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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

La schiuma dei giorni – Boris Vian

LA SCHIUMA DEI GIORNI
Boris Vian
Traduzione di G. Turchetta

Marcos y Marcos  1996

Confesso subito: questo libro mi ha commosso. E non è che mi capiti spesso, anzi, però qualche volta sì, con libri molto particolari.
Bene, ora potete calibrare la bilancia sulla quale metterete le mie parole e andiamo avanti.

La schiuma dei giorni è un libro molto particolare. Boris Vian è un autore molto particolare. Famosissimi entrambi in Francia, il libro viene perfino fatto leggere nelle scuole; molto meno noti altrove, ed è un peccato, perchè questo è un libro che a un ragazzino/ragazzina fa bene, è capace di segnare una tacca nella sua formazione, uno scalino nei ricordi, poi vada come vada ma un segno lo lascia.
E lo lascia anche negli adulti, magari non a tutti, ma se è per questo neppure a tutti i ragazzini/ragazzine, però non conta. Conta chi ne esce con un’increspatura, non chi rimane indifferente.

Dopo averlo letto, se si è tra i segnati, commossi o preda di qualche diverso gorgoglio, è facile gridare “Capolavoro! Capolavoro!” e in effetti è proprio quello che molti scrivono.
Io non penso che sia un capolavoro, è un’altra cosa; così come Boris Vian non penso si possa definire canonicamente uno scrittore. È stato anche uno scrittore, ma per un senso di esuberanza espressiva, credo, più che per sua naturale disposizione. Vian è morto giovane, quarantenne, era malato di cuore e lo sapeva che non sarebbe durato a lungo, eppure in quei pochi decenni è stato un vulcano in perenne eruzione, ha fatto di tutto, ha vissuto per due o tre vite. Trombettista talentuoso, compositore di centinaia di canzoni, ha scritto di teatro, di prosa, è stato fondatore di uno dei locali più in voga della Parigi degli anni Cinquanta, animatore dell’esuberante vita culturale parigina, è pure riuscito a laurearsi in ingegneria e a sposarsi.
Ha avuto un successo sfolgorante in tutto, anche come autore scrivendo sotto molti pseudonimi diversi, tranne che con i suoi libri più seri, firmati in prima persona, come questo, scritto nel 1946 a 27 anni, che sono stati ignorati, dei fallimenti totali. Poi la gloria postuma gli ha reso giustizia e oggi ancora lo si legge e rilegge e qualcuno si commuove, altri gorgogliano in modi diversi, e un segno quell’uomo pirotecnico continua a lasciarlo.
Questo per darvi qualche nota biografica su Boris Vian, utili in questo caso.

E ora il libro.
Cerco di sintetizzarlo in una frase poi di spiegare.

La schiuma dei giorni è la più colorata, fiabesca e straziante storia d’amore che abbia mai letto.

Vian scrive con occhi di bambino e scrive una favola per adulti, una sorta di Alice nel paese delle meraviglie, con topini che parlano e vivono in casa con i personaggi, anguille che escono dal rubinetto e che il cuoco Nicolas prepara secondo una ricetta d’alta cucina, marciapiedi che sprofondano insieme all’umore di chi ci passa, due soli che fanno serpeggiare i raggi nella casa illuminandola di gioia quando c’è gioia, poi si spengono quando la tragedia avanza, insieme ai muri che si piegano al suono dei dischi, infine si stringono, sempre più, fino a far scomparire tutto.

Vian scrive inventando dietro alla sua fantasia che corre e salta, come farebbe un bambino, appunto, mescolando reale e immaginario, deformando il mondo, le cose e le parole per darle un colore.
Vian colora la storia con le parole, più che scriverla o descriverla. Non descrive mai, non spiega, non interpreta. Colora una storia fantastica, come un pittore con la tavolozza dipinge un’immagine del suo sogno, come un bambino con i suoi racconti sgangherati, che invece sono reali, solo che la realtà è quella dei suoi occhi, non dei nostri.
Bisogna farsi pittori, pittori-bambini per leggere Boris Vian e La schiuma dei giorni.

