni precedenti cambiando loro nome, così sembrano nuove. E i Commentatori 2.0 ti seguiranno. Nessuno dirà ‘Ma sono sempre le solite quattro cazzate ormai digerite, vomitate rimasticate ed espulse!’, no di certo, anzi, diranno ‘Un’interessante analisi! Una prospettiva nuova! Una categorizzazione illuminante!’.

Ridicoli. Non c’è altro aggettivo da usare.
Come ridicole sono le prime 200 e rotte pagine di questo saggio.
Ridicole per il livello di banalità e mediocrità che raggiungono. Quasi inverosimile che ancora ci si ritrovi a discutere di teorie tanto elementari come quelle esposte dai due ineffabili autori. Ma ancora più inverosimile che fior di analisti e commentatori, con una certa rispettabilità e autorità, si atteggino con l’espressione più seria, impostino la voce sui toni bassi e declamino, senza vergogna alcuna, le lodi a tale abisso di banalità e mediocrità.
Ma ci sono o ci fanno? viene da domandarsi e in entrambi i casi la risposta non è confortante.
L’irrilevante declino del commentatore critico sostituito da cheerleader sgambettanti.

Vi riassumo in breve la mediocrità di questo libro; non chiedetemi completezza e profondità di esposizione perché non ne ho nessuna voglia di perdere tempo innervosendomi ancora; vi rimando alla lettura del saggio se volete toccare con mano e farvi un’opinione.

I due ineffabili, senza neanche tentennare in un momento di sano dubbio, partono a spron battuto nel cercare di proporre la solita, noiosa, patetica Grande Teoria che spiega tutto.
La prima cosa che fanno è di dismettere in due e due quattro tutte le precedenti analisi riguardanti alcuni dei fattori che influenzano il destino economico delle nazioni in un capitolo sobriamente intitolato Teorie che non funzionano, il che anche solo semanticamente è un’idiozia da tecnocrati deterministi. Le teorie velocemente cestinate hanno discusso l’influsso dei fattori geografici (Diamond in particolare lo ha fatto) e culturali (senza riferimenti), dell’ignoranza più o meno ampia dei governanti  in materia economica (di nuovo senza riferimenti e non ben chiaramente distinta dalla precedente analisi dei fattori culturali). Fine. Questa è l’analisi sbrigativa di alcune, pochissime e non troppo rilevanti, analisi esistenti definite dai due fantomatici come “teorie che non funzionano”.

Già qui ho dovuto fare uno sforzo per proseguire vista l’evidente cialtroneria del testo.
Ovviamente nulla viene detto delle molte analisi approfondite che sono state pubblicate nel corso dei decenni. Ma anche questo è uno stratagemma tipico di questi buffoni neoliberisti alla Ferguson; basta non citare le analisi serie e fingere che le uniche cose dette siano delle banalità tanto quanto quelle che loro propagandano.

Altro stratagemma tipico, procedere per aneddoti apparentemente curiosi, piccoli casi di studio esotici o esoterici che, come fanno gli illusionisti da baraccone, attirano l’attenzione degli spettatori con una buffonata da una parte mentre dall’altra, maldestramente, rimestano nel cilindro o sotto la palandrana per eseguire il loro triste trucchetto. Questi fanno la stessa cosa, procedendo di banalità in banalità, di storie trite in storie trite.
E allora via con la cittadina di Nogales, metà negli USA e metà in Messico, metà con gli standard di vita americani e metà con quelli messicani. Eh bé, sono uguali le due metà per geografia, cultura e conoscenza, quindi, tutte le ipotesi precedenti sono spazzatura e rimane in piedi solo la loro, ovvero che tutto dipende dalle istituzioni politiche e dal regime economico. Ovvio no? La storia economica del mondo si spiega semplicemente guardando da 5000 miglia di distanza la cittadina cenciosa di Nogales.

Trucco da baraccone classico: pesca un esempio che ti fa comodo e rendilo una legge universale. Quando lo fanno gli avventori del Bar Sport commentiamo dicendo che sono un branco di idioti, quando lo fanno i due imbonitori MITharvardiani diciamo che l’esempio è illuminante.

Certo non basta Nogales. E allora procediamo con gli USA Vs. l’America Latina, il Cile Vs. la Bolivia, l’Inghilterra Vs. il Congo, la Cina Vs. L’Europa, il Nord Corea Vs. il Sud Corea, di nuovo le colonie britanniche Vs. le colonie spagnole, L’Unione Sovietica Vs. gli USA, la tribù del cazzo di raccoglitori-cacciatori del Botswana Vs. la tribù del cazzo vicina, sempre in Botswana, con una protoeconomia di mercato.

Banalità a tonnellate, a container, roba già scritta cento volte, confutata mille volte e totalmente inutile per qualsiasi spiegazione che non sia solo un trucco per giustificare la solita posizione ideologica USA-centrica e neoliberista. Tutto qui, questa miseria culturale esposta con una protervia e un tono categorico degno di una di quelle riviste pseudoscientifiche che sostengono di aver scoperto, ogni settimana, la spiegazione a un nuovo mistero dell’universo.

Poi arriviamo finalmente alla Grande Teoria del duo di ballisti. Tutti i destini economici del mondo, dalla comparsa dell’homo sapiens in avanti, si spiega con una categoria: istituzioni politiche inclusive ed estrattive.
Ooooh! Aaaaah! Uuuuuh!
IN-CLU-SI-VE ES-TRAT-TI-VE, me coijoni, direbbe un mio amico saggio.

