2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

I mattoidi italiani – Paolo Albani

Albani-mattoidiI MATTOIDI ITALIANI
Paolo Albani
Quodlibet 2012

Paolo Albani prosegue nella sua vena catalogatoria di stramberie con questo I mattoidi italiani, sfilata di squinternati dotti pseudoscienziati e illuminati uomini di lettere, talvolta paludati con vesti accademiche.
Leggo dalla Nota metodologica chi sono esattamente codesti mattoidi:

“Per compilare la nostra raccolta, solo un piccolo campione in un mare di autori italiani eccentrici per lo più sconosciuti, abbiamo adottato la definizione di «folle letterario» data da Queneau ne Les enfants du limon (1938): «Un autore edito le cui elucubrazioni (non uso il termine in senso dispregiativo) si allontanano da tutte quelle professate dalla società in cui vive, sia da tale società nel suo insieme, sia dai diversi gruppi, benché minimi, che la compongono, elucubrazioni che non rimandano a dottrine anteriori e che non hanno avuto eco alcuna. In breve, un «folle letterario» non ha né maestri né discepoli.»
In seguito, per evitare che fossero confusi con gli alienati, ovvero con i pazzi dei manicomi, Queneau preferì chiamare questi autori «eterocliti», termine un po’ astruso che lo Zingarelli spiega con «anormali, inusitati». Lo stesso vale per i «mattoidi» di questo volume, il primo nel suo genere in Italia: nessuno di loro, ci preme sottolinearlo, ha mai varcato la porta di un manicomio (da qui la nostra preferenza per il termine «mattoide» invece di «pazzo» o «folle»), per quanto a volte certe elucubrazioni facciano pensare a soggetti completamente «fuori di testa».

Da questa nota apprendiamo almeno un paio di informazioni interessanti circa questo libro: Uno) che Raymond Queneau compilò un’opera simile in precedenza dedicata ai mattoidi francesi e belgi; Due) che questi mattoidi non sono degli squinternati patentati, dei matti del villaggio, degli idioti ciondolanti, ma quasi sempre uomini di lettere e di scienze titolati, con posizioni di prestigio e una rettitudine morale riconosciuta. Nonostante ciò, sono anch’essi degli squinternati assaliti da manie forsennate, siano esse dovute a travaglio religioso o scientista, anti-razionalista o iper-razionalista, misticheggiante o prosaico. Inevitabilmente essi, questi potenziali grandi uomini di lettere e di scienza che per loro sfortuna si sono invece rivelati dei solenni cialtroni, hanno proposto e sostenuto con forza e rigore morale e metodologico, rivoluzioni inconcepibili, spiegazioni sovrumane, sguardi nel vuoto divino di una tale lucidità da risultare accecante, e come straordinari idioti, accecati dalla loro squinternaggine, Paolo Albani li ricorda per il loro ruolo e contributo fondamentale alla comprensione, inderogabile e indiscutibile, della sovrana imbecillità umana, quand’anche rivestita di stole di ermellino o di titoli altisonanti.

La raccolta ha ovviamente uno tono umoristico esplicito; si sogghigna di questi idioti baroneschi o di questi fanatici manifesti. Tuttavia non è solo un libro umoristico. È anche uno spaccato dell’imbecillità che ci pervade e si diffonde capillarmente nella nostra società come rivoli mercuriali inarrestabili e incontrollabili. Imbecillità molto spesso scambiata per somma saggezza, apprezzata e incensata come chiarezza rivoluzionaria, sguardo penetrante e mente cristallina. I mattoidi non avranno discepoli, come dice Queneau, ma di certo, spesso, hanno seguaci, talvolta frotte di seguaci, tutti uniti nell’abbraccio caldo e confortevole dell’appartenenza ai ranghi degli imbecilli.