Ve ne faccio leggere un pezzetto.

La macchina si era fermata davanti a un albergo sul bordo della strada. Erano sulla strada buona, liscia, screziata di riflessi fotogenici, fiancheggiata ai due lati da alberi perfettamente cilindrici, con l’erba verde, il sole, i campi con le mucche, staccionate tarlate, siepi fiorite, tante mele sui meli e mucchietti di foglie morte, un po’ di neve qua e là per variare il paesaggio, e poi palme, mimose e pini del Nord nel giardino dell’albergo, e un ragazzino arruffato coi capelli rossi che guidava due pecore e un cane ubriaco. Da una parte della strada c’era vento, e dall’altra no. Potevi scegliere quello che ti piaceva. Soltanto un albero su due faceva ombra, e solo dentro il fosso di un lato della strada vivevano le rane.

È l’arrivo all’albergo di Colin e Chloé, novelli sposi, nella limousine bianca guidata da Nicolas, cuoco tuttofare. Un attimo prima che l’ombra inizi a salire, nel momento di luce più intenso.

Dicevo, è una storia d’amore, tra Colin, bello e ricco, desideroso d’amare, e Chloé, bellissima, delicata. È l’amor puro, l’amore per l’amore, l’amarsi perché ci si ama, senza spiegazioni, senza descrizioni, perchè non c’è nulla da spiegare né da descrivere nella purezza fanciulla.
Ed è la storia dell’amor perduto, Chloé si ammalerà, una ninfea le entra dentro, le avvolge i polmoni e farà sbocciare il suo fiore mortale. Colin la piangerà, per sempre, cercando di schiacciare le ninfee del laghetto, i fantasmi del rimpianto e dei ricordi e dell’ingiustizia senza colpa.

È stata cantata e raccontata mille e mille volte questa storia, da sempre, da quando esistono le storie, che è da sempre.
È il mito di Orfeo che scese negli inferi per riportare in vita la sua amata Euridice, superando gli ostacoli più impervi, facendo breccia nel cuore delle creature oscure, trascinando via Euridice, fino a giungere sulla soglia degli inferi, quando il volgersi verso l’oggetto del suo amore, il gesto più naturale e dolce, fu fatale.

Sono Paolo e Francesca.

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”.

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

È la storia che ha reso immortali alcune pagine e i loro amanti, ed è la storia che ha riempito centinaia di romanzetti rosa del più infimo livello e libercoli di scrittorucoli.

Forse è stata scritta così tante volte, e continuerà sempre a essere scritta, perché è la storia più bella che si possa scrivere; la storia che, nonostante tutto, vale sempre la pena di essere vissuta.

Boris Vian la scrive in modo indimenticabile, come una fiaba cogli occhi sognanti da bambino, ma il cuore spezzato dell’adulto.
La scrive colorando; le tinte sgargianti erano diventate pastello e poco per volta cominciano a sporcarsi, ombreggiarsi, brunirsi, poi si fanno sempre più scure, fino a diventare fosche, notturne, violacee. Come un quadro che via via cambi tonalità sotto gli occhi di coloro che guardano; da un giardino pieno di colori di Monet all’urlo di Munch.
Muoiono i personaggi, bruciano i libri, la casa si ritrae dentro se stessa, scende la notte dell’amore perduto.

Il topo grigio con i baffi neri fece un ultimo sforzo e riuscì a passare. Alle sue spalle, tutt’a un tratto, il soffitto raggiunse il pavimento e lunghi vermiciattoli di materia inerte sprizzarono fuori contorcendosi lentamente attraverso gli interstizi della sutura. Il topo ruzzolò a tutta velocità attraverso l’oscuro corridoio dell’ingresso i cui muri si avvicinavano l’uno all’altro barcollando, e riuscì a filarsela passando sotto la porta. Raggiunse le scale, le discese; sul marciapiede, si fermò. Esitò un istante, si orientò, e si mise in marcia in direzione del cimitero.

