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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Il secondo libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa

Il secondo libro dell'inquietudine - Pessoa

IL SECONDO LIBRO DELL’INQUIETUDINE
Fernando Pessoa
Traduzione di R. Francavilla

Feltrinelli 2013 

Delusione. Amarissima delusione.
Ma vado con ordine e inizio dall’inizio.

Per me Il libro dell’inquietudine di Pessoa, il primo, sempre di Feltrinelli, curato da Antonio Tabucchi e Maria José de Lancastre, è stato un libro importante, un libro di quelli ai quali si tiene attaccato il cuore e il ricordo di una lettura che parlava con una voce che sembrava amica, e questo nonostante sia cupo, sia desolato, sia Bernardo Soares, l’eteronimo di Pessoa, piccolo contabile, solitario e scavato, che traccia, frammento dopo frammento, il suo percorso decadente e apatico.

Il libro dell'inquietudineIo me lo ricordo come una voce calda, invece, e per me lo è stata. Era il 1994, ero in Francia, per il primo mio soggiorno lungo alcuni mesi fuori dall’Italia, lontano da Bologna, dalla mia quotidianità, da Fulvia, che allora era la mia vita, lontano, un po’ spaesato in quella stanzetta minuscola della periferia di Bordeaux, senza bagno, con una finestra dalla quale vedevo le auto con i fari gialli e pensavo alle parole e alla mia tesi di laurea.

Il libro dell’inquietudine è il libro che mi ha accompagnato, e nonostante qualcuno, un critico, uno di quei critici tronfi e patetici, lo avesse definito il “libro del suicidio”, e raramente ho sentito un’idiozia tanto untuosa come quella, di quelle idiozie grasse che riempiono la bocca a chi le pronuncia e con la loro bocca piena poi se ne vanno in giro grassi e soddisfatti e quando incontrano altri tronfi che vorrebbero essere pure loro grassi e soddisfatti, allora gliene versano un po’ da bocca a bocca, così si sparge l’idiozia grassa e compare una marmaglia di tronfi grassi che ripetono soddisfatti l’idiozia, ecco quindi che nonostante questo, per me, ma credo non solo per me, anzi, credo per parecchi, in realtà è stato un libro fraterno e commovente, ma non desolante o deprimente. Nient’affatto.

Ad esempio, apro a caso da Il libro dell’inquietudine e leggo:

104
(146)

Mi sembra una sorta di mancanza di igiene, questa inerte permanenza della mia vita uguale e identica nella quale giaccio, rimasta come polvere o sporcizia sulla superficie del non cambiare mai.
Cosí come laviamo il nostro corpo dovremmo lavare il destino, cambiare vita come cambiamo biancheria: non per provvedere al sostentamento della nostra vita, come col cibo e col sonno, ma per quell’estraneo rispetto per noi stessi che giustamente si chiama pulizia.
C’è gente per la quale la mancanza di pulizia non è una disposizione della volontà ma un’alzata di spalle dell’intelligenza. E ci sono anche persone per le quali lo squallore e l’uniformità della vita non sono una forma di volontà o un naturale adeguamento a ciò che non volevano, ma una cancellazione della comprensione di se stessi, un’ironia automatica della conoscenza.
Ci sono persone sporche che detestano la loro sporcizia ma non se ne allontanano per quell’attrazione dell’abisso grazie al quale chi è terrorizzato non si allontana dal pericolo. Esistono persone sporche di destino, come me, che non si allontanano dalla trivialità quotidiana per il medesimo fascino che provavano per la propria impotenza. Sono uccelli ammaliati dall’assenza di un serpente; mosche che volano cieche sui rami fino ad arrivare alla portata della lingua vischiosa del camaleonte.
Cosí porto a spasso la mia consapevole inconsapevolezza sul mio ramo d’albero dell’abitudine. Cosí porto a spasso il mio destino senza che io proceda. E niente salva dalla monotonia, se non questi brevi commenti che tesso intorno a lei. Mi basta che la mia cella abbia delle vetrate dietro le grate, e scrivo sui vetri, sulla polvere del necessario, il mio nome in lettere maiuscole, la firma quotidiana del mio contratto con la morte.
Con la morte? No, nemmeno, con la morte. Chi vive come me non muore: finisce, appassisce, cessa di vegetare. Il luogo dove egli fu resta senza che egli vi sia, la strada dove camminò resta senza che egli vi sia stato, la casa dove abitò è occupata non da lui. È tutto e lo chiamiamo nulla, ma questa tragedia della negazione non può essere recitata neppure tra gli applausi, perché non sappiamo di sicuro se essa è nulla, noi, vegetali della verità come della vita, polvere depositata sull’esterno e sull’interno dei vetri, nipoti del Destino e figliastri di Dio che sposò la Notte Eterna quando essa restò vedova del Caos che ci ha creati.