Ricorda, anche se per via tangenziale, per chi ha avuto modo di leggere il mio commento, il caso di Immanuel Velikowsky descritto da Michael Gordin in The pseudoscience war. Quello fu uno dei casi più spettacolari di trionfo di un mattoide fatto e finito, con seguito di bande di scervellati catastrofisti e fanatici protoreligiosi che continuano tutt’oggi a imperversare nelle viscere mollacciose della società presuntuosamente credula e arrogantemente convinta di aver trovato il senso perduto all’ombra del vessillo di un imbecille.

Infine, I mattoidi italiani è anche un libro sommamente noioso, che l’idiozia, in fondo, dopo la prima sghignazzata provoca inevitabile tedio, noia, appesantimento biliare e costipazione intestinale. Gli idioti paludati stancano dopo poco, questa è una realtà da ricordare.

Iniziamo con uno dei tanti squinternati che non si danno pace per la sconvolgente rivoluzione copernicana e le leggi della meccanica classica e quindi rosicano, rosicano, rosicano…

In vari libri, fra cui Energia universale e reazione della materia (1948), Niccolò Mancini ha sostenuto la tesi che tutti i problemi più ardui del Cosmo sono imputabili all’esistenza di una forza, una misteriosa potenza, certamente di origine divina, derivante dallo spazio e non dalla materia, che è alla base dell’energia universale. L’energia non deriva dalla materia, come afferma Newton, ma ha solo possibilità di reagire alla continua pressione universale. […]
Solo la fede nella spiritualità dell’ordine sovrano, afferma Mancini, gli ha permesso di raggiungere con onesto fine la prova di quanto immateriale sia la forza che dà vita a ciò che è materiale.
Mancini ha progettato un apparecchio di vetro chiamato “eteroscopio” con il quale intende controllare l’esistenza del fluido etereo, mobile, generatore e dominatore della perpetua vita universale. L’auspicio di Mancini è che la sua teoria ottenga il premio di essere provata come un ulteriore perfezionamento elle teorie di Copernico, Galileo e Newton. […]

Passiamo ai filosofi e letterati, altra masnada di derelitti cerebrali.

Nel libro Prospetto del Tu-sei-me (1966), Antonio Cosentino espone la sua dottrina filosofica che riassume in questo schema:
Il tu-sei-me-ismo attinge con mezzi logici la certezza dell’eternità e immutabilità dell’Io, o unicità in assoluto di tutte le creature.
Il tu-sei-me-ismo aspira alla conoscenza totale o cessazione dell’illusione del divenire.
Il tu-sei-me-ismo pensa non essere contraddittorio che il dolore sia limitato a quella zona dell’Assoluto che, oltre che eterna, è anche temporale.
Spera che non tutta questa zona sia macchiata di male, o lo sia in pari grado; e quindi la conoscenza scheletrica della verità, nella quale consiste la sua dottrina, possa immettersi in quella parte (forse terminale) del divenire che sia, almeno, ragione e pace!

Tralascio il prode Aurelio Turcotti che nel 1872 diede alle stampe, con ammirabile faccia tosta e indubitabile coglionaggine, un libro intitolato Scoperta e dimostrazione scientifica del moto perpetuo, tralascio pure gli invasati propugnatori della telepatia, non si sa quanto cialtroneschi o autentici, e passo testé ai profeti, altra categoria ben nutrita di casi umani disperati.

Giovanni Tummolo è l’inventore del “Misticateismo”, religione realista dei tempi nuovi, i cui precetti sono esposti in un libro del 1934. Il misticateismo è un ateismo mistico decisamente nemico di tutte le regole assolute e di tutte le saggezze, perché nella pratica la regola è sempre un errore, avversario di qualsiasi forma di idolatria e fortemente ostile all’apatia.
Tummolo confessa che la sua religione non è frutto di un lungo e penoso studio, bensì gli fu rivelata a dodici anni, mentre scrutava le stelle da un’ampia terrazza; allora comprese che l’anima sopravvive, ma che Dio non esiste e che la ragione dell’esistenza del Tutto è pervasa da un grandioso mistero, è un enigma.

