2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

La congiura del tabacco – Fiamma Petrovich

LA CONGIURA DEL TABACCO
Fiamma Petrovich, con fotografie di Nina Ribó
autopubblicato  2012

[Nota preliminare indispensabile: Fiamma Petrovich, della quale ho già commentato l’esordio, Lucertola d’autunno, è una mia amica. Quindi questo è il commento al libro di un’amica. Questo è anche il motivo di questa uscita anomala rispetto al calendario solito di 2000battute, ma anche perché oggi, 23 novembre, Fiamma lo presenta per la prima volta al Bistrò del Tempo Ritrovato e mi spiace di non poter assistere. La lettura e il commento sono il modo che ho per festeggiarla.]

Qualche nota tecnica prima di parlare del testo. La congiura del tabacco è autopubblicato e lo si trova su iTunes di Apple o tramite iBooks per chi usa l’iPad. È disponibile un’anteprima gratuita.

Il fatto che sia un libro digitale non è solo conseguenza della mancanza di un’editore, ma anche e soprattutto del fatto che Fiamma è una vera e reale, nel senso di competente, appassionata di editoria digitale. Io non lo sono, l’accarezzare pagine di carta è imprescindibile per me, però constato che quando si accantona la retorica fastidiosa da futurologi brandizzati o le motivazioni squinternate alla “Ma vuoi mettere la comodità di portarsi 1000 libri sotto l’ombrellone in spiaggia?” che accompagnano gran parte delle dispute sugli ebook e ci si mette a ragionare piedi a terra e mani in pasta, allora ci sono potenzialità espressive tutte da esplorare.

Fiamma Petrovich, insieme alla fotografa Nina Ribó, hanno iniziato l’esplorazione con questo bel libro che è un “romanzo-guida illustrato”, secondo la sua definizione: un po’ storia romanzata, un po’ guida e diario di viaggio con link ipertestuali e un po’ immagini e fotografie.
Certo, sono sempre esistiti romanzi illustrati e letteratura di viaggio accompagnata da fotografie; però, per questa forma letteraria che ibrida testi e immagini, immagini anche in movimento, eventualmente, ciò che offre un dispositivo elettronico come un iPad è indubbiamente interessante e merita di essere sperimentato.
Se da qui qualcuno se ne approfitta e mi dice “Giusto! Anche per i Fratelli Karamazov il digitale offre nuove possibilità”, personalmente rispondo con il lancio di un oggetto contundente e versi gutturali.
Il testo è anch’esso pensato fin dall’origine per essere letto su uno schermo; capitoli brevi, di poche pagine, accompagnati ognuno da un’immagine che anticipa il colore della storia ed evoca immagini mentali di luoghi tropicali, del caos di Caracas o della malinconia di una piazza fiorentina.

La storia corre su due binari paralleli e sovrapposti. Uno è il binario di ciò che rinasce dopo il lungo viaggio raccontato a un uomo di un tempo ormai fuggito. L’altro è il viaggio in Venezuela, tra la violenza e l’umanità di Caracas, il bianco della sabbia e le acque cristalline dei Caribe e soprattutto dentro in ventre della selva amazzonica, il luogo della cosmogonia indigena, la Montagna della magia e degli sciamani, il mondo diverso da quello che è il nostro.

Fiamma Petrovich segue le tracce della magia maya e degli indios, assorbendola, lasciandosi trasportare, senza diventare una di loro, che non è possibile, come insegnano tutti i grandi viaggiatori, da Kapuściński a Cees Nooteboom de Il suono del suo nome, ma alleggerendo la zavorra di frammenti di vita che si trascinava, che tutti ci trasciniamo giunti a una certa età, cercando e trovando una pace, forse momentanea, un equilibrio, forse instabile, e uno sguardo più profondo e più ampio.
Attraversa quello che attraversano molti viaggiatori: un territorio sconosciuto e misterioso, fatto di alberi, acqua e terra e anche di anima, ricordi e paure, scoprendolo poco per volta e capendo come accettarlo.

C’è un modo per essere testimoni invisibili?
“Bisognerebbe essere viaggiatori capaci di rimanere nell’ombra” insegnava Kapuściński, nomade di professione.
Vorrei scomparire, essere già scomparsa in uno dei punti di incantamento incontrati a salire al pozzo, che inghiottono i bambini per risputarli dopo anni, in stato di amnesia.
Potessi, vorrei in prestito il buco nero di mia madre, lo chiama ancora così, quando non si alzava da letto per mesi e in famiglia aspettavamo tutti un click. Il movimento interno che la sintonizzava di nuovo con l’esterno.