Giuro che ho aperto a caso e ho letto, non sto barando, e scelta migliore non potevo fare visto che oggi ho avuto una gran brutta giornata e Pessoa cosí mi tira su di morale. Per chi di voi, se c’è, è curioso di sapere che giorno è oggi, magari perché fa le cose astrologiche o ravana nelle tazzine di caffé o altre stregonerie che non conosco, oggi è mercoledí 22 maggio 2013, sono le 22 e 13 e io sono nato il giorno di Natale verso le 14:00. Ecco, cosí avete tutti gli elementi per le vostre stregonaggini.

Torniamo a Pessoa. Apro a caso Il libro dell’inquietudine e leggo il frammento che vi ho scritto e cosa penso? Cosa sento? Sento una voce o vedo solo delle parole stampate su una carta ingiallita? Io sento un ritmo, una voce, non mi trascina, ma tocca delle corde che producono una vibrazione. «Pulizia», dice pulizia, è anti-retorico e a me piace moltissimo l’anti-retorica, anche a costo del cinismo, l’anti-retorica è pulita; ora qualcuno magari dirà «Proprio tu che sei spesso retorico lo dici?», e se qualcuno lo dice io non so se sia vero, ma facciamo che lo sia, E vabbé allora? A me se è per questo piace anche l’incoerenza, e quindi la faccenda è chiusa.
Poi dice «sporche di destino» e anche «vegetali della verità» che sono immagini piene di suono secondo me; c’è poesia in quel frammento, per me c’è tanta poesia in quella visione cupa e in quelle parole magari un po’ lamentose o sconfortate o tragiche e pure anche un po’ manieriste. È manierista, d’accordo, ma c’è poesia, o almeno, io la sento ed è quella che mi teneva caldo.

Ora, in questi giorni, di questa settimana, ho letto Il secondo libro dell’inquietudine, che è sempre tratto dagli stessi frammenti, note a margine, scritti precari che costituiscono il lascito di Pessoa e dai quali fu redatto Il libro dell’inquietudine, il primo, e adesso questo secondo che si rifà a un’edizione portoghese.

L’ho letto e mi ha deluso, sono affranto per esserne deluso, sono profondamente deluso, per tutto quello che vi ho spiegato, e quasi sono più deluso da me stesso che dal libro, come se fossi un traditore, nel senso che non lo so, non so da dove venga questa delusione; non so se sia una delusione per quello che ho letto, che non mi è piaciuto, anzi peggio, mi ha annoiato, mi ha mortalmente annoiato, per cui quasi quasi ripescherei il giudizio cretino di quel critico per dire che questo è sì un po’ un “libro del suicidio” ma suicidio per noia

(dammelo, dammelo dammelo! è mio, mio, mio! io voglio, io, io, io!)

oppure se questi vent’anni non mi abbiano cambiato al punto da non riuscire più a sentire la voce di Pessoa, come sentivo in quella stanzetta di Bordeaux e che ho portato sempre con me, fino a qualche settimana fa quando ho saputo di questa pubblicazione e mi sono precipitato ad acquistarla.
Uno se le fa queste domande, Sono cambiato, questo è certo, ma quanto? e come?

