2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Gli scrittori inutili – Ermanno Cavazzoni

GLI SCRITTORI INUTILI – Sette lezioni e quarantanove casi
Ermanno Cavazzoni
Guanda 2010

Libro questo divertentissimo che Guanda ha ripubblicato dopo la precedente versione di Feltrinelli del 2002 e, va detto, non poteva esserci momento migliore di questi anni qui che stiamo vivendo per farlo.

Cavazzoni oltrechè spassosissimo è anche preveggente e già una decina d’anni fa vedeva bene dove si stava finendo, che sarebbe a dire che si stava finendo in un vicolo-cieco-nido-di-vespe-diluvio-di-piagnistei su scrittori, lettori, editori, scuole di scrittura (a proposito delle quali, il disprezzo che nutre Ermanno Cavazzoni è leggendario), best seller, mega seller e libri fetenti, e poi continuate voi con l’elenco che io una mia teoria ce l’ho ed è molto diversa dagli spiagnucolamenti insopportabili misti a frenesie solipsistiche digitali che si sentono ripetere in giro come se quelli che parlano fossero tutti prima passati dal gabinetto di un ipnotizzatore per fargli dire sempre le stesse quattro cose mezze biascicate.

Eh già, perchè in questi anni – non è questa che sto scrivendo la mia teoria, è un’altra cosa – io tra i vari scombussolamenti socioeconomici, politici e di costume, ho notato una mutazione antropologica curiosissima e so di non essere l’unico ad averla notata. Non mi ricordo se l’ho già scritta questa cosa, nel caso abbiate pazienza se mi ripeto.
La mutazione antropologica curiosissima l’ho notata alle presentazioni dei libri, alle quali ogni tanto assisto.
Una volta, non così tanti anni fa, quando finiva la presentazione, ovvero l’autore aveva finito di dire la sua e il moderatore o gli invitati ad intervenire avevano anche loro finito di dire la loro, c’era il momento delle eventuali domande del pubblico.
Ecco, lì è avvenuta la mutazione antropologica curiosissima e lo si vede benissimo.

Silenzio. C’è sempre stato quel famigerato silenzio di gelo della steppa di qualche secondo prima che il primo rompesse il ghiaccio.
E sempre in quei lunghissimi secondi nei quali ci si guarda intorno, o ci si guarda le scarpe oppure si guarda dritto all’infinito dell’universo con un sorriso ebete, il pubblico è stato attraversato da un fremito di inquietudine.
“C’è o non c’è? Chissà se questa volta non c’è. Sarebbe un miracolo!”
Era la tensione nervosa dovuta all’incubo di ogni presentazione di libri, il timore gorgogliante dai tornanti della psiche infantile sedimentata in ogni adulto per il cattivo delle fiabe, per l’archetipo della figura nefasta, per l’ineluttabile sofferenza della vita, per la solenne rompitura di coglioni che si identificava nella presenza malvagia della professoressa di lettere e filosofia.

Tipicamente di mezz’età, segaligna, occhialuta, il capello piastrato ad effetto salice piangente o pungiglioso come una pianta grassa e stratinto in una tonalità argillosa mista a striature bruciate, alzava la mano secca come una malerba testardamente sbucata come dal nulla, da un punto poco illuminato, ma tipicamente entro le prime due o tre file, di solito mai per prima, ma come seconda o terza domanda, alzava la mano secca scoprendo il polso legnoso e con voce stridula e ostile, con tono accidioso che dichiarava il suo profondo odio per l’autore, gli intervenuti e l’intero pubblico, iniziava la sua prolusione; massimamente incomprensibile, inzuppata di citazioni insignificanti, ricamata di forme retoriche ridondanti come centrini all’uncinetto, con sbalzi tonali insensati, stentorea e logorroica, impregnata di preconcetti pseudomilitanti e arie da avanguardista in ritardo di qualche decennio o da dama delle lettere trasmigrata in sala da un paio di secoli addietro.
Uno strafulmine di parole deliranti dalle quali si poteva riconoscere una domanda solo perché concluso salendo di un’ottava col tono.
La risposta dell’autore era immancabilmente «Sì, credo che lei abbia ragione.»