Il diario di viaggio ha un tono divertito quando racconta delle peripezie che la comitiva di occidentali deve attraversare in un posto ruvido e pericoloso come Caracas, rapinati non appena scesi dal taxi, invitati dal ragazzo dell’albergo a entrare con una certa fretta perchè nel palazzo vicino si sparano; ma anche quando racconta l’immersione tra le persone nelle strade e nei barrios con quella sensazione prepotente di umanità che palpita descritta da ogni viaggiatore come fosse una rivelazione, come quando si vede per la prima volta davvero com’è il cielo stellato da un luogo lontano dalle luci dell’uomo.
Cambia tono quando entra nella foresta per raggiungere i luoghi sacri sulla Montagna impervia. Diventa un racconto di spiriti, di tradizioni arcaiche e di elementi primari; acqua, terra, fuoco. Fiamma Petrovich compie un suo viaggio spirituale, un pellegrinaggio biografico che un poco tradisce lo spirito del viaggiatore ideale per diventare una ricerca di sè.

Canto a bocca chiusa e la vibrazione dal cranio mi percorre fino ai talloni.
Il piede scosso sbatte contro qualcosa di duro. Una radice della ceiba.
Entro da lì, dal legno sporgente, è la mia apertura verso il sotto-mondo, precipito veloce nel vuoto, non ho peso, non è il corpo fisico che segue le curve della radice.
La carne è sempre circondata dalle candele, all’orecchio mi dicono di non muovermi troppo, che rischio di bruciarmi con le fiammelle.
Sotto, la direzione si inverte: una corrente che viene dal fiume sta risalendo verso il tronco, le foglie della ceiba e mi trascina con la sua pressione, io molecola nell’acqua arrivo all’aria, sopra le nuvole, alla luce del sole.

Il diario non è più un diario. La diarista di bordo si è ammutinata e segue rotte interiori. Rotte senza una via per il ritorno e nel far questo scrive le sue pagine più belle.

– Non torni a Firenze, ho già capito. La transoceanica mi tocca, per trovare la scrittrice, qui.

– Non ti mancheranno i sigari, però. Siamo quasi alla fine del Bolivar, e del viaggio.

Fiamma Petrovich è una scrittrice sincera, bisogna dargliene atto e questo libro è una continua ricerca di un equilibrio instabile tra i due binari, quello sopra e quello sotto, tra diario e autobiografia, tra romanzo e confessione, tra occidente moderno e spiritismo arcaico, tra senso ed estetica.
E come tutti gli equilibri instabili, spesso sbandano da una parte o dall’altra appena  le forze che li tenevano sul crinale si rilassano un poco; basta un piccolo cedimento impercettibile per innescare l’oscillazione e il rischio di scivolata. Non è facile.
Soprattutto per un libro che non vuole essere un mero diario ma un viaggio esso stesso, il rischio capitale di sfondare i limiti dell’autobiografia e della confessione, terreno minatissimo per qualunque scrittore, sono grandi.
Spesso ci riesce, ma non sempre. A volte deborda dal viaggio per entrare nella propria storia. Si guarda allo specchio e le parole lo rivelano.
Lo stesso vale per l’equilibrio tra senso ed estetica.

I maestri delle parole fondono le due, senso ed estetica, in un fluido coeso, un miele profumato e pastoso che scivola lento o veloce che sia, ma sempre senza increspature.
Neppure loro ci riescono ogni volta, anzi, di solito uno dei due sopravanza l’altro.
Spesso è il mestiere che ha appreso un’estetica a prevalere sul senso. La decorazione d’autore.
Fiamma Petrovich fa l’opposto.
Nella sua scrittura prevale il senso sull’estetica.

In molti commentano un romanzo riferendosi alla “voce”. «Si sente la voce», «Non ha una voce», dicono così. È vero. Ma non basta.
Un romanzo ha anche un ritmo. Le parole insieme sono come una sinfonia, sono note che suonano, le si sente mentre si legge, si sente una melodia, dei salti tonali, delle grancasse e dei violini, si sente un pianoforte colpire le corde, si legge come si ascolta una musica.
Questa è l’estetica per come la intendo io.

La scrittura di Fiamma è cadenzata, come se battesse un tempo col piede per tenere il ritmo delle frasi, corte, talvolta scarne di parole, lei sottrae parole al testo, è una scrittrice rigorosa, misurata, si avverte la cura che ha messo nell’asciugare il testo.
Ma quel piede continua a battere sempre lo stesso tempo, scandisce le parole, dà il passo al testo; è un metronomo che non impazzisce mai, non ansima rauco, non urla mai, non entra il fibrillazione, non prende a correre all’impazzata scappando dal foglio, non fa pause fermandosi, come morto.
Il suo ritmo non serve per dare altro senso, più ambiguo del senso delle frasi, più osceno o più fragile o volgare o disperato o eccitato.
L’estetica è solo funzione del senso nella scrittura di Fiamma.

Forse ancora la deve trovare la melodia delle sue parole, ma è viaggiatrice e la può scoprire.

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Questa voce è stata pubblicata il 23 novembre 2012 da in autopubblicato, Autori, Editori, Petrovich, Fiamma con tag , , , , , .

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