(dammelo, dammelo dammelo! è mio, mio, mio! io voglio, io, io, io!) 
– Nepote falla finita! Maledetto seccatore! 
(dammelo, dammelo dammelo! è mio, mio, mio! io voglio, io, io, io!) 
– No! Te l’ho già detto, questo no, questo lo tengo io, vattene! Lasciami in pace! No, Pessoa non te lo do a te. Fai silenzio che sto scrivendo! Ti spiaccico se non la pianti!
(dammelo, dammelo damm…) 
– Ecco che si è sporcato un’altra volta il muro… mannaggia a te Nepote.

Dicevo, quanto? come? Ve lo siete chiesti anche voi, e come vi siete risposti? Con un’altra domanda? Ad esempio, sono cambiato così tanto da non riuscire più a sentire la voce di Pessoa? Oppure mi ero illuso allora e quello che sentivo non era poesia, ma solo un’eco dei miei pensieri e ho travisato la lettura? Oppure, semplicemente ma inspiegabilmente, Il libro dell’inquietudine è ancora stupendo e Il secondo libro dell’inquietudine è noioso come una litania delle prefiche?

Apro a caso da Il secondo libro dell’inquietudine e leggo.

32 (73)

Quando giungiamo all’alto eremo dei monti naturali proviamo la sensazione del privilegio. Siamo più alti, per l’intera nostra statura, della cima dei monti. Il punto più alto della Natura, perlomeno in quel luogo, rimane al di sotto delle nostre suole. Siamo, per posizione, re del mondo visibile. Attorno a noi tutto è più basso: la vita è un pendio che scende, una pianura che si estende al cospetto dell’elevazione e della vetta che siamo. […]

ancora leggo:

109 (226)

Con che lussuria *** trascendente io, a volte, passeggiando di sera per le vie della città e fissando, da dentro l’anima, le linee dei palazzi, le differenze fra costruzioni, i dettagli delle loro architetture, la luce in alcune finestre, i vasi con le piante che creano irregolarità nei davanzali – contemplando tutto ciò, dicevo, con che godimento di intuito mi saliva alle labbra della coscienza questo grido di redenzione: ma nulla di tutto ciò è reale!

e ancora una volta:

48 (104)

Nessuna idea brillante riesce a entrare in circolo se non aggregando in sé qualche elemento di stupidità. Il pensiero collettivo è stupido perché è collettivo: nulla oltrepassa e barriere del collettivo senza lasciare in esse, reale come acqua, la maggior parte dell’intelligenza che porta con sé.
In gioventù siamo in due: c’è in noi la coesistenza della nostra intelligenza, che può essere grande, e della stupidità della nostra inesperienza, che forma una seconda intelligenza inferiore. Soltanto quando arriviamo all’altra età, in noi avviene l’unificazione. […]

Io non sento la voce di Pessoa in queste pagine, non sento nulla, poesia, colore, calore, buio, tragedia, inquietudine, niente, solo delle specie di aforismi o prediche o litanie, ripetitive, banali, mediocri, romanticheggianti, sentimentalistiche, manieriste e conformiste. Non sento altro, né voce, né musica, né tanto meno poesia. Non c’è nulla di quel ricordo de Il libro dell’inquietudine, come se vent’anni mi avessero calcinato la capacità di sentire, oppure, come se questo non fosse il libro che sarebbe dovuto essere, come se i due libri dell’inquietudine, che sembrano simili, in realtà non potessero differire di più, oppure non lo so, fatto sta che sono 184 pagine che vado avanti in questo modo e ne mancano ancora un centinaio, perché sì, non l’ho finito, non ve l’avevo detto, non l’ho finito ed è la prima volta che scrivo un commento senza aver finito un libro, letto pagina per pagina, parola per parola, ma questa volta mi fermo qui, a pagina 184 mi fermo e non prolungo il tedio, che è un tedio carico di amarezza per lo più e di inquietudine anche, paradossalmente, certo.

Non me l’aspettavo, ed è una grande delusione.

(mio?) 
– Sì Nepote, adesso è tuo, io ho finito.

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Questa voce è stata pubblicata il 25 maggio 2013 da in Autori, Editori, Feltrinelli, Pessoa, Fernando con tag , , , , .

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