2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

L’invenzione di Morel – Adolfo Bioy Casares

Invenzione di morel

L’INVENZIONE DI MOREL
Adolfo Bioy Casares
Traduzione di L. Bacchi Wilcock

Bompiani  2000

Romanzo breve di Adolfo Bioy Casares e probabilmente la perla più preziosa tra i suoi tanti racconti e romanzi. Qui c’è tutto il talento dell’allievo di Borges diventato poi maestro: la concisione vorticosa dello scritto breve — fenomenale infatti Bioy Casares nei racconti — l’inverosimile fantastico, l’ambiguità aleggiante come un profumo pesante,  l’introspezione incredula, il cauto sogghignare di sottofondo dell’autore, il cambio di prospettiva che lascia spiazzati, come se ci si accorgesse di essere sempre stati vittima di un gioco di specchi. Bioy Casares è fantasia lasciata correre lontano, sempre tenuta con briglie ferme, mai un eccesso di slancio, mai una caduta nel banale, costruita con la cura del grande architetto di storie che aggiunge meticoloso e metodico un pezzo alla volta alla costruzione strabordante che viola ogni legge della fisica, ma non della logica.

Forse a qualcuno sembrerà un paragone sghembo, ma il libro che io trovo più vicino e che più mi ha ricordato L’invenzione di Morel è Solaris, capolavoro di Stanislaw Lem; opere entrambe scritte da autori affascinati dal fantastico e dal grottesco, entrambi misuratissimi nella prosa, fanaticamente in perenne controllo di ogni sfumatura del testo, in entrambi si avverte la presa salda dell’autore sul ritmo tenuto sempre a freno e sul racconto, cesellato minutamente pagina dopo pagina, in entrambi l’incredibile della storia e dell’ambientazione scivola sempre più nell’inquietudine via via che scorrono le pagine per svoltare nel finale rivelando l’immagine riflessa del narratore protagonista. Entrambi seguono una parabola che sale vertiginosamente fino a perdersi nell’aria rarefatta per poi rientrare improvvisamente su se stessa e, dal dispiegarsi incredibile dei fatti, rivelare l’abbaglio che ha sempre riempito lo sguardo.

Con le parole di Borges dal prologo:

Basterà dichiarare che Bioy rinnova letterariamente un’idea che Sant’Agostino e Origene confutarono, che Louis Auguste Blanqui ragionò e che Dante Gabriele Rossetti disse con musica memorabile:

I have been here before,
But when or how I cannot tell:
I know the grass beyond the door,
The sweet keen smell,
The sighing sound, the lights around the shore…

(Sono già stato qui,
Ma quando o come non so dire:
Conosco quell’erba davanti alla porta,
Quel dolce intenso odore,
Quel rumore sospirante, quelle luci attorno alla costa…)

L’invenzione di Morel si svolge su un’isola enigmatica, seguendo uno svolgimento allucinatorio che sfiora la fantascienza per poi tornare nel fantastico, e sempre attraversato sottotraccia da una vena ironica, quasi canzonatoria, nei confronti del lettore. È chiaro che ciò che si vede non è reale, ma non soltanto non è reale perché fantastico, è fantastico ed è una finzione, un’auto-inganno; lo si legge sapendo di osservare un miraggio, una pozza d’acqua che in realtà è solo l’illusione ottica provocata dall’aria surriscaldata, con la differenza che ne L’invenzione di Morel non si conosce la spiegazione del miraggio e non si distingue ciò che è miraggio da ciò che è storia fantastica.
Bioy Casares tiene il lettore sospeso su un filo da trapezista, il lettore cade, un po’ a destra , un po’ a sinistra, gli cedono le ginocchia e sta per precipitare, ma interviene lui a sollevarlo, a riportarlo sul filo, instabile, confuso, incapace di capire se l’illusione sia il filo oppure il baratro sotto i suoi piedi oppure egli stesso, immerso in un sogno inconsapevole.

Per gran parte dell’opera non si comprende chi sia il Morel del titolo, poi non si capisce di quale invenzione si tratti, infine diventa chiaro, ci viene spiegato; «Ecco, questa è l’invenzione di Morel» viene detto all’incirca così, diventa chiaro, ci si guarda intorno: tutti i frammenti sono infine accostati ordinatamente, la luce finalmente non abbaglia ma rischiara, ecco… finalmente la vediamo la grande invenzione, siamo in trappola all’interno dell’invenzione di Morel e non c’è modo di uscirne.

Piccolo grande libro da leggere più di una volta. Slacciate le cinture e catapultatevi nell’isola del mistero.

Oggi, in quest’isola, è accaduto un miracolo. L’estate è cominciata in anticipo. Ho messo il letto vicino alla piscina e ho fatto il bagno fino a tarda ora. Era impossibile dormire. Bastava restare fuori dalla piscina due o tre minuti perché l’acqua che doveva proteggermi dalla spaventosa calma si convertisse in sudore. All’alba mi svegliò un fonografo. Non potevo tornare al museo a prendere le mie cose. Fuggii per i dirupi. Ora sono nei bassi paludosi a sud dell’isola, tra le piante acquatiche, indignato con le zanzare, immerso in ruscelli sporchi o nel mare fino alla cintura, e mi accorgo di avere anticipato assurdamente la mia fuga. Può darsi che quella gente non mi stia cercando; forse non mi hanno visto. Ma mi abbandono ormai al mio destino: sono sprovvisto di ogni cosa, confinato nell’angolo più povero dell’isola, tra pantani che il mare sopprime una volta alla settimana.
Scrivo per lasciare una testimonianza di questo miracolo ostile.

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Questa voce è stata pubblicata il 4 maggio 2013 da in Autori, Bioy Casares, Adolfo, Bompiani, Editori con tag , , , .

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