Ci sono altre chiavi di lettura, non solo questa che ho cercato di raccontarvi. Se volete potete provarle tutte.
Daniel Pennac, nella bella postfazione, scrive: «E poi, comunque, un libro di questo calibro può essere letto più volte, nel corso degli anni, traendone impressioni e suggestioni diverse. A diciott’anni prevale la griglia della passione amorosa, a quaranta quella della critica sociale, a sessanta quella del pessimismo della tragedia che tutto annulla.»

Io sono rimasto un po’ indietro, evidentemente, ma preferisco così.

Chloé di Duke Ellington è la canzone di Colin e Chloé. Se non l’avete mai sentita, è bella.

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4 commenti su “La schiuma dei giorni – Boris Vian

  1. chris
    26 aprile 2013

    Avevo 21 anni ed ero in Francia, mi ammalai e mi ricoverarono nell’infermeria della scuola dove vivevo (c’era l’internato, cosa molto comune in Francia). La gentilissima infermiera, che voglio ricordare con il suo nome, Mme Suzzarini, mi portò i libri della figlia, studentessa che aveva poco più della mia età, fra cui Boris Vian, L’écume des jours. Avevo la febbre, fuori nevicava (ero a Grenoble), mi ricordo quanto quel romanzo rimase impresso nella mia memoria. In Italia non lo conosceva nessuno allora, o pochissimi studiosi di letteratura francese contemporanea… Ho avuto sempre quel libro nel cuore, a casa ce l’ho solo in francese ma domani è il mio compleanno è ho chiesto a mio marito di andarmelo a comprare anche in italiano perchè voglio che lo legga anche lui. Per questo sono andata a cercare l’edizione italiana in internet e sono lieta di aggiungere questo commento. MI è rimasto tanto impresso il nome Chloè che mi ero (allora) comprata l’omonimo profumo (è ottimo), come è carina la canzone omonima di Ellington. Il nome Colin invece in francese vuole dire nasello e penso sia una pennellata di umorismo ulteriore del grande Boris Vian!

    • 2000battute
      26 aprile 2013

      Mi ha fatto uscire il sorriso. Grazie

    • chris
      26 aprile 2013

      sono contenta di averLa fatta sorridere, in questo momento è cosa rara…
      e domani leggerò il libro anche in italiano!

  2. Stella Bonavolonta'
    27 ottobre 2012

    Marco grazie.
    mi hai fatto ricordare dell’esistenza di un autore letto moltissimi anni fa, troppo giovane per apprezzarlo, persa fra le letture più consone a quelle della formazione di una giovane: Musil, Mann…

    Abitavo a Milano da poco meno di un anno (arrivata come molti per gli studi universitari) e ricordo di aver dato alla custode l’indicazione di consegnarmi anche la posta che fosse arrivata a ‘Stella Vian’
    Era un segreto fra me e me, era il segreto della vita che mi si dispiegava davanti: luminosa e curiosa, buia ed intensa.
    Luminosa per tutto l’amore ed i successi attesi, buia per i lutti consumati in quella grande casa di via Telesio, perche’ quelli che segnano sono i lutti dei sogni perduti.
    A 25 anni ho lasciato quella casa (e già da un po’ l’amica immaginaria Vian) ma ho continuato a tessere sogni ed imbastire lutti: due mariti, due figli, due divorzi.
    Ripenso e ripasso ogni tanto da via Telesio; la casa e l’amica con cui la condividevo sono rimaste uguali a come erano 25 anni fa (!!!)

    A giorni festeggio 50 anni e ne sono abbastanza contenta.
    Faro’ ben due feste: una con gli amici salseri recenti e brinderemo e balleremo.
    L’altra con gli amici di questi anni milanesi, quelli che c’erano alla laurea, al primo matrimonio, al secondo matrimonio, nel reparto maternità’ dove sono nati i figli, infine nel reparto rieducativo dopo della rianimazione e festeggerò con loro l’esserci arrivata ai 50

    stella

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Questa voce è stata pubblicata il 27 ottobre 2012 da in Autori, Editori, Marcos y marcos, Vian, Boris con tag , , , .

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