2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Questioni delicate che ho affrontato dall’analista – Matthew Klam

QUESTIONI DELICATE CHE HO AFFRONTATO DALL’ANALISTA
Matthew Klam
Traduzione di M. Colombo

Minimum Fax 2012

Titolo accattivante per questo libro del 2002 ora ripubblicato da Minimum Fax che si conferma editore dotato di talento per i titoli. L’avevo già notato con Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan, dove però il titolo originale era di difficile traduzione, e lo noto ancor di più con questo, che in origine si intitolava Sam the Cat, che è il titolo del primo racconto e sarebbe potuto facilmente essere tradotto con Il gatto Sam o Sam il gatto, e invece hanno scelto quest’altro che è anche il titolo del racconto secondo me più riuscito del libro.
Aggiungo a scanso di equivoci che, nonostante il titolo, nel libro non compare mai la figura dell’analista né alcun personaggio è in terapia o rimugina di sedute di psicoanalisi o altro del genere. Vero è che tutti i personaggi sarebbero buoni candidati per lo strizzacervelli, però il libro non ne parla. Quindi, eventuali potenziali lettori con esperienze di terapia e che venissero stuzzicati dal titolo immaginando di trovarvi descritte situazioni comuni si considerino avvertiti.

Fatto questo commento preliminare, avrete capito che è un libro di racconti, sette per la precisione, e vista la frequenza di libri di racconti che incontro, inizio a interrogarmi su che cosa intendano esattamente gli editori quando dicono che il genere della raccolta di racconti non piace, non tira, non vende, non qualchecosa e quindi di libri italiani di racconti non se ne pubblicano.
Gli americani sì e gli italiani no? Mah… chi capisce è bravo.

Fatto il secondo commento preliminare, ora parlo del libro, poi parlo di un’altra cosa per una volta un po’ da critico letterario abusivo, ma solo un po’, prometto. Prima il libro.

Matthew Klam scrive un buon libro, molto americano nelle atmosfere e nello stile: scorrevole, veloce, fangoso, a tratti cinico, con Questioni delicate che ho affrontato dall’analista, il racconto, che a me è sembrato proprio bello nella sua putrefatta disillusione, acidità da conato di vomito e incarnato livido.
«Che sono questi aggettivi cianotici?» direte forse voi.

Il libro è effettivamente così, e non è che sia la prima volta che si incontra qualcosa del genere, ormai è un’intera generazione se non due che lo sguardo di una certa America, e non solo, si è fatto cianotico, disilluso e acido. È la generazione che starà peggio dei genitori, la generazione che è costretta a raschiare sotto la patina fintamente dorata della modernità efficiente, brillante e di successo che ha ricoperto i laureati, gli educati, i tecnologici, le giovani-leve-speranze-del-futuro, le giovani coppie e le giovani famiglie.
Loro (nostro) malgrado ha dovuto raschiare quella patina luccicante e con orrore ha scoperto che sotto spesso c’era un brulicare di scarafaggi, una fogna e molto tanfo.
Ha scoperto che la corsa al successo è molto spesso effimera e accompagnata da terribili buchi nello stomaco e nel colon, moderne Cassandre per le sventure in arrivo; ha scoperto che l’educazione, l’istruzione, le buone maniere, l’eleganza dei gusti non servono per rendere più pieni i rapporti umani, ma spesso solo a plastificarli con un’aspetto di igiene senza vita; ha scoperto che gli amori e le unioni si disintegrano come castelli di sabbia esposti a una mareggiata, che la diffidenza cova, l’incomunicabilità è ubiqua e un bel giorno ci si accorge di aver cresciuto e reso forte il rancore, perfino l’odio per chi dovrebbe essere amico o amica e non lo è, chi dovrebbe essere compagna o compagno e non lo è, fino a se stessi, l’ultimo rifugio e certezza. Si prova rancore e odio anche per se stessi, per tutto, per la propria vita.