Cioè? chiederebbe invece uno curioso.
Cioè, la solita storia: istituzioni politiche inclusive sono quelle non dominate da una oligarchia avida e autoreferenziale come le monarchie, dittature, regimi oppressivi, predoni, mafie, feudalesimi, etc. ma aperte a una compartecipazione in varia misura rappresentativa, con pesi e contrappesi e la struttura, anche solo proteiforme, di un moderno stato nazionale occidentale. Le istituzioni politiche estrattive sono invece quelle che ‘estraggono’ ricchezza dalla propria popolazione, come appunto le monarchie, dittature, regimi oppressivi, predoni, mafie, feudalesimi, etc.
Detto in altre parole; i moderni stati nazionali Vs. i regimi, il capitalismo Vs. le dittature, le economie di mercato Vs. le economie pianificate, le istituzioni angloamericane Vs. tutti gli altri.

Davvero, senza polemica o inutile sprezzo, è INVEROSIMILE che nel 2013 si stia ancora a discutere di questo, che qualcuno che si spaccia per esperto di economia politica ci illumini sui difetti dell’economia pianificata sovietica rispetto i vantaggi dell’economia di mercato.
È INCONCEPIBILE che qualcuno voglia dimostrare la sua grande teoria confrontando la storia dell’Inghilterra nel Settecento e Ottocento con quella del Congo. Del Congo!!!
Sembra uno scherzo se invece non fosse tutto tragicamente serissimo.

Con un candore che sembra quello di una inquilina di un bordello che si dichiara vergine, i due fanfaroni si chiedono com’è che l’Africa non è diventata ricca come gli Stati Uniti. Mah, chissà, aspettavamo proprio voi due per farci spiegare che tutta la colpa è delle istituzioni politiche estrattive degli stati africani. Cioè, l’Africa è povera solo per colpa sua e dei suoi governanti.
Chiaro no? Vi sentite illuminati dai due ciarlatani?

Oppure: com’è che l’America Latina non è diventata ricca come l’America del Nord? Perché di sotto c’erano gli spagnoli e di sopra gli inglesi, estrattivi Vs. inclusivi.
E così via, di banalità in banalità.

Mai viene posto il semplice dubbio che i grandi inclusivi americani in casa loro sono stati tra i peggiori estrattivi in casa di altri. Le repubbliche bananiere istituite dalla United Fruit Company non esistono, la CIA non esiste, i colpi di stato non esistono, la storia del America del Sud è spazzata via con un colpo di gomma e al suo posto rimane lo slogan imbecille Inclusivi Vs. Estrattivi.
Anche Ferguson nel suo schifoso libro fa la stessa cosa.
Questi sono come i negazionisti neonazisti, uguali, tutto viene detto per rimuovere verità storiche e sostituirle con le loro fesserie ideologiche.

Ma ancora peggio, dal punto di vista metodologico, facendo uno sforzo per prenderli seriamente, è l’assoluta, totale, drammatica assenza di un livello di analisi che consideri, anche solo debolmente, le interazioni tra economie, le dinamiche storiche, in altre parole gli effetti che si sviluppano in sistemi socioeconomici complessi, ancora in altre parole il concetto stesso di geopolitica.
Non esiste niente del genere.
Ogni caso è considerato isolatamente, come un esperimento sociale di laboratorio; si isola il soggetto, anzi il topo di laboratorio, dal contesto e si osserva cosa succede.
Pura idiozia!
Pura malafede!
Pura impostura!
Pura propaganda da tecnocrati della destra più ignorante e ideologizzata. Il peggio della cricca che si annida al MIT e a Harvard.

Potrei andare avanti, come ad esempio analizzando la pietosa ricostruzione della “Rivoluzione Industriale” inglese, quando qualunque storico decente ha già, da decenni, smontato l’esistenza di una “Rivoluzione Industriale” visto che ne sono avvenute almeno tre, in contesti storici e socioeconomici differenti.
Potrei commentare sull’ottuso positivismo che li spinge a ricondurre tutta la crescita economica e ricchezza delle nazioni al progresso tecnologico e alla fantomatica “innovazione”, mai definita nel senso e nel significato dai due autorucoli.
Potrei commentare sulla ridicola ricostruzione storica dei destini di Spagna e Inghilterra, ignorando la realtà storica stranota che i proventi della spoliazione delle colonie spagnole in Sudamerica, l’oro e l’argento depredato giunse in Spagna e da lì in larghissima parte immediatamente girato ai banchieri e mercanti inglesi e olandesi che avevano finanziato le spedizioni. Il rimanente venne sperperato dalla antiquata corona spagnola, “estrattiva”, direbbero i due.
Potrei leggervi passi specifici, fesserie specifiche, banalità specifiche, ma non ne vale la pena.

Questo saggio, per conto mio, è pura spazzatura, neanche da provare a paragonare a testi solidi e significativi come possono essere quelli classici di David S. Landes – La ricchezza e la povertà delle nazioni, Kevin Phillips – Ricchezza e democrazia o Paul Kennedy – Ascesa e declino delle grandi potenze, solo per citare quelli che conosco direttamente.

Pessimo e strapessimo.

Mi spiace per Il Saggiatore che è un editore di qualità e ha un buon catalogo, ma ancora di più mi spiace per tutti noi, considerati come un branco di bovini ai quali si può rifilare qualunque banalità e mediocrità da degli impostori titolati e ideologizzati che non si rassegnano a lasciar morire le fesserie che vendono, incartano di nuovo e rivendono da decenni.
E mi spiace anche che un pessimo libro come questo venga letto da molti italiani come la conferma di quel che in tanti spesso diciamo, esasperati e delusi: che il declino e la crisi nostrana sia da imputare interamente alle istituzioni corrotte, avide, autoreferenziali, “estrattive” quindi.
Al Bar Sport sanno fare di meglio di Acemoglu e Robinson.

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Questa voce è stata pubblicata il 25 luglio 2013 da in Acemoglu, Daron, Autori, Editori, Mondadori, Robinson, James con tag , , .

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