2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

La breve favolosa vita di Oscar Wao – Junot Díaz

CoverOscarWaoLA BREVE FAVOLOSA VITA DI OSCAR WAO
Junot Díaz
Traduzione di S. Pareschi

Mondadori  2008 

Di Junot Díaz non ne sapevo nulla fino a quando, qualche mese fa, lessi una recensione sulla New York Review of Books.

Woooohhhhoooo ooohhhhche snobberia, la NYRB… direte voi, e se non lo dite fareste bene a dirlo, visto che non credo esista rivista più snob della NYRB, pure il New Yorker a confronto sembra un po’ smandrappato. Però, considerato l’americacentrismo della NYRB e il mio non spiccato amore per gli scrittori americani contemporanei, come sia finito a leggere Junot Díaz devo spiegarvelo.

E ve lo spiego subito.
Il fatto è che l’autrice di quella recensione è Francine Prose e ogni volta che io leggo una recensione di Francine Prose drizzo tutte le antenne e accendo il transistor ricevente. Il motivo di tanta attenzione per le recensioni di Francine Prose è semplice: lei è quella che riscoprì e diede fama a Hans Keilson e al suo La morte dell’avversario in un’altra, memorabile, recensione apparsa sulla NYRB. Insomma, Francine Prose è una specie di mito.
Ecco spiegato come sono arrivato a Junot Díaz.

La breve favolosa vita di Oscar Wao è un buon libro per il quale Junot Díaz pesca a piene mani nella sua vita per raccontare una storia molto dominicana prima che molto americana e così facendo sfugge agli stereotipi dell’american way of life che non se ne può più di sentir ripetere.
Solo, io rimango perplesso e pensieroso come quando alle Olimpiadi fanno le gare di biciclettine per fare i salti a leggere dell’enfasi che ne accompagnò prima l’uscita poi l’attribuzione del premio Pulitzer 2008, ma tant’è, ormai ho capito che qualcuno, forse più di qualcuno, ha necessariamente bisogno dell’evento letterario semestrale o trimestrale e quindi se l’evento deve essere che l’evento sia. The show must go on.

Oscar è il protagonista, il ragazzino ciccione e perso nel mondo delle storie fantasy e di fantascienza, patetico nei suoi continui innamoramenti per qualunque ragazzina lo degni anche solo di un’occhiata e vittima del machismo ormonale scopereccio della società dominicana, sia quando la vicenda si svolge in patria sia quando ci si trasferisce nei sobborghi grigiastri del New Jersey.
Oltre a Oscar, il libro segue la vita di tutti i membri del suo clan familiare, la sorella Lola, la madre Belicia Cabral, la nonna La Inca, tutte donne, tranne Oscar e la voce narrante di Yunior.

In quei diciotto mesi, Beli imparò a conoscersi. Capì che, malgrado i sogni di essere la donna più bella del mondo, con un codazzo di fratelli che si buttavano dalla finestra al suo passaggio, quando si innamorava rimaneva implacabilmente innamorata. Malgrado la collezione di uomini, belli, normali e brutti, che entravano nel ristorante decisi a portarla all’altare (o almeno a letto), Beli non pensava ad altri che a Jack Pujols. Saltò fuori che la nostra ragazza, in cuor suo, somigliava più a Penelope che alla Puttana di Babilonia. (Naturalmente La Inca, davanti alla sfilata di uomini che infangavano la soglia di casa, avrebbe detto il contrario.) Beli sognava spesso che Jack tornava dall’accademia militare e andava ad aspettarla al lavoro, adagiato su una sedia come su un bel fagotto, con un sorriso sul volto magnifico e quegli Occhi di Atlantide che finalmente guardavano lei, solo lei. Sono tornato per te mi amor. Sono tornato.
La nostra ragazza capì di essere fedele persino a un idiota come Jack Pujols.

Lo stile di Junot Díaz è colloquiale (questo vale per tutti i nuovi scrittori americani) e frastagliato da spagnolismi, sia lessicali, termini ed espressioni in lingua originale, sia di costruzione, Díaz mescola idiomi da ghetto latino, della terra d’origine e riferimenti alla letteratura fantasy in una prosa veloce e serrata, con una voce sempre un po’ irridente, come se non prendesse troppo sul serio le vicende invece, spesso, cruente. È uno stile che funziona, senza dubbio, cattura e si fa seguire.

C’è una seconda vena narrativa che si intreccia e procede di pari passo con la saga del clan familiare di Oscar: la storia tragica della Repubblica Dominicana sotto la dittatura del sanguinario Truijllo, che Junot Díaz paragona, ironicamente ma non troppo, al regno di Mordor de Il Signore degli Anelli.

Questo secondo piano, o vena narrativa, Junot Díaz in parte, come naturale che sia, lo assembla nella storia che racconta e nelle vicende che coinvolgono i personaggi, ma a questo aggiunge l’uso copioso di note, le quali in realtà non svolgono tanto la funzione di note esplicative quanto quello di permettergli di uscire dal testo, dai personaggi, dal ritmo narrativo e parlare in prima persona. Le note, così numerose ed estese sono la voce di Junot Díaz che narra un’altra storia, o la Storia, per meglio dire.

Pur non essendo in sè essenziale per la nostra storia, Balaguer lo è per quella dominicana, e quindi è necessario menzionarlo, anche se io preferirei pisciargli in faccia. I vecchi dicono, Ogni cosa che viene nominata per la prima volta evoca un demone, equando i dominicani del XX secolo pronunciarono tutti insieme per la prima volta la parola libertà, il demone che evocarono si chiamava Balaguer. (Noto anche come il Ladro di Elezioni – si vedano le elezioni del 1996 nella Repubblica Dominicana – e l’Omuncolo.) Ai tempi del truijllato, Balaguer era solo uno dei più efficienti Spettri dell’Anello del Jefe. Si fa un gran parlare della sua intelligenza (che sicuramente impressionò il Ladro di Bestiame Fallito) e del suo ascetismo (quando era lui a stuprare le ragazzine, non andava a dirlo in giro). Dopo la morte di Truijllo assunse il comendo del Progetto Domo e governò il paese dal 1960 al 1962, dal 1966 al 1978 e di nuovo dal 1986 al 1996 (a quel punto l’amico era ormai cieco come un pipistrello, una mummia vivente.) Durante il suo secondo periodo di governo, noto localmente come i Dodici Anni, scatenò un’ondata di violenza contro la sinistra dominicana, facendo uccidere centinaia di persone dagli squadroni della morte e scacciandone altre migliaia dal paese.[…]

Gioca sui contrasti Junot Díaz: uno stile scanzonato e galoppante, spesso spolverato di tinte comiche, per raccontare storie di personaggi e la storia di un paese intrise di violenza, di soprusi, una lunga scia tragica che ha attraversato generazioni, ha valicato il mare, in patria come all’estero.

Libro che si legge col sorriso sulle labbra e la tristezza nel cuore.

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Questa voce è stata pubblicata il 16 febbraio 2013 da in Autori, Díaz, Junot, Editori, Mondadori con tag , , , , .

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