I racconti di Matthew Klam sono tutti variazioni su questo tema. I protagonisti sono sempre giovani uomini e giovani donne trentaquarantenni, la camera segue di solito lo sguardo degli uomini. Delusi, rancorosi, cinici, si condannano, non lottano più, si abbandonano, come naufraghi, a un matrimonio o alla solitudine, non fa nessuna differenza. Le donne sono bellissime, eleganti, affascinanti, seducenti, eccitanti, di successo. Questo fintanto che le si guarda da qualche metro di distanza. Poi la camera fa lo zoom e mostra i particolari; allora diventano esseri spezzati psicologicamente, chiuse, sole, schiacciate dai ruoli affettivi e sociali, diffidenti, instabili, arroccate, hanno le ascelle che puzzano, eruzioni cutanee, si ubriacano e vomitano, mangiano e vomitano, odiano la propria madre, sono frigide o terrorizzate o schifate dal sesso, c’è molto sesso nel libro, sesso triste, sesso solitario, sesso atletico, solo qualche rarissima volta sesso&amore.

Un brano, dal racconto Questioni delicate che ho affrontato dall’analista.

[…] improvvisamente Phylida si è accasciata sul tavolo e le persone sedute accando a lei sono scattate in piedi indietreggiando. In quell’istante ho capito che doveva aver vomitato, oppure versato qualcosa, o forse era caduta sul pavimento in coma. Sì, quella è la mia donna. Stavo per sposare Dr. Etil e Mr. Alcol. Che bella coppia saremmo stati. L’anima di ogni festa. Che gran futuro che ci si prospettava. Un attimo dopo Phylida ha alzato la testa. Aveva gli occhi rovesciati all’indietro, i capelli sudati e dalle radici castane le si erano appiccicate sulla fronte, e io ho immaginato di ritrovarmi nello stesso posto – un anno dopo? l’estate successiva? – a dedicarle un brindisi nel giorno del nostro matrimonio, e ho pensato: Piuttosto mi ammazzo. […]
Tornati in hotel, Phylida si è sfilata il vestito dalla testa e l’ha gettato in un angolo sotto la scrivania, si è scrollata via le scarpe, si è tolta i collant e si è seduta sul bordo del letto in mutande, gemendo. Anche così ingobbita non aveva un filo di grasso. Si è infilata la sua sottoveste con le spalline sottili. Ho osservato il suo torace allungato, le spalle forti, il collo lungo. Sembrava fatta di gomma. […]
Era talmente bella che rischiavo di passare il resto della nostra vita insieme ad adorare la sua bellezza come un idiota. Ce l’avevo, ovviamente, duro come un sasso. Niente a che vedere con quella specie di tuorlo d’uovo che avevo fra le gambe nel pomeriggio. Ora sene stava dritto tra le gambe come un pesce paralizzato da una scossa elettrica. L’amavo così tanto che non riuscivo a pensare. L’amavo perché ero arrapato. Ero arrapato perchè ero triste, perchè la serata era stata terribile, perchè il weekend era quasi finito. 

Ora dico quell’altra cosa un po’ da critico a cui accennavo. Il libro di Matthew Klam è una lettura piacevole, da divano di una sera tranquilla, non è grande letteratura ma un buon libro, come quasi tutto quello che stanno producendo gli autori americani che conosco; buoni libri per una forma di piacevole intrattenimento, non grandi libri. Sono libri che si potrebbero definire generazionali, perché raccontano di una generazione e lo fanno con lo stile di quella generazione di persone, che poi è anche la mia, ma anche con lo stile di questa generazione di autori; e qui sta il punto.
Sono libri che a leggerli dopo un po’ ci si dice «Però che vita di merda che fa questa gente», ma questa è solo l’esca, perché dopo un altro po’, quando si abbocca, passa davanti agli occhi un’altra frase, come fosse una di quelle strisce che scorrono in televisione (cioè, una volta scorrevano, quando la vedevo, ora non so se si sono inventati altri trucchi) che dice «Casualmente, tu che leggi, hai notato qualche somiglianza con la tua di vita?»
Questo è il gancio nascosto in questi libri, in questa letteratura americana moderna che io definirei come genere a sè stante letteratura-vitedimerda-che-somigliano-alla-tua.

