2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Stella distante – Roberto Bolaño

stella distanteSTELLA DISTANTE
Roberto Bolaño
Traduzione di B. Bertoni

Adelphi 2013

stelladistanteEsce in nuova traduzione per Adelphi Stella distante di Roberto Bolaño, anche se io lo leggo nella vecchia edizione Sellerio che avevo comprato tempo addietro.
Come mi succede spesso, il ritorno a Bolaño, periodico, passa qualche mese e ritorno al piccolo cileno dalla grande penna.

Questo di Stella distante è un Bolaño minore, il Bolaño che precede le grandi storie e i grandi romanzi, I detective selvaggi, 2666, ma precedente anche le piccole-grandi meraviglie come Notturno cileno.
È il Bolaño dell’ossessione catalogatrice di una letteratura immaginaria, quello de La letteratura nazista in America, di cui molto si ritrova anche in questo Stella distante. È il Bolaño che mescola le vicende tragiche del Cile e della sua biografia raminga con le storie galoppanti sulla poesia, quello che sembra voler legare con nodi strettissimi la Storia con le storie, l’autore che si sdoppia nella narrazione di un passato e nella fuga nell’immaginario, violenza e poesia, uno e l’altro legati indissolubilmente, tanto che in molti si sono chiesti quale fosse dei due a trasportare l’altro, la Storia o le storie, la violenza o la poesia.

Di questo bisogna parlare quando si commenta il Bolaño minore, perchè fuori dai capolavori, fuori anche dalle meraviglie della musica fatta di parole, fuori anche dai salotti letterari che bolañamente si autoconsolano, Roberto Bolaño ha continuato a lasciare libera la sua mano e il suo sterminato talento letterario per ritornare sempre allo stesso punto, il Male e la Poesia, il Male con la Poesia, il Male in Poesia; gli aguzzini poeti, le vittime anch’esse poeti, la poesia che attraversava il Sudamerica grondante sangue, la poesia che declamavano massacratori e massacrati, la poesia come resistenza e la poesia come afflato leggero che guidava il coltello che scannava o la pistola che sfracellava corpi. L’orrore della Poesia. Di questo bisogna parlare, non c’è metafora, non ci sono costruzioni retoriche, Bolaño ha messo la sua penna al servizio del male e della poesia quando non ha avuto l’ispirazione sublime, come in questo Stella distante.

Cos’è, in fondo, questo libro? Arte? Storia? È un piccolo libro, tutto avvinghiato attorno alla figura diabolica di Carlos Weider, personaggio dai contorni sfumati, poeta surrealista, avanguardista, sublime folle che scrive versi in cielo, appena sotto le nuvole col suo aeroplanino. Ma anche un sanguinario sgozzatore, un assassino gelido, una belva con le mani grondanti sangue e budella. Un militare. Un maiale. Un uomo dello stato, di quello stato che quando la democrazia in Cile è stata soppressa si è incarnato nelle bestie in divisa che hanno compiuto la strage.
Poeta o belva? Entrambi. Carlos Weider è un simbolo della letteratura di Bolaño scrittore per forza, arrancante nel suo esilio miserabile, privo di ispirazione, ma caparbio nel raccontare a modo suo, con quella sua capacità straordinaria di dipanare una storia, il rapporto carnale tra Male e Poesia, incestuoso, perverso, che si distilla in Carlos Weider, il personaggio sublime e sfuggente, ectoplasma e massacratore.

Non fatevi ingannare. Non si scinde la stretta tra Male e Poesia. Bolaño è amorale o forse soltanto rassegnato. La storia non si dipana, la storia non si dipana mai in realtà, a volerla raccontare fino in fondo. Le persone muoiono o scompaiono. Anche le persone diaboliche come Carlos Weider, alla fine, anche se sono passati molti anni, anche quando ormai sono anche’essi frammenti che galleggiano dopo il grande naufragio, si dissolvono, come si dissolsero le sue vittime. Il Male e la Poesia restano avvinghiati, invece, nessuno sa il perchè. Non lo sa Bolaño e ancor meno lo sanno critici, recensori e commentatori assortiti. Non leggete Bolaño solo perché è famoso. Leggetelo se potete vedere il Male nella Poesia.

Lo trovai invecchiato. Sicuramente quanto lo ero io. Lui era invecchiato molto di più. Era più grasso, più rugoso, dimostrava almeno dieci anni più di me, quando in realtà era più vecchio solo di due o tre. Guardava il mare e fumava e a tratti posava lo sguardo sul suo libro. Proprio come me, scoprii allarmato e spensi la sigaretta e cercai di fondermi tra le pagine del mio libro. Le parole di Bruno Schultz acquistarono per un momento una dimensione mostruosa, quasi insopportabile. Sentii che gli spenti occhi di Weider mi stavano scrutando e al contempo, sulle pagine che voltavo (forse troppo in fretta), gli scarafaggi che prima erano le lettere si trasformarono in occhi, negli occhi di Bruno Schultz, e si aprivano e si chiudevano di continuo, certi occhi chiari come il cielo, scintillanti come il dorso del mare, che si aprivano e si socchiudevano, di continuo, in mezzo al buio totale. No, totale no, in mezzo a un buio lattiginoso, come dentro a una nuvola nera.
Quando guardai di nuovo Carlos Weider questi si era girato di profilo. Pensai che sembrava un duro, come possono esserlo solo – e solo dopo i quaranta –  certi latinoamericano. Una durezza così diversa da quella degli europei e dei nordamericani. Una durezza triste e irrimediabile. Ma Weider (il Weider che almeno una delle sorelle Garmendia aveva amato) non sembrava triste e proprio da questo dipendeva la tristezza infinita. Sembrava adulto. Ma non era adulto, lo capii immediatamente. Sembrava padrone di se stesso. E a modo suo e all’interno della sua legge, qualunque fosse, era più padrone di se stesso di tutti noi che eravamo seduti in quel bar silenzioso. Era più padrone di se stesso di molti fra quanti camminavano in quel momento accanto alla spiaggia o lavoravano, invisibili, per organizzare l’incipiente stagione turistica. Era duro e non possedeva nulla oppure possedeva pochissimo e non sembrava importargliene molto. Sembrava che stesse passando un brutto momento. Aveva la faccia di quei tipi che sanno aspettare senza perdere il controllo dei nervi e senza mettersi a sognare, involgariti. Non sembrava un poeta. Non sembrava un ex ufficiale delle Forze Aeree Cilene. Non sembrava un assassino leggendario. Non sembrava lo stesso che era volato fino in Antartide solo per scrivere poesie nell’aria. Neanche lontanamente.
(il brano è tratto dalla traduzione di Angelo Morino per Sellerio)

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Questa voce è stata pubblicata il 16 marzo 2013 da in Adelphi, Autori, Bolaño, Roberto, Editori con tag , , .

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