Arriviamo ora agli economisti, per quali ogni parola insultante è superflua.

In Studi di Economia Politica (1993) Gaetano De Finis raccoglie una serie di saggi che rivelano la sua natura di studioso di scienze economiche non proprio ortodosso […]
Questo è il nodo, avverte De Finis, il bisogno sessuale è parte dell’attività sessuale, l’attività sessuale è relativa al minimo mezzo: dato un animale, ricavare la maggiore soddisfazione. Il bisogno sessuale è relativo al giusto mezzo: dato un uomo, e quindi dato un certo grado di sviluppo dell’organizzazione sociale, ricavare la maggiore soddisfazione relativa. La funzione sessuale deve trasformarsi nell’uomo da attività a bisogno. 

De Finis, va ricordato, fu assistente ordinario alla cattedra di Economia Politica presso l’Università di Bologna. Nel 1998 si distinse per una nota pubblica rivolta ai servizi segreti

[…] per sapere se Prodi, nel ’51, frequentava l’Università e rimaneva nella mensa a mangiare. L’informazione mi serviva per eventualmente classificarlo tra quegli studenti che scrissero il cartello, sulla cesta del pane: È vietato manipolare il pene! Lessi poi che Prodi è nato nel ’39, e poteva, quindi, all’epoca, frequentare la media.

Prima del gran finale, che mi sono tenuto da parte in quanto considero l’autore come uno dei più grandi geni letterari che abbiano calcato il suolo italico, vi rifilo una nota sommamente schifosa a proposito di tal Francesco Becherucci, di eterna fama per aver proposto al Ministro dell’Educazione Pubblica nel 1887 la seguente scoperta, capace di rinvigorire la stirpe italica.

[…] un efficace ricostituente che consiste nel sorbire le uova delle galline prima che queste le facciano, ovvero quando le uova si trovano ancora dentro le galline. […]
In tal caso si prende la gallina e si avvolge in una salvietta, in modo che non si possa muovere. Quindi con una cannula vuota e di piccolo diametro, lunga 20 o 30 centimetri, di argento o di altro metallo, di avorio o di altra sostanza, avente a un’estremità una forma piramidale, ma non tagliente, e dall’altra un bocchino, cosí che, introdotta la cannula dalla parte piramidale fino a rompere il guscio, sarà facile all’individuo dal lato del bocchino aspirare a sorso a sorso l’uovo che si trova nel seno della gallina e protrarre l’operazione succhiando lentamente l’uovo per cinque e più minuti.

E ora, signore e signore, il Vate, il Gran Vizir delle lettere italiche, l’unico, inimitabile, incorruttibile, indimenticabile, immane e immanente, il Sovrano Imbecille, l’Idiota Magistrale, Bernardo Bellini, che nel 1865 pubblica un’ode all’Italia intitolata L’inferno della tirannide, un’opera patriottica di immeritata scarsa fama che inizia con questi versi di imperitura grandezza:

Non lungi al valicar di nostra vita
Mi ritrovai per una landa oscura,
Sì che ogni lena in cor m’era smarrita.

Io dell’Italia mia piangea la dura
Servil catena, e il duolo era sì forte
Che per lei m’inforsava alta paura.

Cadean le ombre ognor cupe, e tai di morte
Immagini anzi al mio sguardo trovai
Più che unquanco in Averno altri abbia scorte.

Nera una man mi pinse, e i’ ratto entrai
Nel gorgo d’un abisso, chè in quel punto
A quell’urto fatal m’abbandonai.

Indi mi vidi entro un burrato giunto,
A cui daccosto è una sanguigna valle,
E assiderai tutto d’orror compunto.

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Questa voce è stata pubblicata il 2 marzo 2013 da in Albani, Paolo, Autori, Editori, Quodlibet con tag , , , , .

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