Quello che mi sembra di notare è che si sta formando un canone di questo nuovo genere che ottiene un buon successo anche di vendita. Sì perchè in questo genere io ci metto almeno tre opere di autori americani che ho letto di recente: questo libro di Matthew Klam, Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank di Nathan Englander e Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan.

Seguono tutti lo stesso canone della letteratura-vitedimerda-che-somigliano-alla-tua, sia narrativo che stilistico. L’ambientazione tipica da sit-com: dialogo in cucina, dialogo in salotto, dialogo in camera da letto, e poi scena corale in una casa sul mare con molte comparse e tragicommedia dei protagonisti, richiami o scene di una città caotica (di preferenza New York) e scena o ricordi bucolici con retropensieri deprimenti (di preferenza ambientatil nel Midwest). E ancora: incomunicabilità tra i protagonisti, scene ironico-surreali a causa dei malintesi e scene livide per l’amarezza. Lo stile è frammentato, le frasi saettanti e con tono da upper class liberal americana, giovani non più giovanissimi pervasi da cinismo e abbondante uso dei contrasti sia nella trama che nella lingua. Come nella scena che vi ho appena riportato, cinismo e disgusto seguiti da tenerezza, “la amo” seguito da “ho il cazzo duro”.
Questa letteratura-vitedimerda-che-somigliano-alla-tua viene costruita così e sia Klam che Egon che Englander seguono questo canone, che è efficace per intrattenere, ma dopo averne letti alcuni suona piuttosto impersonale.

Per fare un esempio diverso, prendete il libro d’esordio di Giorgio Vasta, Il tempo materiale, il cui stile ho definito metallico e gastritico. Probabilmente è costruito in modo più arruffato e meno preciso, però è certamente molto personale. Oppure Hotel a zero stelle di Tommaso Pincio, non segue un canone e così anche andando a ritroso verso altre tradizioni letterarie, prendete un russo come Erofeev di Mosca-Petuški oppure un sudamericano come Bioy Casares o Bolaño, certo siamo su un altro ordine di grandezza di qualità letteraria, ma anche in un Alan Sillitoe di La solitudine di un maratoneta che racconta di atmosfere simili, anche se in un’altra epoca; per tutti questi mai si avverte la pressione di un canone stilistico e narrativo. Questo mi dà da pensare sulla reale qualità di questi autori americani e l’importanza che ha il fatto di essere americani nel loro successo.

Poi, certo uno potrebbe cercare di andare a ritroso ripescando le radici di quel canone, inquadrarlo nell’epoca, come ci furono grandi libri nell’epoca della Grande Depressione degli anni ’30, si potrebbe dire che questi sono i libri della Grande Psicodepressione dei tempi moderni e prima o poi usciranno anche da qui i grandi libri. Può essere, non lo so, non sono la Pizia.
Quello che non può essere, per mio conto, è invece se qualcuno si azzarda a tirare fuori Salinger e il suo Holden come seme della pianta che sta dando questi frutti, perché un po’ potrebbe somigliare, ma come un elefante somiglia a uno stambecco per il fatto di avere quattro zampe; forse c’è qualche assonanza, qualche ispirazione, il grande padre della letteratura americana moderna e cose così. Ecco, io dico di no, anzi dico che un Salinger non andrebbe mai citato, per nessuna ragione, va lasciato nel suo isolamento sprezzante di tutto e tutti perché fa storia a sè, come quando si tira fuori Pasolini per attaccargli addosso questo o quel filone di autori italiani; sono geni isolati da non tirare in ballo a sproposito, e dico di più: fate proprio finta che non li abbia citati neppure io, se io li ho scritti e se voi ne avete letto i nomi ci siamo sbagliati tutti quanti, è stato solo un abbaglio.

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