Ora le vecchie care malvagissime professoresse di lettere e filosofia sono scomparse, sembrano estinte. Corrose dal proprio acido, forse. O forse darwinianamente scalzate dal loro habitat da una nuova specie, che si riproduce a velocità portentosa e occupa tutte le nicchie biologiche.
Non so, fatto sta che da un po’ di anni, il gelo della steppa che sferza quegli interminabili secondi di silenzio sussurra perfido il nome di un’altro demone delle presentazioni di libri: lo studente di scuola di scrittura creativa.
Tale famiglia filogenetica si caratterizza per la piagnucolosità, l’ossessiva ripetitività delle domande, sempre le stesse, sempre uguali, intimistiche, depresse, frustrate, la prosa orale elementare e titubante. Pur essendo creativi diplomati, dotati di nozioni di tecnica scrittoria con spolverata di canoni stilistici, essi sono pieni di sincero ardore per la produzione letteraria, ma hanno ancora un dubbio irrisolto che li fa penare e disperare e slanciarsi nel porre La Domanda all’autore: ma com’è che si fa per smettere di scrivere sempre le solite quattro cazzate?

Gli scrittori inutili di Cavazzoni parla un po’ di questo, di antropologia, che somiglia però molto alla zoologia visto che in realtà ne fa un bestiario di protoscrittori fantastici, una fenomenologia di squinternati, una costellazione di casi umani iperbolici da ridere fino alle lacrime.

Insomma, per me Ermanno Cavazzoni è geniale, oltrechè scrittore superlativo, imprescindibile, dovrebbero inventarlo se non ci fosse; solo lui poteva scrivere questo libro in questo modo, lui che ha scritto le Vite brevi di idioti, una Guida agli animali fantastici e il Poema dei lunatici.
A leggere le storie di questo libro mi sono scompisciato, ma non solo ridendo come si fa quando si pensa «Ma ve’ che cretini!», ma anche dicendo «Ah! Nooo… questo potrei essere io!» e giù a ridere ancora di più.

Le storie sono quarantanove più sette lezioni. Ve lo spiega lui, Cavazzoni, cosa sono questi numeri.

Avvertenze per l’uso del libro

Chi voglia diventare scrittore inutile, non ha che da esercitarsi. Ed è raccomandato l’esercizio dei vizi, che sono sette; occorre insistere in ciascuno di essi fin che improvvisamente non si apre una nuova visuale e si resta lì muti, molli e incapaci del tutto.
Ma poiché non è facile a volte diventare anche solo scrittori, ci sono per questo le scuole. Una scuola di scrittura che si rispetti introduce al vizio l’allievo; perciò le scuole saranno formate da sette docenti, essendo sette le materie insegnabili. Per compilare il manualetto che segue un allievo principiante si è sottoposto a sette lezioni (di lussuria, gola, avarizia, accidia, invidia, ira e superbia), le quali sono state fedelmente trascritte affinché chiunque in futuro se ne possa liberamente giovare.
Ma neppure è facile diventare inutili, per quanto si studi, ci si applichi e ci si ingegni; a meno che la vita con le sue evenienze non ci venga in soccorso. E le evenienze si è appurato che sono sette: le scuole che si frequentano, le famiglie da cui si viene adottati, le angherie patite, le speranze che sfumano, i fantasmi che vengono in visita, i vagabondi che si finisce per essere e le demenze da cui non si scampa.
Se si combinano i vizi con le evenienze si hanno esattamente quarantanove casi possibili, che sono quelli appunto qui raccolti e ordinati.

E già con questo incipit il sorriso tira forte gli angoli della bocca. Poi si passa alla prima storia e già ero lì che piangevo e mi contorcevo singultando per il troppo ridere. Inizia così:

Uno scrittore viveva con una bambola gonfiabile, molto ben fatta, che non aveva nulla da invidiare a una donna vera, tranne il fatto che non parlava e non si agitava.

poi va avanti, si ritrova con altri scrittori, ognuno con la propria bambola gonfiabile e discettano, fumano, rimuginano, filosofeggiano, fanno quello che fanno gli scrittori.

Il difetto degli scrittori è purtroppo quello di non accontentarsi. Sarebbe stata, la loro, una vita tranquilla e crepuscolare. Erano in quattro; ma un pomeriggio uno di loro si presentò con uno scrittore gonfiabile.

e quindi c’erano scrittori, bambole gonfiabili e scrittori gonfiabile, poi va avanti, ma non ve lo dico come.
Questa è la prima, poi c’è la seconda che dice così:

Uno scrittore prese moglie e immediatamente fu odiato. Sarebbe stato odiato ugualmente anche non fosse stato scrittore, perchè le mogli almeno dal diciassettesimo secolo odiano sempre i mariti; e qualora non appaia significa che l’odio cova in silenzio. Bisogna tuttavia dire che nel panorama sociale uno scrittore è persona odiosa: si aggira per casa alla ricerca di un’idea da trascrivere e intanto guarda nel frigorifero, si taglia due fette di coppa, si frigge un uovo, assaggia il sugo di carne, poi si cuoce eventualmente un piatto di fettuccine al sugo di carne, non perchè abbia fame, ma perchè uno scrittore in stato rimuginativo è nervoso e mangia senza saperlo, già di primo mattino […]
La moglie potrebbe non farci caso, perché lo scrittore non fa rumore, si aggira per casa come un’anima in pena, senza parlare, senza dar noia; ma le mogli dopo la rivoluzione borghese di cui parla Max Weber, odiano qualunque marito, che si muova o stia fermo; e lo odiano anche quando se ne sta nel suo studio gonfio e semiassopito tra i libri, come agli scrittori accade; di passare la seconda parte del giorno appisolati in poltrona, con una penna a portata di mano, se mai un’idea all’improvviso dovesse insorgere a scuoterli. […]

Poi va avanti in questo modo, con gli scrittori schiavi che vivono nel sottoscala, quelli dispersi nella cantina dell’editore che cercano di non farsi scoprire, gli scrittori bambini che sono scrittori ma nessuno lo sa, gli scrittori vagabondi per i campi e quelli appollaiati sugli alberi, gli ubriaconi, i menagramo, gli scrittori malavitosi e gli scrittori alla colonia estiva che giocano con la sabbia.
Insomma, ci sono tutti i tipi di scrittori e chi è scrittore o protoscrittore in una o in un’altra, in qualche modo, ci si ritrova per forza.

Ci sono anche scrittori che si riconoscono, senza tanta fatica. Vediamo se vi viene in mente.

Uno scrittore diventato famoso e tradotto anche all’estero aveva aperto una scuola. «Se non si soffre» diceva agli allievi, «non si diventa scrittori.» Perciò d’accordo con loro li malmenava. Distribuiva schiaffi continuamente o noci in testa, poi diceva «Va’ a scriverlo!» Gli allievi lo andavano a scrivere: «Oggi ho preso due noci, oggi ho preso uno schiaffo, mi rintrona ancora la testa.» […]

Oppure questi due, epicamente narrati nella Lezione d’invidia:

[…] C’è sempre sui giornali di moda, perchè lui è Lo Scrittore, e allora quando hanno bisogno di uno scrittore tirano fuori lui, che ha tutta già l’impostazione. Avrà scritto ormai cinquanta libri, tutti al passato remoto: Andai a casa, accesi la pipa…, cinquanta libri, tutti così: Suonarono alla porta. Andai ad aprire. La gente li compra e non li legge; perchè cosa vuoi che ci sia da leggere? Quando uno ha letto una riga tutto il resto è uguale: La presi per mano. Tacque. Io pure tacqui, e via di seguito. Si fa un libro al giorno così. Altro che cinquanta. Uno si mette lì alla macchina da scrivere, ne fa trecentocinquanta in un anno, e intanto sfiora anche la sua concubina, che anche lei poi è lì che scrive. Lei è specializzata però per scrivere che cosa fa lui: Adesso è seduto, adesso scrive, adesso mi sfiora… […]
Ne ha fatti dieci di libri, dove dice che scrive sempre; in quella casa non succede altro, si vede. Però di libri ne vende moltissimi; io non so che cosa se ne faccia la gente, sapere che due stanno in casa, due coglioni, identici, perché sono identici, sono la stessa pasta, centomila copie, foto su tutti i giornali, e sotto io ci scriverei: i due coglioni… il coglione con la coglionessa,… ma come si chiamano? Hai capito però!

Un libro per una sghignazzata liberatoria alla faccia di tutte le seriosità puzzolenti d’incenso.

Nota:
Se volete qualche altro boccone della sublime prosa cavazzoniana de Gli scrittori inutili, Il Post ne pubblicò una recensione.

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Un commento su “Gli scrittori inutili – Ermanno Cavazzoni

  1. rapparagòl
    18 gennaio 2015

    Interpretazione di una rappresentazione di presentazione alquanto alquanto recente: http://parapagal.altervista.org/2014/12/san-nicola-bari-principio-non-contraddizione/

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Questa voce è stata pubblicata il 27 ottobre 2012 da in Autori, Cavazzoni, Ermanno, Editori, Guanda con tag , , .

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